IL VALORE DELLA LIRA E LA REAZIONE PADRONALE

IL VALORE DELLA LIRA E LA REAZIONE PADRONALE

Gli ambienti anticapitalisti oggi soffrono di alcune incertezze teoriche che possono compromettere la ricerca di una soluzione realistica al così detto “pensiero unico” liberalista, e queste hanno principalmente radici in una certa interpretazione parziale delle storia italiana recente. Una di queste è la convinzione per cui il problema della “reazione padronale” avvenuta a inizio anni ’80 sia slegato da fattori di politica valutaria e monetaria. La messa in pratica di un cambio fisso o meno flessibile tra le valute del mercato europeo sarebbe neutrale e non avrebbe contribuito ad accentuare l’assetto iper-capitalistico in cui oggi ci troviamo perché, si dice, anche nell’epoca del compromesso sociale e dell’aumento moderato dei salari e dei diritti, con Bretton Woods, vigeva un regime di cambi fissi (o semi-fissi).

Il punto è che fino al ’71 c’era sì Bretton Woods, il che era comunque un sistema di cambi aggiustabili, ma l’esistenza di questo coincideva con un boom economico senza precedenti che diede il via in Italia ad un’esplosione di produttività rispetto all’aumento dei salari: innanzitutto per questo, nonostante il differenziale di inflazione (minore rispetto al futuro ma già esistente) fra Italia e il maggior partner commerciale, la Germania, la rigidità del cambio non provocò uno squilibrio eccessivo nella bilancia commerciale. Ciò fu dovuto anche anche al fatto che non si trattava ancora dell’epoca dell’iper-inflazione italiana e non c’era ancora una integrazione commerciale con gli altri paesi come sarebbe stata dopo (negli anni ’50, per via dei dazi, erano presenti meno auto straniere che negli anni ’20, e un sistema di unione doganale Europeo iniziò a esistere nel 1968). La classe padronale concedeva perciò moderati aumenti retributivi e di trattamento, subiva senza rischiare l’autodistruzione le lotte operaie di quel tempo perché manteneva su una situazione di equilibrio nelle tensioni inter-capitalistiche.

Negli anni ’70, oltre la grossissima pressione salariale dovuta alle nuove lotte operaie esplose l’iperinflazione dovuta a questi e alla crisi petrolifera, e l’Italia fu in testa a questo fenomeno. Quando in Germania, nel ’74, si toccava un’inflazione record nel dopoguerra dell’8%, in Italia era del 25%. Per sopperire a ciò, la Lira si svalutò contro le valute dei maggiori competitor (cosa non così immediata in Bretton Woods). Da notare, tra l’altro, che tale svalutazione non fu un fenomeno negativo per le classi basse nella misura in cui era proprio l’aumento dei salari REALI (che nel ’76 raggiunsero anzi il loro massimo storico, andando evidentemente più veloci dall’aumento dei prezzi) uno dei fattori a provocarla. Il binomio svalutazione-inflazione ha dunque degli effetti sociali che dipendono da vari fattori, tra cui il potere negoziale del proletariato. In quel caso il margine di profitto del capitale (eroso anche nel rendimento reale dei titoli finanziari) giunse ai minimi storici. Quello che NON si sarebbe dovuto fare in un contesto accettato di libero mercato, in quel momento, era mettere paletti alla svalutazione della Lira, con il Sistema Monetario Europeo che causò degli stop alla svalutazione soprattutto dal ’78 all’81 e dall’88 al ’92, nonostante i differenziali di inflazione fossero ancora maggiori in Italia. Questi paletti, che erano ricercati dalle parti più finanziarizzate del capitale, quello che bramava per fare profitti con la libera circolazione internazionale della ricchezza senza pericoli di svalutazione degli asset e controlli pubblici, sarebbero stati abbracciati in maniera condizionata dalla grande industria (ammesso che i protagonisti di questa possano differenziarsi dai primi): le condizioni erano maggiore libertà di licenziamento e di repressione salariale. I sindacati e il PCI invece finirono per accettarli in nome della “virtuosità”, della critica al consumismo (per attuarli servivano le prime strette ai consumi) e dell’eurocomunismo ecumenico.

Quello che si sarebbe dovuto fare dal lato del proletariato era, piuttosto, il controllo delle unità produttive, del commercio estero (fondamentale per combattere la concorrenza al ribasso sui salari e a non far divorare unità produttive giovani e in via di sviluppo da grossi oligopolisti) e l’investimento del “valore aggiunto” (non ‘plusvalore’) in innovazione e trasformazione degli impianti, per superare la crisi scatenata dal petrolio e i cambiamenti produttivi epocali. Si fece l’esatto opposto: si svalutarono i salari per sopperire alla poca svalutazione della valuta e si investì poco in innovazione tecnica.

Si arrivò poi, così, alla crisi valutaria del ’92, perchè si era deciso politicamente di salvare la stabilità della Lira con continui interventi della Banca d’Italia che spendeva ogni mese miliardi per tenere stabile il cambio: fu una crisi autoindotta da un’ideologia, senza questo accanimento gli speculatori non avrebbero avuto motivo di scommettere al ribasso vendendo Lire per tutto quel tempo (sapendo che Bankitalia le avrebbe riacquistate di continuo svendendo un patrimonio). L’alternativa nel 1992 era quella che c’è da sempre e non è mai applicata perchè non ci sono le condizioni politiche: il controllo pubblico popolare degli istituti finanziari e di emissione e dei mezzi di produzione, oltre che del commercio estero (negoziando con i partner commerciali eccetera). Nel 1992 venivamo da un decennio di aumento del debito pubblico dovuto soltanto all’esplosione degli interessi (la spesa corrente su Pil si stabilizzò proprio negli anni ’80, quando cominciò a volare il debito), causati dalla politica anti-inflazionistica della Banca Centrale e dall’apertura ai mercati privati globali. Rovesciato questo assetto, il concetto di default per un paese diventa invece un non-sense.

Maastricht, totale antitesi dell’ideale politico socialista, visto come unica alternativa proprio dopo il crollo del socialismo, ci ha messo il cappio al collo e la rigidità valutaria (che causa asimmetrie in un sistema di unione doganale – che c’è, ripetiamo, dal 1968 – e a maggior ragione in un mercato unico, essendo letteralmente accettabile solo in un contesto di economia pianificata) è uno dei corollari di questa scelta politica: favorire il più possibile la libera circolazione dei capitali, dando loro la possibilità di creare bolle o minacciare la fuga se un governo non si allinea politicamente al consenso liberalista.

L’elemosina a debito del Recovery Fund, le facilitazioni e le garanzie sui crediti alle imprese, la mancanza di assunzioni pubbliche e di grossi investimenti pubblici per ammortizzare la perdita di produzione e posti di lavoro, le deroghe al Dl Dignità e l’inganno del falso blocco dei licenziamenti sono tutti elementi figli di certe scelte POLITICHE fatte nella storia d’Italia, soprattutto nel momento in cui c’era da scegliere fra socializzazione dei mezzi di produzione e pianificazione socialmente utile degli investimenti e REAZIONE alla perdita dei margini di profitto attraverso la finanziarizzazione del patrimonio (di cui il libero mercato unico è una delle condizioni) e l’abbassamento delle rivendicazioni salariali.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *