SQUID GAME. IL CAPITALISMO SI GUARDA ALLO SPECCHIO

SQUID GAME. IL CAPITALISMO SI GUARDA ALLO SPECCHIO

La serie Netflix Squid Game sta ottenendo così tanto successo a livello mondiale (è già la serie più vista di sempre) che è difficile darne una interpretazione univoca. Questo perché il “senso” di una storia non può essere limitato a quello dato dalle intenzioni degli autori ma deve comprendere quello che la sua struttura suscita nelle milioni di persone che la guardano. Perciò io interpreterò questa struttura alla luce di quello che ha suscitato in chi (come me), per studio o passione, sente emotivamente e legge analiticamente gli elementi tipici del sistema economico attuale come alla base dei valori etici e degli elementi pratici della storia narrata.

Non è, tuttavia, una interpretazione “soggettiva” perché, visto l’impatto di questi elementi economici sulla vita di quasi tutti gli spettatori coinvolti, è quella che ha potenzialmente più chance di essere FERTILE (e questo spiega il motivo per cui è anche l’interpretazione più diffusa). AVVERTENZA: pur non essendoci spoiler espliciti, dal commento si potrebbe comprendere qualche dinamica interna alla storia.

Prima una premessa sulle condizioni economiche del paese nel quale le serie Squid Game è stata partorita

.La Corea del Sud esprime un altissimo livello di debito privato (89,2% del PIL) con un rapporto medio tra debito privato e reddito disponibile superiore al 160%. Il gap tra ciò che il mercato concede ai lavoratori e i consumi e gli investimenti (nella vita e nelle attività) che questo stesso mercato SI ASPETTA che i lavoratori intraprendano è, dunque, enorme. Questo causa un senso di disagio e ansia sociale impossibile da contenere. Persino le PMI coreane, nella lotta inter-capitalista che stanno perdendo, risultano spesso finanziariamente fragili a causa di bassa capitalizzazione e alti tassi di indebitamento. A fronte di una bassa disoccupazione giovanile (pari all’8% nella fascia 15-29 anni), si registra poi un tasso di occupazione giovanile pari al 40%, nettamente inferiore alla media OCSE e in ulteriore calo negli ultimi anni. Su tali dati incide anzitutto l’elevato livello di istruzione e di qualifica dei giovani coreani, che si affacciano al mondo del lavoro mediamente più tardi, e faticano a trovare posti di lavoro adeguati alle proprie qualifiche. Ben 720.000 sono poi i giovani completamente inattivi, i cosiddetti NEET (not in education, employment or training). Una situazione molto simile a quella del nostro paese.

L’humus sociale sudcoreano, che rappresenta una fase di capitalismo oligopolistico in fase avanzata e un sistema COMPETITIVO al suo massimo livello, rende verosimile una storia in cui centinaia di persone scelgono “liberamente” di partecipare ad una serie di giochi competitivi in cui l’alternativa alla vittoria (e al montepremi miliardario) è l’eliminazione. Ma sarebbe semplicistico dire soltanto questo. Ci sono almeno cinque elementi precisi che rappresentano alla perfezione i valori etico/pratici del capitalismo attuale.

1 – La libertà ILLUSORIA di intraprendere o meno il gioco. I protagonisti di Squid Game, la prima volta che scelgono di partecipare alla competizione, non conoscono le conseguenze della sconfitta. La seconda volta le conoscono e, pur conoscendole, si sentono “costretti” a tornare a giocare semplicemente dal loro contesto di vita. Gli organizzatori del gioco non perdono occasione di sottolineare che i concorrenti hanno aderito liberamente e consapevolmente alla competizione. L’esperienza che viviamo tutti quando siamo “liberi” di scegliere un lavoro in nero, senza assicurazione, o di indebitarci, di fare un qualsiasi investimento non conoscendone (per via dell’anarchia del mercato) le condizioni e le conseguenze la sappiamo bene.

2 – Nessun gioco viene spiegato ai concorrenti prima che essi scelgano i mezzi (o i compagni) con cui giocare ogni volta. Non è solo un’allegoria dell’IMPREVEDIBILITÀ del mercato già richiamata, ma anche dell’impossibilità di scegliere consapevolmente e con coscienza la propria specializzazione senza che la società non ti penalizzi in una fase successiva e (forse) senza opportunità di salvezza, nel caso in cui i calcoli siano stati fatti male.

3 – I giochi stessi sono iniqui. Anche se i concorrenti potessero scegliere prima come giocare, i giochi continuerebbero ad essere semplicemente sbilanciati a favore di alcuni, privilegiando di volta in volta elementi come la forza fisica, la fortuna, la specializzazione in un certo campo piuttosto che in altri. Sarebbe superfluo citare l’impatto che , nel mondo capitalistico, hanno la così detta “birth lottery” e le contingenze economiche imprevedibili (perché imprevedibile è l’effetto dei movimento di una somma di individui scoordinati) nel produrre quello che noi chiamiamo inopportunamente MERITO. I guardiani del gioco, nel momento di punire chi ha “barato” a giocare, richiamano tuttavia fortemente il rispetto di valori quali la competizione equa e la democrazia.

4 – I giochi non sono MAI COOPERATIVI. Non solo nel senso che in molti di essi si tratta di “mors tua vita mea”. Anche nei giochi in cui la sconfitta di un compagno non aumenta le probabilità di vittoria di un altro (come i primi due) e, soprattutto, nella vita quotidiana all’interno della struttura stessa di Squid Game, la logica che i concorrenti sono portati a seguire si basa su un calcolo da fare tenendo conto dell’imprevedibile scelta dei “colleghi”. Ogni giocatore deve stimare se sia più conveniente attendersi che gli altri giocatori cerchino la cooperazione (al fine di arrivare insieme più avanti possibile nel gioco) o se essi punteranno all’eliminazione del vicino. Sebbene una valutazione rischio-benefici, almeno inizialmente, suggerirebbe di cercare la cooperazione (per arrivare più avanti nel gioco e sperare in una divisione del montepremi o in delle competizioni più favorevoli) l’ignoranza riguardo la scelta del vicino (il così detto “stato di natura”, lo chiamerebbero in maniera inopportuna i giusnaturalisti) fa sì che molti preferiscano usare la violenza. Questa situazione, tipicamente analizzata nella teoria dei giochi (ad esempio nel famoso gioco del prigioniero), può dare un risultato diverso ogni volta che viene ripetuta e ogni risultato è frutto non di coordinazione fra le parti ma di scommesse caotiche degli individui atomizzati che non necessariamente fanno coincidere la scelta individualmente più razionale con quella “collettivamente” più razionale e più benefica per ogni singolo. Esattamente come nel mercato.

5 – I “VIP”, i magnati che hanno organizzato il gioco, giustificano la spietatezza dell’evento (come si evince in una delle nelle scene finali), oltre che con la già citata “libertà di scelta” da parte dei giocatori, con una visione della NATURA UMANA per la quale l’uomo è intrinsecamente portato ad essere incentivato con l’egoismo e la competizione. Una visione che è fatta propria da chi sostiene che “non ci sono alterative” al libero mercato perché ogni altro modello rischierebbe di disincentivare l’essere umano a lavorare. Un modo di vedere riduzionista che non tiene conto della varietà di pulsioni e valori che possono mettere in moto l’agire umano.

Tutti questi elementi non è necessario che siano stati introdotti deliberatamente o meno nella narrazione della serie. La cosa fondamentale è che essi siano percepiti dagli spettatori in tutta la loro drammaticità e attualità, proprio per il senso di incongruenza e fastidio che essi richiamano e che ci porta a legarli a momenti di vita vissuta all’interno delle logiche del libero mercato capitalistico.

Per questo Squid Game non può essere ridotta a serie “splatter” o ad una storia che “simboleggia” le ingiustizie del capitalismo. Essa è VEROSIMILE, come già affermato, nel senso che pur non essendo realistica (perché una cosa del genere non è accaduta e difficilmente accadrà), essa è una delle POSSIBILI coerenti applicazioni pratiche, portata all’estremo, dei valori e dei rapporti di forza che il capitalismo ci costringe a vivere ogni giorno.

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