UNA RIFLESSIONE SUL MODELLO DI SVILUPPO DI CUBA

UNA RIFLESSIONE SUL MODELLO DI SVILUPPO DI CUBA

La visibilità che hanno avuto le equipe di medici cubani in missione contro il Covid in giro per l’Europa e il mondo è stata un’occasione mancata per riflettere moralmente e filosoficamente sul modello sociale di Cuba che, a prescindere dagli ideali, si mantiene ancora come un unicum al mondo.

La riflessione è morale perché si tratta di valutare non tecnicamente ma esistenzialmente se sarebbe preferibile universalizzare il modello di Cuba piuttosto che quello classico occidentale: una discussione sulla preferenza di modi di vivere e di vivere-con-gli-altri, e non tanto un dibattito circa la veridicità o meno di certe ipotesi sociologiche o economiche.

Vediamo.

Al principio del 2008 Carlos Fernández Liria, professore di filosofia dell’Università Complutense di Madrid, pubblicò un articolo critico sul modello di sviluppo capitalista dei paesi industrializzati occidentali. Alla base della critica dello studioso spagnolo c’è il grafico elaborato da Mathis Wackernagel, ricercatore della Global Footprint Network della California e coideatore del concetto di «impronta ecologica», che ordina diverse aree geografiche in uno spazio cartesiano determinato dall’Indice di Sviluppo Umano (HDI) in ascissa e dall’impronta ecologica (EFP) in ordinata.

L’impronta ecologica è espressa in quantità di pianeta Terra che occorrerebbero laddove un certo livello di consumo presente in un dato territorio (paese nazionale o regione geografica) fosse esteso a tutto il mondo. Tale grafico fu elaborato a partire da un’analisi di dati provenienti da 93 paesi per un periodo compreso tra il 1975 e il 2003. Ebbene, nel grafico elaborato da Wackernagel, Liria osserva che la Cuba socialista è il solo paese ad avere un elevato Indice di Sviluppo Umano (il suo HDI è di poco superiore a 0.8) e un’impronta ecologica sostenibile (EFP). Ovvero, Cuba ha raggiunto un elevato HDI ed ha un modello di sviluppo che se esteso all’intera popolazione mondiale consumerebbe non più risorse di quelle presenti in un solo pianeta terra. Al contrario, i paesi capitalisti sviluppati occidentali, quali ad esempio il Regno Unito o più in generale i paesi dell’area nord-americana o europea, hanno certamente un HDI alto (HDI ≥ 0.8), ma al contempo un modello di sviluppo che se fosse esteso all’intera popolazione mondiale necessiterebbe di risorse ambientali pari a 3 o più pianeta Terra. In altre parole, Cuba è il solo paese tra i 93 analizzati ad avere uno sviluppo socialmente soddisfacente ed anche ecologicamente sostenibile.

Cuba dunque sarebbe l’equilibrio migliore tra benessere ed universalizzabilità di un modello, al giorno d’oggi (lo studio è attempato, ma poco è cambiata la politica interna di Cuba). Partendo da un punto di vista Kantiano (e forse anche Rawlsiano, una volta posto il velo d’ignoranza sul luogo del mondo dove finiremo a vivere dopo essere nati) verrebbe da dire che una norma che può valere come norma universale è quella preferibile.

Da un punto di vista dialettico, però, ci scontriamo già con il problema di un contesto fossilizzato nelle contraddizioni attuali, che non permettono a Cuba di massimizzare proprio quel benessere sociale su cui ha puntato tutta la sua politica.

I motivi li conosciamo tutti. Il bloqueo americano non è solo un atto criminale che dal 1962 impedisce le transazioni con quello che sarebbe il più grande partner commerciale  – con Trump che ha incrementato addirittura alcune limitazioni – , è una tattica che provoca conseguenze nel commercio di Cuba con tutti gli altri Paesi. Una nave europea, ad esempio, può non voler avere a che fare coi porti di Cuba per non subire le ritorsioni delle sanzioni americane.

Per questo motivo Cuba incentrò tutto il suo commercio con i paesi del blocco socialista e, probabilmente, si focalizzò in maniera preponderante sulla creazione di una comunità equa, di benessere e di educazione culturale (la spesa per l’istruzione è del 13% del Pil) rispetto all’elaborazione tecnica dell’industria manifatturiera – complice l’esportazione di materie prime e zucchero che poterono per anni essere scambiate con tecnologia sovietica. Se questa fu una buona strategia è difficile da valutare. Da un certo punto di vista essa sembrò fallire con il crollo del blocco socialista internazionale, con Cuba costretta a rimodulare il lentissimo procedere verso la modernizzazione industriale e a cedere sulla concessione di investimenti esteri per recuperare un po’ di valuta “pregiata” della quale ha da allora urgentemente bisogno. Dall’altro, è proprio grazie all’educazione che il popolo cubano non ha ancora ceduto alle pressioni delle élite americane, che vorrebbero trasformare Cuba in ciò che era prima di Castro: un paese in tutto e per tutto controllato economicamente dai capitali Usa, con unica prospettiva per i giovani dei lavori a basso salario ma, a differenza di oggi, con nessuna copertura sanitaria e di welfare ed una disuguaglianza ed un degrado sociale inaccettabile.

Per via delle contraddizioni di un contesto che produce solo in funzione del grande capitale e costringe una piccola realtà a fare scelte sociali che nessuno vorrebbe fare, oggi Cuba ha sì la migliore crescita sostenibile ma, allo stesso tempo, è anni luce lontana da quello che potrebbe essere se avesse puntato di più in una innovazione tecnologica – lo ha fatto prevalentemente nella medicina – che potrebbe alzare il livello di produzione e consumi senza compromettere quello del rispetto ecologico (al contrario di ciò che succede quando l’innovazione è portata avanti da gruppi multinazionali privati).

Occorre dunque un progresso dialettico che elimini le contraddizioni capitaliste internazionali.

Detto questo, un ultimo paragrafo per smentire i luoghi comuni “tecnici” su Cuba.

Cuba ha certamente un inevitabile disavanzo commerciale e, dunque, un grande debito estero (34% del Pil). Tuttavia, esso è quasi trascurabile rispetto a quello dei paesi più sviluppati: dal 283% del Regno Unito, al 98% degli Usa, al 126% dell’Italia. Non vive un momento di boom economico, ma la media di crescita dell’1,5%-2% degli anni recenti è pur sempre maggiore di quella del nostro Paese. Non contempla l’esistenza dei partiti all’infuori del Partito Comunista Cubano, ma ciò si situa in un contesto e un significato completamente differente. A Cuba le elezioni non sono competizioni fra partiti, ma vi è la scelta democratica da parte delle comunità locali di rappresentanti indipendenti che possono arrivare fino all’Assemblea Nazionale. Il fatto che Fidel Castro sia stato al potere per quasi 50 anni riflette il voto unanime dell’Assemblea ad ogni elezione, dovuto al suo prestigio e al suo carisma, interpretarlo come dittatura significherebbe stravolgere il significato che la Rivoluzione ha avuto per la qualità della vita dei cubani. Il Partito (non legato formalmente agli organi governativi) ha la funzione, invece, di educazione ideologica: come da noi i principi fondamentali della Costituzione e i diritti umani sono insegnati nelle scuole e chiunque non li rispetti è (giustamente) ostracizzato sia socialmente che legalmente, a Cuba i principi del socialismo sono considerati alla base della civiltà. Hanno lo stesso valore civico e costituzionale dei diritti umani: solidarismo, cooperazione, equità, diritto REALE al lavoro, all’istruzione e alla salute universale, ripudio della rendita da capitale e dello sfruttamento lavorativo. Chiunque si pone contro è fuori dalla legalità – e magari fosse così anche in Italia.

La Repubblica Cubana è un unicum perché ha scelto storicamente di anteporre il benessere fondamentale degli individui e la loro educazione valoriale allo sviluppo veloce ma cieco della produzione, ma vanta comunque dei fondamentali economici migliori di diversi paesi capitalistici nonostante l’embargo sessantennale imposto dagli Usa e le conseguenze globali che esso comporta.

Non è l’“ideale” per i motivi che abbiamo illustrato, ma è un quadro da apprezzare e valutare in una riflessione sui valori che rendono piena una esistenza.

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