LE DONNE, IL COVID E LA MERCIFICAZIONE PERVASIVA

LE DONNE, IL COVID E LA MERCIFICAZIONE PERVASIVA


A seguito dell’emergenza sanitaria, nel II trimestre 2020 si osserva un aumento del gap di genere (dai 17,6 punti percentuali dello stesso trimestre del 2019 a 18,2). Rispetto allo stesso periodo del 2019 il tasso di occupazione femminile scende, infatti, al 48,4%, contro il 66,6% di quello maschile, registrando un calo superiore a quello degli uomini (2,2 contro 1,6 punti).
Nonostante il livello di istruzione femminile sia sensibilmente maggiore di quello maschile, il tasso di occupazione è molto più basso (nel II trimestre 2020 è il 48,4% contro il 66,6% maschile) e il divario di genere è più marcato rispetto alla media Ue28 (61,7% contro 72,1%) e agli altri grandi paesi europei.


Tutto questo nonostante le donne siano più istruite, in media, rispetto agli uomini.


Nel 2019, in Italia, hanno almeno il diploma il 64,5% delle donne (64,4% nel II trimestre 2020); una quota di 5 punti percentuali superiore a quella degli uomini (59,8%). Nella media Ue28 il divario a favore delle donne è invece pari ad appena un punto. Inoltre, il 22,4% delle donne ha conseguito una laurea (22,6% nel II trimestre 2020), contro il 16,8% degli uomini; un vantaggio femminile che ancora una volta è più marcato rispetto alla media Ue28.


Se c’è una cosa che nell’ultimo ventennio non ha mostrato alcun progresso reale è stata la lotta alla “discriminazione di genere”. Parlo di progresso reale, ovviamente, ovvero di un reale miglioramento delle condizioni di lavoro della donna rispetto all’uomo e di un REALE abbandono dei pregiudizi culturali e sessuali che affliggono la qualità della vita della donna.
In altre parole: non mi riferisco certamente all’apparente e appariscente crescita di personaggi femminili in ruoli chiave della politica internazionale, come nel caso del Presidente della Commissione Europea e della Banca Centrale Europea o del team a trazione femminile di Joe Biden.


Il punto è semplice: sebbene il successo politico di queste donne sia parzialmente un effetto di decenni di emancipazione femminile nel mondo della cultura, dell’istruzione e dei rapporti sociali, la struttura politica che le ha fatte emergere e la prassi politiche che esse continuano a portare avanti sono le stesse che, di contrasto, COMPROMETTONO culturalmente ed economicamente l’emancipazione della stragrande maggioranza delle donne.


La prassi – e l’ideologia – della quale sto parlando è la MERCIFICAZIONE del lavoro e dell’essere umano in generale, la quale dà luogo ad un meccanismo semplice e pervasivo nell’atteggiamento culturale della società, un atteggiamento prevalente che non nasce necessariamente con il capitalismo moderno ma con la nascita stessa dello scambio merceologico. Questo meccanismo è la necessità di massimizzare il valore estratto da un essere umano in quanto oggettivizzato, il che equivale, nella pratica concorrenziale che coincide con quella dello scambio, all’utilizzare qualsiasi posizione di forza esistente per controllare questo essere umano e sfruttare le sue azioni.


Per motivi o meramente biologici o culturali la donna, in questa tendenza all’oggettivazione diffusa, risulta spesso la “parte debole”. Sarà difficile, in altre parole, parlare di soluzione al gap di genere finché esisterà la “necessità” dello sfruttamento dell’individuo sull’individuo, che si riflette nella riduzione della donna alla stregua di lavoratrice non regolamentata e senza limiti in casa, o nel mantenimento di stereotipi sessuali – che danno luogo ad episodi come quelli di revenge porn e a discriminazioni sul lavoro come quello della maestra di Torino– che altro non sono sublimazioni di meccanismi di gelosia/controllo da parte dell’individuo più “forte” su quello più “debole”.


Questa cultura si riflette negli ostacoli quotidiani che sono legati alla più bassa percentuale di occupazione delle donne. Nel 2018, il 22,5% degli occupati con figli di 0-14 anni ha dichiarato di aver cambiato qualche aspetto del proprio lavoro per prendersi cura dei figli. Se è vero che padri e madri riportano problemi di conciliazione in ugual misura, è anche vero che sono soprattutto le donne ad aver modificato la propria attività lavorativa per meglio combinare il lavoro con le esigenze di cura dei figli: il 38,3% delle madri occupate, oltre un milione, ha dichiarato di aver apportato un tale cambiamento, contro poco più di mezzo milione di padri (11,9%).


E le politiche aziendalistiche e di austerità fiscale, promosse per decenni dalle signore sopra citate, derivate tecnicamente dalla libertà di competizione e circolazione dei capitali, non sono altro che la ricetta perfetta per la continuazione di questa corsa all’oggettivazione dell’individuo, che rende investimenti utili nel lungo termine e al benessere della “parte debole” semplicemente “non produttivi”.


La scarsa disponibilità di servizi per la prima infanzia, l’insufficienza di investimenti in politiche per la conciliazione e nell’organizzazione del lavoro delle imprese ancora molto rigida, in una ripartizione del lavoro domestico e di cura all’interno della famiglia ancora squilibrata a sfavore delle donne, sono tutti effetti di questo sistema imperante.

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