SOSTENIAMO IL NOBEL PER LA PACE ALLE BRIGATE MEDICHE CUBANE

SOSTENIAMO IL NOBEL PER LA PACE ALLE BRIGATE MEDICHE CUBANE

L’Unione Sindacale di Base sta organizzando in questi giorni delle conferenze per sostenere l’assegnazione del prossimo Nobel per la Pace alle brigate mediche cubane.

Cuba, oltre aver inviato in maniera solidaristica i suoi esperti in giro per il mondo a combattere il Covid, come ha fatto con l’Ebola, fornirà GRATUITAMENTE ai paesi del terzo mondo il suo vaccino, nonostante le enormi difficoltà causate dal blocco commerciale criminale degli Usa, che non ha risparmiato il cibo, i farmaci e le tecnologie mediche.

Nel contempo, il vaccino è un lusso inaccessibile ai palestinesi di Gaza e Cisgiordania, con le dosi che arrivano nei territori occupati ma vengono somministrate solo ai coloni israeliani. Esattamente come le mascherine che erano quadruplicate nel prezzo allo scoppio della pandemia in Italia, e il blocco dei rifornimenti dalla Germania a inizio crisi.

La visibilità che hanno avuto le equipe di medici cubani in missione contro il Covid in giro per l’Europa e il mondo è stata un’occasione mancata per riflettere moralmente sul modello sociale di Cuba che, a prescindere dagli ideali e con tutte le contraddizioni del caso, si mantiene ancora come un unicum al mondo.

La riflessione è morale perché si tratta di valutare non tecnicamente ma esistenzialmente se sarebbe preferibile universalizzare il modello di Cuba piuttosto che quello classico occidentale: una discussione sulla preferenza di modi di vivere e di vivere-con-gli-altri, e non tanto un dibattito circa la veridicità o meno di certe ipotesi sociologiche o economiche.

Vediamo.

Al principio del 2008 Carlos Fernández Liria, professore di filosofia dell’Università Complutense di Madrid, pubblicò un articolo critico sul modello di sviluppo capitalista dei paesi industrializzati occidentali. Alla base della critica dello studioso spagnolo c’è il grafico elaborato da Mathis Wackernagel, ricercatore della Global Footprint Network della California e coideatore del concetto di «impronta ecologica», che ordina diverse aree geografiche in uno spazio cartesiano determinato dall’Indice di Sviluppo Umano (HDI) in ascissa e dall’impronta ecologica (EFP) in ordinata.

L’impronta ecologica è espressa in quantità di pianeta Terra che occorrerebbero laddove un certo livello di consumo presente in un dato territorio (paese nazionale o regione geografica) fosse esteso a tutto il mondo. Tale grafico fu elaborato a partire da un’analisi di dati provenienti da 93 paesi per un periodo compreso tra il 1975 e il 2003. Ebbene, nel grafico elaborato da Wackernagel, Liria osserva che la Cuba socialista è il solo paese ad avere un elevato Indice di Sviluppo Umano (il suo HDI è di poco superiore a 0.8) e un’impronta ecologica sostenibile (EFP). Ovvero, Cuba ha raggiunto un elevato HDI ed ha un modello di sviluppo che se esteso all’intera popolazione mondiale consumerebbe non più risorse di quelle presenti in un solo pianeta terra. Al contrario, i paesi capitalisti sviluppati occidentali, quali ad esempio il Regno Unito o più in generale i paesi dell’area nord-americana o europea, hanno certamente un HDI alto (HDI ≥ 0.8), ma al contempo un modello di sviluppo che se fosse esteso all’intera popolazione mondiale necessiterebbe di risorse ambientali pari a 3 o più pianeta Terra. In altre parole, Cuba è il solo paese tra i 93 analizzati ad avere uno sviluppo socialmente soddisfacente ed anche ecologicamente sostenibile.

Il solidarismo cubano non è dunque solo un elemento soggettivo ma la struttura intrinseca al suo modello economico che, nonostante l’arretratezza, punta idealmente ad un mondo nel quale lo sviluppo di una comunità non debba danneggiare l’ecosistema e compromettere dunque la qualità della vita delle altre.

Questa filosofia non invasiva e altruistica è fortemente legata al progetto di sviluppo scientifico che era stato impostato a seguito della Rivoluzione e che voleva porre al centro dell’economia cubana non la produzione intensiva – bisognosa di risorse di cui l’isola non disponeva e non dispone anche a causa del blocco commerciale, e che avrebbe potuto utilizzare solo appoggiando indirettamente una qualche forma di imperialismo economico in essa e fuori di essa – bensì la conoscenza non piegata al profitto di pochi.

Lo spiega bene Angelo Baracca, professore universitario di Fisica, attivista e saggista italiano, impegnato nelle campagne per l’ecologia, contro le guerre e per il disarmo nucleare e che ha collaborato per anni con il sistema accademico cubano:

«la formazione del sistema scientifico cubano (di cui peraltro la fisica costituisce un settore relativamente piccolo, pur se di importanza strategica anche per gli altri, tra cui quello più importante delle biotecnologie) è stata il risultato di un progetto politico consapevole e esplicito, portato avanti fin dagli inizi con determinazione, anche se con (in parte inevitabili) errori e contraddizioni. Cuba ha oggi una percentuale di laureati, di medici in rapporto alla popolazione tra le più alte del mondo (circa 8.500 scienziati ed ingegneri nel 1989, equivalenti a 9 ogni 10.000 abitanti, cresciuti a 10 nel 2000, cioè lo 0, 59 % della popolazione attiva). La cosa che colpisce, lavorando all’interno di questo sistema, è come si intreccino e convivano tra loro aspetti decisamente da primo mondo, con altri da terzo mondo. Si ha l’impressione che il progetto avesse una componente decisamente illuminista: fare di Cuba una sorta di serbatoio di tecnici e intellettuali, per compensare la scarsità di risorse».

Il sistema cubano, continua il professore, diede subito buoni frutti: «Il punto di partenza della fisica nel 1959 era, come ho detto, molto basso: anche se mi è parso di capire che era stata formata una cerchia di insegnanti di Scuola Secondaria di buon livello, e l’insegnamento della fisica (classica) non era dei peggiori, fattori che si sono poi rivelati positivi. Mi sembra comunque rimarchevole il fatto che nel giro di appena 10-15 anni venne formata una massa critica di fisici di livello internazionale, e vennero sviluppati campi di ricerca avanzati nei quali Cuba raggiunse un buon livello, uno dei più alti tra i paesi dell’America Latina, alcuni dei quali erano avvantaggiati da una ricchezza ben maggiore di risorse di ogni tipo e da migliori livelli di partenza. Il sistema scientifico cubano ha inoltre acquisito immediatamente una maggiore omogeneità (forse favorita anche dalle sue dimensioni ridotte) rispetto ai maggiori paesi del Continente (Brasile, Argentina, Messico), nei quali al fianco di centri di eccellenza convivono istituzioni universitarie di livello decisamente molto mediocre».

Interessante quello che afferma Baracca sull’atmosfera che si respirava negli ambienti di ricerca dell’isola:

«Quando, piuttosto rapidamente, la mia collaborazione con la Facoltà cominciò a consolidarsi, mi resi conto che vi era veramente tra i colleghi e tutto il personale, anche tecnico amministrativo, un rapporto di stima e collaborazione assolutamente impensabile nel clima gerarchico e baronale dei nostri ammuffiti ambienti universitari».

Il clima non “padronale” e non concorrenziale delle istituzioni scientifiche Cubane è appunto il riflesso della filosofia politica che dà linfa alla medicina di Cuba, una medicina fondata sulla prevenzione più che sul guadagno con gli interventi lucrosi e sulla cooperazione più che sulla competizione fra aziende. Il che è confermato dalla struttura stessa del suo sistema sanitario e dalla tipologia di finanziamento che ad esso concerne.

Come spiegano Michela Campinoti e Francesca Santomauro, a Cuba l’assistenza di primo livello è garantita da oltre 32.000 medici di famiglia. Ogni medico ha in carico circa 120-160 famiglie e, affiancato da un’infermiera, svolge attività di prevenzione e di cura sia ambulatorialmente che a domicilio. Il secondo livello di assistenza è fornito da 491 policlinici (poliambulatori o cliniche di comunità) disseminati su tutto il territorio, in cui un team multidisciplinare (geriatri, ginecologi, ostetriche di comunità, psichiatri e operatori sociali) collabora con il medico di famiglia. Le prestazioni ivi erogate, in regime prevalentemente di day hospital, sono di tipo diagnostico, terapeutico e riabilitativo. Il terzo livello di assistenza è assicurato da 222 ospedali a elevata specializzazione, alcuni dei quali di rilievo internazionale. Nell’isola inoltre esistono circa 200 strutture residenziali per anziani.

Questa articolata rete di assistenza ha contribuito al raggiungimento di risultati di salute comparabili a quelli dei paesi più ricchi per quanto riguarda il tasso di mortalità per malattie specifiche.

Questi «risultati sono da considerarsi ancora più di valore se si considera che sono stati ottenuti a fronte di una spesa da 10 a 20 volte minore rispetto a quella di paesi che hanno raggiunto obiettivi di salute comparabili».

Se nel 2016, infatti gli Stati Uniti vantavano una spesa sanitaria pro-capite di 9892 dollari, la Germania di 5,551 dollari, la Gran Bretagna di 4,192 e l’Italia di 3,391 dollari, quella di Cuba ammonta a poco più di 300 dollari.

Il motivo di questa efficienza? L’eliminazione del profitto e delle spese amministrative delle assicurazioni dal Sistema Sanitario, l’eliminazione di ogni clientelismo privato, lo stesso che provoca gli scandali delle fatture doppie e degli appalti truccati e la coordinazione centralistica del sistema, contrariamente a quello che è avvenuto in Italia con l’inefficiente regionalismo negli ultimi 20 anni.

Quello che è stato eliminato a Cuba, in altre parole, è l’ostacolo che l’avidità individualista pone al pieno sviluppo della ricerca e delle forze produttive finalizzate al benessere umano, il che impone che tali forze siano organizzate per dare risultati nel medio e lungo periodo e non, per forza, nel breve termine con la logica dello scambio commerciale.

Quando parliamo di cliniche private a cui è delegata la cura della persona – a causa dell’impossibilità di fare investimenti e di assumere, dovuta magari a piani di rientro e vincoli di spesa pubblica – parliamo di strutture che si occupano, principalmente, degli interventi più profittevoli mentre lasciano al pubblico le pratiche più gravose come il pronto soccorso e la terapia intensiva: una perdita netta, nel medio e lungo periodo, per la stessa spesa pubblica. Strutture che si è dimostrato, attraverso report e inchieste, ottengano spesso e volentieri rimborsi maggiorati (attraverso la falsificazione dei DRG), oltre praticare sfruttamento del personale e malasanità per obiettivi di risparmio. Realtà che, grazie alla loro commistione con la politica locale, riescono a fare pressioni per spese inefficienti e per non far funzionare le cose nel pubblico.

Da qui il paradosso per cui, mentre la delega al privato fa risparmiare in investimenti sostanziosi nel brevissimo periodo (quello che interessa a commissari, tecnici e politici ideologizzati dall’aziendalismo per “dimostrare” la loro validità), essa è una vera perdita nel lungo termine. Tutto questo a Cuba e abolito.

A tutto questo si deve aggiungere lo spreco finanziario dei fondi sanitari privati e delle assicurazioni, prevalenti negli Stati Uniti.

I fondi sanitari devono gestire innumerevoli transazioni con organizzazioni e professionisti sanitari, aumentando l’impatto dei COSTI AMMINISTRATIVI e riducendo il value for money (si veda rapporto GIMBE, La Sanità Integrativa, 2019).

Infatti, ciascun fondo deve negoziare, stipulare e rinnovare contratti, documentare le prestazioni coperte, tener conto di regolamenti e disposizioni, sottoporsi a specifici controlli, etc. In tal senso l’esempio più illuminante è quello degli USA dove la spesa sanitaria è di gran lunga la più elevata al mondo: i costi amministrativi generati dagli innumerevoli erogatori di prestazioni e assicurazioni superano il 25% della spesa totale e chi sostiene una riforma single payer stima un risparmio di oltre 500 miliardi di dollari. Anche un recente confronto tra 11 sistemi sanitari dimostra che nei paesi dove vigono sistemi assicurativi (USA, Svizzera), rispetto a quelli che dispongono di sistemi sanitari pubblici, i costi amministrativi sono molto più elevati e i medici devono dedicare molto più tempo ad attività amministrative.

L’ANIA (Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici), in riferimento al ramo malattia, riporta che in Italia le spese di gestione (expense ratio) risultano pari al 25% circa dei premi contabilizzati, confermando gli elevati costi di gestione delle coperture assicurative che nel nostro Paese sono anche in lieve aumento.

In questo caso, dunque, i giudizi sulla maggiore efficienza del privato sono, semplicemente, falsi. Al massimo si potrebbe parlare di efficienza per chi guadagna da questo sistema.

Concludiamo citando alcuni dei risultati storici della Rivoluzione nel campo della cura della persona e della lotta al disagio nelle aree più arretrate (dal testo di Enrico Valletta, Ausl della Romagna, 2014):

Agli inizi degli anni Sessanta la gran parte delle risorse sanitarie era concentrata nella capitale, esisteva un solo ospedale rurale e la mortalità infantile era pari al 5-10%. L’azione del nuovo governo di Fidel Castro si rivolge subito al contrasto della povertà nelle zone rurali, dell’analfabetismo e delle diseguaglianze nell’accesso ai servizi sanitari. Il SS nazionale invia centinaia di professionisti nelle zone rurali e nel 1970 gli ospedali rurali sono già 53. Il ruolo di questi operatori sanitari non è solo clinico, ma anche educativo e di prevenzione nei confronti delle malattie infettive più diffuse (malaria, diarrea, malattie soggette a vaccinazione).

La mortalità infantile (<1 anno) è passata da oltre 40/1000 nati vivi nei primi anni Sessanta a 4,3/1000 nel 2012. È un dato migliore di quello registrato negli USA (6,1/1000) e che ha recentemente indotto ricercatori dell’Alabama (9,2/1000) ad analizzare più a fondo il modello cubano di assistenza materno infantile. Ne emerge un 5% di nati di basso peso a Cuba contro l’8% circa negli USA e il 10,4% in Alabama. Il 100% delle gravidanze è monitorato nelle strutture pubbliche; le donne sono visitate mensilmente entro le 33 settimane di gestazione, due volte al mese tra la 34ª e la 38ª settimana e, se la donna non si presenta alla visita, il medico delle cure primarie si reca a domicilio.

Oltre ai criteri di equità, sostenibilità e qualità dei servizi, conclude Valletta, «il sistema conta fortemente sul coinvolgimento attivo di ogni cittadino e delle comunità locali per la prevenzione e il contrasto alle più importanti malattie croniche non-trasmissibili».

Il coinvolgimento attivo del pubblico, l’anti-imperialismo economico ed ecologico, l’abolizione del lucro privatistico quando si tratta di servizi per la collettività, in medicina come anche nella politica, sono per Cuba, in conclusione, elementi fondamentali di una filosofia politica che ha permesso al paese di distinguersi dalle comunità simili che appartengono alle sue stesse aree geo-politiche. Una filosofia che, si spera, venga promossa ulteriormente in futuro e non abbandonata in nome del dogmatismo per cui non c’è alternativa al cedere diritti a chi ha i soldi per vivere felici.

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