A CHI CONVIENE LA CRISI E A CHI CONVIENE IL CONFLITTO (QUELLO VERO)

A CHI CONVIENE LA CRISI E A CHI CONVIENE IL CONFLITTO (QUELLO VERO)


Gli appelli all’unità che le varie figure istituzionali che vivono di rendita storica (come il Presidente della Repubblica o il Papa) lanciano al fine di “superare il momento brutto” (che in realtà dura da almeno 13 anni) sono, dal punto di vista politico, SUPERFLUI e, dal punto di vista economico-sociale, ILLUSORI o forse SBAGLIATI.


Dal punto di vista politico sono superflui perché oggi tutti i partiti che sono in Parlamento ritengono che “la crisi” vada superata per mezzo di soldi presi in prestito (a costo di grandi condizioni) da chi possiede, pur essendo meno di un decimo della popolazione, la stragrande maggioranza della ricchezza, e usando questi soldi per RATTOPPARE temporaneamente le varie falle che si aprono in maniera vistosa nel sistema attuale (non so, metti dieci miliardi nella sanità qui, anzi venti, giusto perché ora sta collassando.. sgancia qualche decina di miliardi per le imprese in sofferenza, senza mettere nessun vincolo salariale.. aggiusta qualche ponte ora che c’è ancora l’onda del Morandi). Le “tensioni” che vediamo tra i leader di partito corrispondono solo a disaccordi su COME rattoppare queste falle, cosa che a noi, che viviamo nel nostro lavoro e da dieci e più anni paghiamo la crisi del sistema, è abbastanza indifferente.


A livello economico-sociale gli appelli all’unità sono illusori o sbagliati perché in Italia (e negli altri Paesi) c’è una precisa fascia sociale che HA TRATTO BENEFICI da questo sistema che va avanti a colpi di disinvestimenti pubblici (spese in conto capitale dimezzate in rapporto al Pil nell’ultimo ventennio), contratti a tempo determinato, prestiti-toppa dai ricchi da ripagare on gli interessi, libertà di delocalizzazione degli stabilimenti e dei capitali, riduzione delle imposte sui profitti. Un modello del quale l’Unione Europa rappresenta il più grande garante politico, ma che è stato diffuso in tutto il mondo.


Questi beneficiari sono ovviamente i “rentier” finanziari ma, anche, i grandi e medi imprenditori che, al contrario della retorica sovranara che vorrebbe l’Italia “colonia” di altre nazioni (e non del grande capitale in generale), NON HANNO PERSO redditività rispetto agli anni della crescita pre-euro. Per quanto riguarda i micro-imprenditori, molti di essi si sono proletarizzati, mentre altri tirano avanti assorbendo sempre di più la mentalità aziendalistica dei loro colleghi più grossi per i quali il fallimento non è imputabile ad un sistema che fagocita i pesci piccoli in maniera costitutiva bensì all’incapacità, da parte di questi ultimi, di “massimizzare i profitti”. Il che, visto il crollo degli investimenti da parte degli imprenditori privati (la quota sul valore aggiunto degli investimenti privati si riduce, rispetto alla media 1995-2007, di circa 2,5 punti percentuali), non è da raggiungere attraverso l’innovazione ma attraverso la pressione sul reddito da lavoro dipendente. Chiunque, tra noi giovani, abbia fatto un lavoro dipendente negli ultimi 15 anni semplicemente SA che è così.


In altre parole, l’unità non esiste perché le diverse classi sociali (rentier, imprenditori e autonomi/salariati) ricevono effetti diversi dalla crisi o, comunque, hanno INTERESSI OPPOSTI nell’affrontare la crisi. Per la precisione, gli interessi del mondo imprenditoriale, si vede dai dati successivi, li porta a preferire un mondo “tranquillo” dove si può sopperire alla mancanza di domanda interna con le esportazioni e lo sfruttamento del sottoposto, rispetto ad un mondo dove – per recuperare quello che i rentier finanziari (che poi spesso sono coincidenti con essi) stanno sottraendo – dovrebbero organizzarsi, scendere in piazza, affrontare i media, rompere gli equilibri internazionali.


Vediamo i dati di cui parlavo.


ILO (2016) attesta come, nella media ponderata di 36 economie sviluppate, tra il 1999 e il 2015 la crescita della produttività abbia SOPRAVANZATO quella dei redditi da lavoro di 10 punti percentuali, con una lieve riduzione di un punto percentuale nel biennio 2014-2015. L’Italia non ha fatto eccezione, a parte il breve periodo 2000-2006.


SOPRATTUTTO, la lunga crisi della crescita Italiana iniziata dagli anni ’90 non ha intaccato la profittabilità del mondo datoriale (cioè il margine operativo lordo in rapporto % al valore aggiunto). Persino dopo la crisi del 2008 la ripresa di profittabilità, per quanto debole e lenta, inizia già l’anno successivo (2011); sicché nel 2016 viene nuovamente superato il tasso medio di lungo periodo e la crescita continua nel 2017, quando il margine operativo raggiunge il valore del 43,2%. In seguito si registra un nuovo ridimensionamento, che nel 2019 porta il MOL leggermente al disotto del valore medio, al 42,1% del valore aggiunto: un’incidenza comunque superiore di un punto percentuale al valore del 1995. I dati sono presi da uno studio di Leonello Tronti (2020).


Che interesse avrebbe, il mondo grande-medio imprenditoriale (ma anche quello piccolo, finché si identifica nelle aspirazioni del grande e può approfittare della ricattabilità dei dipendenti) a “cambiare il sistema”, ribellarsi per avere servizi pubblici e così via, se questo gli costerebbe il rischio di rompere i vincoli europei e uscire dal suo amato mercato unico (che distrugge i lavoratori e molte imprese ma a molti – i più egemoni culturalmente – garantisce grandi esportazioni) mentre è molto più facile scaricare il costo della crisi sul più debole?


Cercare di fare un’“alleanza” tra lavoratori e piccola-micro imprenditoria? Beh, una cosa del genere è stata tentata tra grande imprenditoria e “aristocrazia” sindacale, rappresentata dai confederali. Non è andata bene per i dipendenti, anche per via dell’egemonia politico-economica della prima. Per lo stesso motivo, non si vede come possa andare bene nel caso simile, visti gli stessi presupposti e, anzi, la mancanza di organizzazione dei salariati della piccola e micro impresa.


Vediamo questo benedetto tentativo, che ha aperto la strada all’abbattimento della quota salari in nome della “pace sociale” e la stabilità valutaria per entrare nel mercato unico, successivamente all’abbandono definitivo della conflittualità da parte dei maggiori sindacati e della scala mobile (l’adeguamento dei salari all’inflazione).


Citando ancora Leonello Tronti insieme ad Andrea Ricci (Inapp), si deve osservare il funzionamento dell’istituzione che regola questo tentativo, ovvero il modello di negoziazione dei salari fissato nel 1993 dal cosiddetto “Protocollo di luglio”, che costituisce ancora oggi l’architrave del sistema di relazioni industriali, ed è basato su quattro pilastri.


Il primo (e potenzialmente più importante) è l’impegno del Governo a indire due sessioni l’anno di concertazione con le parti sociali della manovra di politica economica, volte in particolare a fissare target programmati di inflazione: una in primavera, in vista del Documento di programmazione economico-finanziaria (l’attuale DEF), e una in autunno, in vista della legge Finanziaria (l’attuale legge di Stabilità). Attraverso la concertazione della politica dei redditi, il Governo e i partner sociali erano chiamati a definire comportamenti coordinati e coerenti con comuni obiettivi macroeconomici (anzitutto in tema di salari, prezzi e fisco), la cui efficacia era affidata anche agli effetti d’annuncio.


Tuttavia, «questo strumento di governance partecipata dell’economia, potenzialmente di grande rilievo, non è mai diventato prassi corrente ad esclusione di alcuni momenti della fase dell’ingresso dell’Italia nel “club dell’euro”. Dal 2001 i Governi passarono dalla concertazione della politica economica al “dialogo sociale”, per poi abbandonare qualunque forma di coordinamento partecipato della politica economica. Nel 2012 il governo Monti inaugurò infine una prassi di esplicita non-concertazione, con la quale si richiedeva ai partner sociali di accordarsi tra loro e si proponevano incentivi ad accordo raggiunto, senza tuttavia sottoscrivere alcun patto».


Il secondo e il terzo pilastro sono costituiti dai due livelli negoziali, specializzati e non sovrapposti. Il primo, o livello nazionale, ha lo scopo di impedire la perdita di potere d’acquisto dei minimi salariali dopo l’abrogazione della scala mobile. Ciò avviene legando ad un tasso di inflazione programmato, definito consensualmente da Governo e parti sociali, l’incremento degli importi tabellari (minimi) per i diversi livelli di inquadramento previsti dai contratti nazionali di categoria. Il secondo, o livello decentrato (in ambito aziendale o territoriale), intende assicurare una crescita non inflazionistica del potere d’acquisto delle retribuzioni attraverso la definizione di un salario di risultato, variabile e aggiuntivo rispetto a quanto definito a livello nazionale. Questa voce salariale è legata al conseguimento di obiettivi condivisi riferiti ad aumenti di produttività, profittabilità e qualità delle produzioni, negoziati in azienda o nel territorio. In altri termini, il Protocollo prevede una forma di politica salariale d’anticipo (tasso di inflazione programmato), che sostituisce e supera il previgente meccanismo della scala mobile (che recuperava ex post la perdita di potere d’acquisto dei minimi), sterilizzando la spirale salari-prezzi. E prevede altresì che l’incremento delle retribuzioni reali avvenga a livello decentrato: 1) in presenza di miglioramenti di produttività, profittabilità e qualità delle produzioni; 2) e solo se tali miglioramenti siano stati previsti da un accordo collettivo decentrato.


Non è difficile notare, scrivono Tronti e Ricci, «come questa architettura negoziale manchi di qualunque riferimento all’obiettivo macroeconomico della stabilità delle quote distributive nel reddito, contravvenendo implicitamente al fondamento dei modelli di crescita costituito dalla cosiddetta “regola aurea” della distribuzione funzionale del reddito».


In altre parole, la “concertazione”, ovvero l’alleanza sociale, in nome della crescita, fra chi possiede i mezzi per produrre e chi vive solo del proprio lavoro è stata un fallimento…per questi ultimi. Tentare di fare la stessa cosa senza che i lavoratori posseggano un’egemonia politica significherebbe condannarli ad una serie di compromessi al ribasso che, alla fine, avrebbero ben poco di rivoluzionario rispetto alla “gabbia” attuale fatta di vincoli di bilancio e aiuti alle aziende senza condizioni sociali da applicare. Al massimo si allargherebbe lo spettro di chi riceve sostegno economico, al costo di una sterilizzazione delle rivendicazioni più profonde.


Per tutto questo, è ragionevole affermare che l’unica classe sociale che avrebbe l’interesse e la coerenza per cambiare il sistema, rovesciare il classismo dell’unione monetaria e della privatizzazione del sistema finanziario e farlo a vantaggio di chi vive del proprio lavoro è…la classe lavoratrice stessa, che non deve confondere i propri interessi e obiettivi neanche con chi, nel suo piccolo, aspira a diventare il nuovo Marchionne o il nuovo Jeff Bezos, con i risultati contraddittori che abbiamo descritto.


Strati sociali che, oltre, essere minoritari, devono essere combattuti economicamente con il conflitto di classe al fine di non far restare altra possibilità, a loro, che seguire le VOLONTÀ dei lavoratori ed essere, al massimo, la loro “stampella politica” contro i pesci grossi.

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