IL BOOM ECONOMICO: LA CINA CHE È STATA E LA CINA CHE SARÀ

IL BOOM ECONOMICO: LA CINA CHE È STATA E LA CINA CHE SARÀ

La Cina chiude il 2021 con un boom del surplus commerciale salito a 676 miliardi di dollari grazie alle esportazioni in aumento del 29,9%. Soltanto a dicembre, l’export è salito del 20,9%. Essendo l’unica grande nazione a non essere stata in recessione (secondo la variazione tendenziale annuale), la Cina ha decisamente beneficiato della crisi Covid nell’ottica della competizione con gli USA e l’occidente.

Parlo di “competizione” perché al giorno d’oggi le tensioni economiche tra le potenze e, soprattutto, tra Cina e USA sono evidentemente giocate SOLO sul piano commerciale e non tanto politico-ideologico (fattore invece preponderante nel corso della guerra fredda). Il dibattito su “cosa sia” la Cina è noto e vastissimo, inutile riportarlo nei dettagli. Quasi nessuno dei partiti comunisti esistenti nel mondo associa il gigante asiatico al socialismo: le diatribe sono, piuttosto, circa l’“inevitabilità” o meno della svolta liberista cinese inaugurata nel 1979 da Deng Xiaoping e il percorso ideologico del Partito Comunista Cinese stesso, che per alcuni è politicamente compromesso (e, osservando la composizione sociale del partito, che include in sé diversi imprenditori e miliardari, sarebbe difficile dar loro torto) e che per altri mantiene un progetto a lunghissimo termine che sfocerà, dopo decenni di fasi transitorie delle quali questa sarebbe solo una delle prime, al socialismo reale “con caratteristiche cinesi.

Certamente oggi la Cina si avvia, al massimo, a diventare una buona socialdemocrazia e il suo imperialismo è più “costruttivo” perché tenta di proporre un modello win-win ai “partner” commerciali (ma win-win per chi? Per tutti o solo per i rispettivi imprenditori?).

Interessante, comunque, sfatare il mito che la crescita cinese sia iniziata con le riforme di mercato. Nel libro “La Cina è Capitalista?” di Remy Herrera e Zhiming Long si possono studiare dati interessanti: il tasso di crescita del Pil cinese, che tra il 1952 e il 2015 era il media dell’8,3% annuo è stato, per sottoperiodi, del 6,3% tra il 1952 e il 1978 – un dato alto – e del 9,9% dal 979 al 2015 – che è molto alto. Se mettiamo tra parentesi i primissimi anni della Repubblica Popolare dal 1952 al 1962, cioè tra il completamento dell’unificazione della Cina continentale e il periodo estremamente travagliato della rottura con l’URSS, tra il 1963 e il 1978 si è registrata una crescita media annua del pil cinese dell’8,2%. Il boom cinese, dunque, sembra PERLOMENO aver posto le sue basi nel periodo di collettivizzazione di Mao Tze Tung (in cui la Cina era, tra l’altro, sotto embargo).

I tassi medi di crescita del capitale sociale che chiamiamo “produttivo in senso stretto” (cioè, includendo tutte le attrezzature, i macchinari, gli strumenti, gli impianti industriali, ma non gli edifici residenziali o il valore dei loro terreni) sono stati in realtà molto vicini nei due sottoperiodi 1952-1978 e 1979-2015: 9,7% per il primo e 10,9% per il secondo. Se invece consideriamo lo stock di capitale in “senso ampio” il tasso medio di accumulazione è addirittura leggermente più alto nel periodo 1952-1978 (10,41%) che nel sottoperiodo 1979-2015 (10,39%).

I tassi medi di crescita dello stock totale di risorse educative cinesi sono stati estremamente simili nel sottoperiodo 1949-1978 (4,19%) e nel sottoperiodo 1979-2015 (4,22%). Ma se consideriamo, in alternativa, uno stock educativo “produttivo”, calcolandolo sulla base della popolazione attiva e non totale, allora i tassi medi di crescita di risorse educative sono stati del 5,07% tra il 1949 e il 1978 e del 3,55% tra il 1979 e il 2015. Il tasso medio di crescita della spesa in ricerca e sviluppo è stato in media del 14,5% in tutto il periodo della sua storia (media che fa impallidire l’occidente), ma esso è stato significativamente più elevato nel periodo “maoista”.

Detto questo, resta da capire se il know-how e la qualità tecnologica sviluppate dalla Cina del “secondo periodo” in poi potevano essere acquisite in altri modi rispetto a quello della cessione di privilegi al mercato e se, soprattutto, si potevano evitare gli eccessi che hanno reso il Partito incerto sul suo percorso ideologico e che hanno reso la Cina degli anni ’90 e 2000 un alfiere dell’investimento privato (con la sanità interamente privatizzata). Per la seconda domanda credo la risposta sia affermativa.

Il sistema politico cinese, poi, presenta una struttura che giustifica le critiche occidentali (ma solo in parte, e certamente non fa peggio – anzi – delle democrazie formali occidentali liberali).

Esiste un fronte unito di partiti che risale al periodo della guerra col Giappone, ma l’unico rilevante è il Partito Comunista. Per accedervi si passa tramite “amici di amici” o anche spontaneamente ma bisogna prima fare degli studi (di solito sono Manifesto, un manuale sul materialismo, Mao eccetera). Nei villaggi e nelle cittadine piccole si fanno delle specie di assemblee locali per decidere come portare avanti agricoltura, scuole, assistenza sanitaria, ecc.

Più ci si allarga di scala e istituzioni più la vita politica è una “dittatura” dove la democrazia esiste ma in seno al partito e a questo fronte. Se si vuole accedere a determinati incarichi (professori, ricercatori, supervisori, uffici di amministrazione, ecc..), posizioni di controllo in impianti produttivi, o anche solo avere una vita un po’ più semplice ci si deve iscrivere al partito. Però si compensa avendo più responsabilità: se succede un incendio, un terremoto, qualsiasi cosa, è tuo compito pensare a salvare anche gli altri. Essendo del partito si ha una precedenza quando si tratta di dire cosa c’è da fare, le sezioni locali si riuniscono ogni tot per discutere dei problemi, eccetera. Ogni tot, infine, bisogna riunirsi per fare delle “riunioni di autocritica”.

La Cina si presenta quindi come una “dittatura del proletariato” ma solo in senso formale, in cui, cioè, la democrazia è gestita dal partito che rappresenterebbe, in teoria, la classe lavoratrice, ma questa rappresentanza è solo in teoria. L’analisi su cosa sia, cosa sia stato e cosa avrebbe potuto essere il “comunismo con caratteristiche cinesi” resta aperta.

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