LA RUSSIA, IL CASO NAVALNY E LO STATO DELL’OPPOSIZIONE – intervista a Giovanni Savino

LA RUSSIA, IL CASO NAVALNY E LO STATO DELL’OPPOSIZIONE – intervista a Giovanni Savino

Il 2021 è iniziato con una importante mobilitazione sociale in Russia, che si sono svolte a fine gennaio, contro le politiche repressive del presidente Putin. La protesta ha avuto un proseguio nella giornata dello scorso 21 aprile, quando in tante città molti cittadini russi sono scesi in piazza, e come lo scorso gennaio, la polizia ha represso duramente il dissenso tramite numerosi arresti arbitrari. Su questo tema tiene naturalmente banco il caso dell’oppositore Navalny. Ma cosa dicono le piazze che protestano contro Putin? In che contesto emergono le rivendicazioni di piazza e cosa dicono oltre il caso Navalny? Abbiamo posto questi interrogativi a Giovanni Savino, senior lecturer presso l’Istituto di scienze sociali dell’Accademia presidenziale russa dell’economia pubblica e del servizio pubblico a Mosca.

Di Mattia Gallo

Quando si parla della politica repressiva di Putin, si fa spesso riferimento al caso Navalny. Le piazze dello scorso fine gennaio e del 21 aprile che hanno portato decine di migliaia di russi in piazza hanno mostrato però una mobilitazione che chiede diritti di libertà oltre il caso Navalny. Chi era che ha manifestato in piazza in quelle occasioni?

Al centro delle attenzioni dei media occidentali vi è il caso Navalny, per una serie di ragioni: forse la prima è che si conosce solo (e spesso parzialmente) la vicenda del blogger anticorruzione, in realtà ormai da anni leader politico in grado di monopolizzare in alcuni momenti l’attenzione e il dibattito su di sé. Sarebbe però sbagliato vedere nelle mobilitazioni attorno a Navalny un sostegno acritico alle posizioni del politico, o una semplice rivolta generazionale. Chi è sceso in piazza ha espresso sì un sentimento di solidarietà con la vicenda del leader, ma ha voluto anche far presente la propria contrarietà al sistema putiniano, considerato ormai un ostacolo allo sviluppo del paese. E questa contrarietà può coinvolgere vari settori, da sinistra a destra, e vi è la difficoltà di quantificarli, vista anche la occhiuta e attenta opera di “prevenzione” e repressione degli assembramenti non graditi. Vi sono però dei segnali interessanti, come il calo continuo nei sondaggi di Russia Unita, il partito del presidente, e in questa chiave è possibile interpretare il caso Navalny, da anni sostenitore della tattica del “voto intelligente”, ovvero di far convergere l’elettorato insoddisfatto sui candidati che non aderiscono a Russia Unita. A settembre vi saranno le elezioni alla Duma, e vi è una certa preoccupazione ai piani alti.

Ci puoi raccontare ad esempio il caso del processo Set’ avvenuto un anno fa ai danni di attivisti antifascisti ed anarchici?

Casi giudiziari contro attivisti anarchici, antifascisti e generalmente di sinistra in Russia non sono così rari, e non riguardano soltanto il processo Set’. Il sistema giudiziario russo di per sé ha dei grossi limiti, sottolineati da un semplice dato: solo lo 0,36% dei processi nel 2019 si è concluso con un’assoluzione. Per capirci, in Italia la percentuale dei processi conclusisi con un’assoluzione in primo grado è del 20% circa. In questo quadro diventano possibili montature, ingiustizie vere e proprie, e condanne surreali. Ad esempio, nel caso di Set’, organizzazione terroristica che avrebbe dovuto dar vita a una insurrezione armata, molte delle prove fornite dall’accusa sono state ottenute con metodi sbrigativi, tra cui la tortura, denunciati non solo dagli imputati, ma anche dagli osservatori indipendenti. Persino l’esistenza di Set’ è dubbia, visto che si basa sulle deposizioni di due imputati, che sarebbero state ottenute con la tortura. L’unica colpa degli attivisti, probabilmente, era di essere attivisti.

Come definiresti la figura politica di Navalny? Si tratta di un esponente politico che rappresenta una visione liberale, sprovvisto però di qualsiasi critica che possa riguardare la giustizia sociale?

Navalny non è un fenomeno degli ultimi anni, i suoi primi passi in politica risalgono ormai a quindici anni fa, e ha avuto posizioni nazionaliste e anche xenofobe, ma è negli ultimi tempi che la sua figura si è imposta un po’ a simboleggiare un sentore antiputiniano che nella società russa comunque c’è. La sua provenienza non è certamente di sinistra, anzi, le sue posizioni nel corso degli anni sono cambiate, ma comunque continuano a esprimere un certo tipo di nazionalismo, però è da sottolineare la capacità di adottare parole d’ordine che possono sembrare riecheggiare argomenti di sinistra. Ad esempio, nel dibattito sulle privatizzazioni degli anni Novanta, condotte in modo piratesco e che hanno portato alla costituzione degli oligarchi, Navalny ha proposto di introdurre una tassa da pagare come soluzione: una proposta che potrebbe apparire di sinistra, ma che in realtà non va al centro del problema, ovvero la redistribuzione delle ricchezze e del reddito. Un refrain tipico, e di sicuro effetto viste le dimensioni del fenomeno, è l’associare alla corruzione l’origine delle diseguaglianze sociali, sostenendo che una volta scomparsa la corruzione, vi sarà un nuovo inizio. In realtà non è chiarissimo cosa però si voglia fare con le grandi holding, con lo stato sociale e con la sanità: si parla genericamente del sostegno alla piccola impresa (che in Russia è comunque sottoposta a una grande pressione da parte delle grandi corporazioni), ma non vi sono accenni alla progressività della tassazione (in Russia vi è la flat tax al 13%, solo parzialmente integrata da un’ulteriore tariffa per i patrimoni superiori al miliardo di rubli) né a programmi di ridefinizione del sostegno al reddito e alle famiglie.

Ad un anno dalla pandemia in Russia, come giudichi lo stato del paese dal punto di vista sanitario e da quello sociale? E com’è la situazione oggi?

La situazione sociale in Russia è fragile. La pandemia ha catalizzato alcuni processi che nel paese sono andati avanti per tutti gli anni Dieci, complice il crollo del prezzo di gas e petrolio. La dipendenza dalle materie prime continua a essere un grave problema per l’economia e la società della Russia, e il non aver pensato nel corso degli anni a possibilità di diversificare la produzione e lo sviluppo è un peso importante per il presente e il futuro del paese. Il 2020 ha accelerato questi processi, che hanno visto un duro colpo soprattutto per la piccola e media impresa, e di conseguenza per i lavoratori di questi settori, che si son trovati sprovvisti di tutela e di sostegno. L’emergenza è stata affrontata a macchia di leopardo, con punte d’eccellenza (Mosca) e problemi gravi persino nella fornitura dell’ossigeno (Tomsk, Tula, Rjazan’, giusto per citare alcune zone). Quel che preoccupa oggi sono due tendenze: 1) una tendenza alla minimizzazione dell’ampiezza del contagio, che è stato vasto, ha avuto cifre importanti anche nel conteggio dei decessi, i dati comunicati da Rosstat (l’Agenzia statistica russa) al primo maggio di quest’anno registrano 249.700 morti da COVID-19 dall’inizio della pandemia; 2) la diffidenza verso il vaccino Sputnik V, secondo uno studio pubblicato dal Centro Levada il 12 maggio il 62% dei rispondenti non sarebbe pronta a vaccinarsi. Una situazione paradossale, dovuta sia alla presenza di posizioni no-vax nella società, posizioni variegate che vanno da ambienti ultranazionalisti a gruppi di genitori già attivi nella battaglia contro la didattica a distanza (completamente rientrata da gennaio scorso), sia all’idea che il vaccino, in quanto “russo”, non debba funzionare. Queste tendenze sono preoccupanti, anche perché credo possano dare un’idea dello stato della società.

La sanità in Russia è in mano allo stato, ma da anni è sottoposta ad un processo di smantellamento neoliberista. Cosa ci dici a riguardo?

I processi di “ottimizzazione” della sanità hanno caratterizzato tutti gli anni Dieci, e hanno coinvolto, in modo diverso, le regioni e le repubbliche autonome della Russia. In questo senso la retorica e la pratica differiscono molto poco da quanto si vede in Italia e in generale in Occidente: il malfunzionamento del servizio, gli scandali di corruzione, le attese… Nel 2016 le spese del PIL russo per la sanità erano inferiori al 4%, secondo un’inchiesta della testata finanziaria RBK. Il settore della sanità privata in Russia è un mercato in continua espansione: nel 2019 il mercato della sanità privata è stato pari a 846,5 miliardi di rubli, pari a 9.427.475.494,35 di euro. La concorrenza del privato è spietata, e spesso riesce a offrire salari migliori al personale medico, anche all’uso delle assicurazioni private con le compagnie e le aziende, anche statali.

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