LA CRISI LA PAGHI CHI SI E’ ARRICCHITO CON ESSA (E CON QUELLA PRECEDENTE)

LA CRISI LA PAGHI CHI SI E’ ARRICCHITO CON ESSA (E CON QUELLA PRECEDENTE)

Tra le oscenità proposte per affrontare la crisi Covid c’è il taglio lineare degli stipendi dei dipendenti pubblici. Come se il blocco dei contratti (da dieci anni) e la diminuzione del 30% dei dipendenti pubblici stessi non rendesse già abbastanza inefficiente l’amministrazione italiana. Sarebbe una misura dettata puramente dal bisogno di far sentire i precari “non soli”: invece di stabilizzare TUTTI, si precarizza la vita di chi ancora aveva un minimo di tutele.

Attendiamo con ansia un esponente mediatico della classe economicamente dominante che faccia notare il fatto che i miliardari Italiani, DURANTE LA CRISI COVID, sono aumentati di numero e hanno aumentato la loro ricchezza (solo la Aprile a Luglio) del 31%. Lo attendiamo per fargli notare che, dei 9.300 miliardi di ricchezza netta posseduta degli Italiani, circa 5.000 appartengono al 10% più ricco della popolazione, 2.000 dei quali consistono in ricchezza finanziaria e 3.000 in immobili. Precisiamo che la fetta del 10% delle famiglie più ricche, secondo un report di Bankitalia, comprende quelle da 495.700 euro di patrimonio in su. Un report del 2014, tra l’altro, quando il valore degli immobili era più depresso a causa degli strascichi della crisi del 2008 – che aveva colpito molto questo settore – e che lascia pensare che oggi questa soglia sia molto più alta. Lo stesso report, per l’inciso, illustra che il 10% più povero possiede meno di mille euro di ricchezza a testa e il secondo 10% più povero non arriva a 6.500.

Per rispondere alla polarizzazione disumana della ricchezza e far fare investimenti, assunzioni e stabilizzazioni io pretendo, quindi, non il taglio degli stipendi dei dipendenti ma una PATRIMONIALE almeno del 10% sul 10% più ricco. Sotto forma di trasferimento di liquidità e titoli di valore allo Stato per la parte finanziaria e sotto forma di esproprio immobiliare di case da distribuire alla popolazione con difficoltà abitative o di pagamento del mutuo per la restante parte.

Una possibile obiezione potrebbe essere che drenando tale ricchezza dai suddetti settori crollerebbero gli investimenti finanziari. In realtà uno studio recente di Mediobanca (Mediobanca Securities Report, 17 novembre 2015, p. 58 – Nicolo Pessina/Sara Piccinini/Carlo Signani/Carlo Cattaneo) stima per difetto un moltiplicatore fiscale di 1,2 per l’espansione monetaria in investimenti pubblici, sussidi contro la povertà, salari e abbattimento del costo del lavoro. Il che significa che ogni euro aggiuntivo immesso in tali settori economici produce nello stesso anno 1,2 euro di Pil aggiuntivo rispetto al tendenziale e che questa è una stima al ribasso (come riporta il testo di Mediobanca, le politiche fiscali di austerità europee hanno dimostrato un moltiplicatore fiscale maggiore). Ipotizzando di introdurre ex novo 25 o 30 miliardi di euro nell’economia reale si provocherebbe uno stimolo che porterebbe a 30 o 36 miliardi di euro aggiuntivi di Pil (fino a +2,05%), che non solo ammortizzerebbe l’improbabile rischio di contagio di cattive aspettative finanziarie seguito al prelievo fiscale del citato ammontare di ricchezza ma produrrebbe un gettito fiscale aggiuntivo. Non si può, ovviamente, fare un calcolo netto di questo genere in quanto una certa quota della ricchezza finanziaria del 2% più ricco delle famiglie italiane è già investita in “economia reale”.

Tuttavia si può realisticamente assumere che una gran fetta di essa sia investita in strumenti finanziari che hanno la sola funzione di trarre rendite da investire a loro volta in altri strumenti e speculazioni finanziarie, circolando in un meccanismo che difficilmente si traduce in investimenti in economia produttiva. Sebbene non ci siano dati certi su questa tematica si può operare una stima di buon senso che possiede, tuttavia, una forte rilevanza politica e pratica. Si può iniziare col notare che secondo OXFAM il 77% di tutte le attività finanziarie delle famiglie italiane sono possedute dal 30% più ricco di esse. Il 52,5%, invece, dal decimo più ricco. Solo il 10% del portafoglio di quel 30% più ricco è investito direttamente in titoli di Stato (strumenti utili a finanziare la spesa e gli investimenti pubblici).

Riguardo a obbligazioni private, azioni e partecipazioni, investimenti gestiti e titoli esteri c’è da notare che gli strumenti ad alto rischio e rendimento che stanno sotto a questi istituti sono quasi esclusiva dei 3 decili più ricchi della popolazione. Consideriamo poi che oltre il 40% di quel 77% iniziale è detenuto dal 5% più ricco delle famiglie, che ha un patrimonio netto in media pari a 1,3 milioni di euro. Se è vero che un’indagine di Bankitalia e Istat del 2019 ha stimato in 4.374 miliardi di euro il totale delle attività finanziarie degli Italiani, 1.347 miliardi sono appannaggio del 5% più ricco delle famiglie. Il dato preoccupante è, tuttavia, che a fronte di queste cifre gigantesche e (che circolano, sono messe a frutto attraverso interessi, guadagni su strumenti derivati e dividendi e sono parzialmente reinvestite ogni anno – si legge inoltre nel rapporto di Bankitalia che solo nell’ultimo anno di analisi c’è stato un aumento delle attività finanziarie pari a 156 miliardi di euro, +3,7%), l’ammontare di investimenti pubblici e privati annuo in Italia ristagna al 18% del Pil (circa 315 miliardi), con un Pil, nel 2018 stimato in 1754 miliardi di euro.

Quello che è evidente è che la grande maggioranza delle attività finanziarie possedute dagli italiani e, a fortiori, dai centili più ricchi, non è utilizzata attraverso fondi ed istituti di credito per produrre investimenti in economia reale, né indirettamente per produrre redditi, né per credito al consumo, né per sussidi sociali: tutti elementi che coinciderebbero con del Prodotto Interno Lordo, al contrario della mera attività finanziaria.

Se per fare la patrimoniale si deve attuare il blocco della circolazione dei capitali, che si faccia. Se per fare il blocco dei capitali si deve uscire dalla moneta unica, che si faccia. E che si prenda possesso dell’istituto di emissione, per coprire investimenti e assunzioni ulteriori negli anni successivi. E’ più importante la qualità della vita delle persone della libertà della volpe nel pollaio.

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