IL “SALARIO MINIMO” E L’ILLUSIONE DELLA SOSTENIBILITA’ SOCIALE DELL’EUROZONA

IL “SALARIO MINIMO” E L’ILLUSIONE DELLA SOSTENIBILITA’ SOCIALE DELL’EUROZONA

Nessun tema ha subito negli ultimi mesi una semplificazione mediatica così estrema quanto quello degli “aiuti” europei. Ci si è riferiti al Recovery Fund come di un nuovo El Dorado che avrebbe offerto risorse mai viste prima grazie ad uno storico cambiamento di vedute delle istituzioni comunitarie, quando non si parlava che di un sistema di aiuti e prestiti facilitati attraverso bond comuni – disponibili a partire da molti mesi dopo l’inizio dell’emergenza – consistenti in un ammontare annuo minore del crollo annuale stimato del Pil, finanziati in parte con risorse dei contribuenti e che in sostanza baratta un minore livello di interessi sul debito con una maggiore intransigenza futura sulle direttive politiche della Commissione e delle istituzioni europee (istituzioni che, oltre essere ideologicamente compromesse con il grande capitale, soffrono di un noto grave deficit democratico).

Ora, il piano dell’esecutivo per l’utilizzo di tali fondi – piano che deve passare al vaglio della Commissione e del Consiglio Europeo– inviato oggi al Parlamento prevede tanti campi d’intervento che, se a colpo d’occhio potrebbero far gridare ad una conversione “progressista” del governo, non riflettono altro che il minimo di aggiustamenti indispensabili – in un periodo di collasso economico ed emergenza sanitaria con perenne incombenza di un nuovo lockdown – per mantenere a galla il sistema sociale del Paese. Ci riferiamo in particolare all’aumento dei posti letto in terapia intensiva, ai nuovi asili nido, agli investimenti nel digitale e nelle infrastrutture scolastiche. Priorità che una comunità socialista non avrebbe certamente legato allo scoppio di una pandemia – attesa quasi come casus belli per implementare misure di civiltà – e che rimangono per ora nell’incertezza più assoluta riguardo alla loro realizzazione effettiva nel medio e lungo termine, visto che nel documento del governo si parla già, tristemente, di «piano di rientro dei conti» per il «debito eccessivo».

L’elemento più innovativo sembra tuttavia essere il rimando al salario minimo, richiamato lo stesso giorno dalla Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen nei termini di un salario minimo di portata continentale. Non è ancora chiaro se esso si limiterà ad una direttiva europea verso i singoli Stati che ancora non posseggono tale strumento – come l’Italia – o se si arriverà a fissare delle cifre orarie per settore e per aree geografiche.

Il problema dirimente, tuttavia, è che in Unione Europea – in un’unione monetaria fondata sulla libera circolazione delle merci e dei capitali – è insostenibile l’implementazione di una misura del genere, a causa delle contraddizioni stesse del mercato unico.

I casi sarebbero due, ed entrambi corrispondono alla impossibilità effettiva del mantenimento di una proposta simile nella nostra cornice.

Nel primo caso, si può istituire un salario unico “fisso” per tutte le nazioni nel senso che, prevedendo magari un ammontare diverso in ogni Paese, aumenta e diminuisce in maniera parallela per tutte le aree geografiche: ad un aumento dei diritti dei lavoratori finlandesi c’è un aumento dei diritti di quelli greci o polacchi, il che sarebbe il principio base del salario minimo, per abolire teoricamente la possibilità di dumping salariale da parte di governi e aziende che delocalizzano.

In questo caso il Paese che nei mesi successivi incorrerà in un maggiore aumento dell’inflazione o in un minore aumento di produttività – per qualsiasi motivo, come una crisi locale o una esplosione circoscritta dell’epidemia – potrebbe cominciare a soffrire di una diminuzione della propria competitività e quota di mercato all’interno del mercato unico.

Non è un’ipotesi remota, in effetti: soprattutto a partire dalla fissazione de facto della moneta unica fra i futuri Paesi membri dell’eurozona, a metà degli anni ‘90, ciò che è accaduto è stata una divergenza dei diversi conti delle partite correnti (che registra le transazioni internazionali in merci e servizi, redditi e trasferimenti unilaterali correnti). Nel mercato unico europeo, liberalizzato sotto quasi ogni aspetto e senza l’ammortizzatore della flessibilità valutaria a dare impulso, attraverso il deprezzamento dei prodotti interni, alla domanda interna dei Paesi i sofferenza, è stata proprio l’Italia (caratterizzata da un tasso d’inflazione maggiore rispetto ai competitor) a vedere crollare la propria quota di esportazioni fino ad arrivare ad deficit commerciale di circa il 3% di Pil negli anni 2010-2011 (fig. 1).

La moneta unica ed il mercato unico si sono rivelati essere così uno strumento eccezionale per la concentrazione di capitale e, soprattutto, uno strumento politico per l’abbassamento dei salari nelle nazioni in deficit commerciale: la famosa cura Monti e la distruzione della domanda interna (e del costo dei salari interno) aveva come primo obiettivo proprio questo riequilibrio. Cercare di curare gli effetti senza prima curare la malattia è una proposta illusoria e, nel peggiore dei casi, malfidata e diabolica nelle intenzioni. Quale metodo migliore per dimostrare, a posteriori, che “il salario minimo non è che un modo per perdere velocemente competitività” o che “se si vuole il salario minimo bisogna tagliare molto di più in altri settori” per bilanciare l’eccesso di domanda domestica rispetto alla sostenibilità della bilancia commerciale?

Impostare un regime di salario minimo per ridursi ad una crisi di squilibrio dei mercati sopperita da un’esplosione di debito privato, esattamente come successe nei primi anni 2000,[1] è probabilmente l’ultima cosa di cui abbiamo politicamente bisogno.

La maggiore obiezione a questa tesi potrebbe essere quella per cui i differenziali di inflazione che, all’avvento dell’euro, avevano provocato squilibri di mercato dipendevano propriamente da una differenza di trattamento dei lavoratori e delle loro retribuzioni: la Germania, ad esempio, avrebbe giocato sull’abbassamento delle tutele sul lavoro e, quindi, del potere negoziale e delle retribuzioni orarie e goduto di un vantaggio commerciale “illecito”. Il problema è, però, che l’anarchia del mercato e della formazione dei prezzi fa sì che il costo del lavoro non sia affatto l’unico fattore a determinare i differenziali di inflazione e competitività. Diversi studi[2] dimostrano come tali differenziali, fra i paesi europei dei primi anni 2000, avevano avuto origine dai più diversi elementi: il livello di tutela del lavoratore gioca sì un ruolo importante, ma tutti gli altri fattori superano in aggregato l’effetto di questo in molte nazioni (fig. 2): vi è l’effetto dell’inflazione “inerziale” del passato, quello dell’espansione monetaria di un sistema-paese operata attraverso le incontrollabili banche commerciali, l’effetto psicologico legato alla reputazione del Paese in questione nella formazione dei prezzi, l’effetto delle peculiarità del mercato di un Paese e dei rapporti fra i suoi settori, e altre cause poco decifrabili.

In altre parole, per evitare di dover intervenire sul costo del lavoro (come fattore politicamente “più controllabile” all’interno di un mercato per scelta incontrollabile) al fine di bilanciare la competitività dei diversi sistemi capitalisti, l’unica soluzione sarebbe pianificare profondamente l’economia continentale! Una soluzione che è in contraddizione con i Trattati Europei e irraggiungibile politicamente nell’attuale Unione Europea.

Ma in assenza di una pianificazione centralizzata con lo scopo di dare priorità alla dignità del lavoratore e non alla competitività fra le diverse branche del capitalismo, ciò che accadrà eliminato il solo fattore controllabile nell’immediato nel costo del prodotto potrebbe essere una nuova rincorsa al debito privato per sopperire al crollo della bilancia commerciale fino alla successiva bolla del debito che scoppia e alla prossima figa di capitali. Ammesso che inizi affatto questa bolla, visto che nel mercato unico dei capitali, se non si viene visti come un Paese solido, essi vanno in vacanza altrove.

Nel peggiore dei casi lo scenario potrebbe essere quello di una Commissione Europea che “suggerisce” al Paese meno competitivo di attuare tagli lineari nel tentativo di controllare il tasso d’inflazione, con il risultato (già esperito dai Paesi del sud Europa) di deprimere ulteriormente le relative economie.

Abbiamo detto che questo potrebbe corrispondere ad un primo caso di implementazione di “salario minimo europeo”.

Il secondo caso sarebbe molto più semplice da analizzare: potrebbe coincidere ad un salario minimo che varia in maniera diversa da Paese a Paese, che aumenta a velocità diverse a seconda dell’inflazione e della “competitività” reciproca. In questo caso, semplicemente, non sarebbe un “salario minimo europeo”.

In conclusione, un salario minimo a livello continentale è possibile solo attraverso un’economia pianificata, che allochi attraverso una scelta collegiale e democratica produzione, capitali, investimenti e prezzi a seconda delle necessità di sviluppo umano ed economico dei singoli territori. L’UE per definizione vieta questo.


[1] https://www.lavoce.info/archives/26518/il-nuovo-patto-non-funzionera/.

[2] F. Jaumotte, H. Morsy, Determinants of Inflation in the Euro Area: The Role of Labor and Product Market Institutions, Imf WP, 2012.

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