IL DL RILANCIO E LE COPERTURE. LA VERA RIPRESA AVVERRA’ CON L’OCCUPAZIONE DI BANKITALIA

IL DL RILANCIO E LE COPERTURE. LA VERA RIPRESA AVVERRA’ CON L’OCCUPAZIONE DI BANKITALIA

Decreto Rilancio, indiscrezioni parlano di un problema di coperture per il prolungamento della Cassa Integrazione e per il premio di 1000 euro agli operatori sanitari. Fonti indicano un grande programma di dismissioni immobiliari per sopperire. Il MEF smentisce i problemi e io ci credo: ormai in questa bolla temporale indebitarsi con i grandi fondi e le grandi banche non è eccezionalmente un problema. Fino alla prossima curva.

Non accetterò mai un assetto del genere, in cui la vita e la morte di umili lavoratori che assicurano servizi essenziali dipende dal successo tecnico delle aste informatiche dei BOT e dei BTP. La cosa da fare principalmente oggi è prendere possesso POLITICO della Banca d’Italia per sovvertire completamente l’utilizzo dei suoi strumenti tecnici ed imporre al sistema finanziario e alla macchina amministrativa l’abolizione del debito pubblico (eccetto quello detenuto dai piccoli risparmiatori) e un circuito di pagamenti fondato su una valuta erogata direttamente dal Tesoro, senza interessi, a seconda delle necessità produttive popolari. Anche se Bankitalia (teoricamente un istituto di diritto pubblico) è oggi una mera succursale della BCE, è la struttura tecnica che materialmente gestisce l’emissione dei Titoli di Stato e la liquidità del Ministero delle Finanze, facendo allo Stato servizio di Tesoreria. E’ il grimaldello col quale imporre la nazionalizzazione immediata di tutti gli istituti finanziari del Paese, passo fondamentale per mettere in pratica una vera e pianificata ripresa basata sul credito a costo nullo per i settori produttivi che servono all’occupazione, ponendo come condizione la tutela del lavoratore e il suo controllo sulle attività economiche. Nessuna banca privata sarà mai disponibile a fare ciò – per sua natura, è pro-ciclica, preferisce mettere liquidità nelle bolle finanziarie in momenti di incertezza ed è legata da scatole cinesi azionarie ai proprietari delle maggiori imprese.

Le condizioni di base per attuare tali azioni è l’appoggio incondizionato della maggior parte della popolazione e cioè delle classi lavoratrici, quelle che non hanno nessun interesse a mantenere un sistema fondato sulla rendita finanziaria. L’obiettivo è quindi rendere coscienti tali masse, anche perché le inevitabili turbolenze mediatiche e amministrative che saranno messe in atto dai quadri tecnici contrari a determinate soluzioni potrebbero minare la certezza di un elettorato non spiccatamente convinto della causa.

La Banca d’Italia, comunque, è soprattutto il gestore del debito e del denaro frutto di esso. I pagamenti relativi allo stesso debito pubblico, compresi quelli relativi ai titoli dematerializzati in gestione centralizzata, vengono riepilogati giornalmente sul mod. 184 T., [un registro della Banca] prodotto con procedura informatica, distintamente per: – buoni poliennali e certificati del tesoro – capitale; – buoni poliennali e certificati del tesoro – interessi.

La Banca d’Italia inoltre è la banca di tutte le banche private del Paese, il che significa che ogni istituto di credito ha un conto corrente in essa e dipende da essa per rifornirsi di liquidità in ultima istanza. In generale la Tesoreria centrale, oltre ai compiti svolti dalle Tesorerie provinciali sue “sottoposte”, ha le seguenti attribuzioni particolari:

  1. esecuzione delle operazioni sui conti correnti che il MEF intrattiene con enti, istituti, amministrazioni statali ed altri soggetti pubblici e privati;
  2.  gestione finanziaria dei certificati azionari e obbligazionari di pertinenza del MEF;
  3.  accettazione e restituzione dei depositi definitivi amministrati dal MEF ed esecuzione delle operazioni ad essi connesse;
  4.  custodia di titoli ed altri valori di proprietà del MEF.

In altre parole, chiunque voglia LIBERARSI dalla dittatura dei mercati, ovvero dal potere decisionale quasi assoluto che hanno sulla politica fiscale i grandi capitali finanziari in circolazione attraverso banche private, fondi comuni, borse europee e internazionali, chiunque voglia EMETTERE UNA VALUTA TOTALMENTE CONTROLLATA DAL POTERE POPOLARE deve prendere completo possesso materiale, e non solo “giuridico”, della Banca d’Italia e di tutte le sue funzioni logistiche attraverso i suoi sistemi informatici e non, fondendola col potere politico.

Si dirà: il Governatore della Banca d’Italia è espressione del governo, quindi è legato politicamente alle sue decisioni. No, non è così. Egli, oltre avere completa autonomia decisionale, è nominato ogni sei anni (come anche il direttorio) e, perciò, indipendente dall’alternarsi degli esecutivi.

Il Direttorio della Banca d’Italia è, poi, organo collegiale al quale la legge (l. 262/2005) ha attribuito la responsabilità di adottare i provvedimenti a rilevanza esterna relativi alle funzioni istituzionali della Banca; questi provvedimenti possono incidere in senso favorevole (autorizzazioni) o sfavorevole (es: irrogazione di sanzioni) sulla sfera giuridica dei soggetti vigilati. E il Direttorio è nominato, su proposta del Governatore, dal consiglio superiore della Banca, espressione degli azionisti PRIVATI. Il Governatore può non volere (anzi, si presume non voglia) lo scontro istituzionale con i consiglieri, quando formula i nomi da proporre.

La vittoria alle elezioni non assicura dunque l’immediata presa di potere decisionale dell’istituto di emissione monetaria (o, meglio, di quello che dovrebbe essere tale, una volta disconnesso il cordone dalla BCE) e di maggior controllo, insieme alla Consob, delle attività della costellazione delle banche e degli istituti finanziari privati – i quali dovrebbero essere i primi target della nazionalizzazione per un partito con le finalità descritte.

Senza contare i vari incarichi non apicali di Bankitalia, come il Segretario Generale, il Direttore Centrale dell’area Patrimonio immobiliare e acquisti, l’Avvocato generale responsabile dell’area giuridica e così via. Essi sono ancora nominati dal Governatore, sentito il Direttorio, portando a cascata gli stessi problemi politici appena descritti.

E poi, l’aspetto più importante: la nomina dei tecnici e dei dirigenti all’interno dei Ministeri e degli enti pubblici.

Già, perché se lo scopo è emettere moneta controllata dal potere pubblico e utilizzarla per tutti i pagamenti come minimo, prima che il processo di nazionalizzazione delle banche private abbia fine, devono essere imposte autorizzazioni ministeriali allo spostamento dei capitali per impedire un temporaneo shock di fuga dei capitali dal sistema finanziario, fuga che farebbe andare in temporaneo tilt il sistema dei pagamenti nazionale. E’ una mossa esplicitamente illegittima rispetto ai Trattati europei e, quindi, per metterla in pratica devono esistere funzionari ministeriali e pubblici totalmente fedeli alla causa. Siamo sicuri che un governo, anche se eletto con tale programma, sia capace di assicurarseli per via puramente Costituzionale?

La Corte Costituzionale ha definito come legittime le rimozioni dagli incarichi degli uffici amministrativi in anticipo rispetto alla scadenza naturale solo nel caso in cui i dirigenti siano stati nominati intuitu personae dall’organo politico, non con la procedura comparativa con avviso pubblico o con concorso pubblico: si tratta di figure in cui l’elemento politico si pensa prevalere su quello professionale, come ad esempio nei Ministeri il Segretario Generale o il Capo Dipartimento. Sappiamo, ovviamente, che ogni figura dirigenziale possiede un ruolo (giustamente!) politico, nella misura in cui è pienamente responsabile della buona applicazione delle direttive politiche.

Lo spoil system, in Italia, è attualmente regolato dalla legge n. 145/2002, che prevede, all’articolo 6, che «le nomine degli organi di vertice e dei componenti dei consigli di amministrazione o degli organi equiparati degli enti pubblici, delle società controllate o partecipate dallo Stato, delle agenzie o di altri organismi comunque denominati, conferite dal Governo o dai Ministri nei sei mesi antecedenti la scadenza naturale della legislatura, computata con decorrenza dalla data della prima riunione delle Camere, o nel mese antecedente lo scioglimento anticipato di entrambe le Camere, possono essere confermate, revocate, modificate o rinnovate entro sei mesi dal voto sulla fiducia al Governo […] Le stesse norme si applicano ai rappresentanti del Governo e dei Ministri in ogni organismo e a qualsiasi livello».

Questo vale per i dirigenti apicali, la cui durata se nominati in periodi non contemplati dall’articolo sopracitato può accavallarsi al variare degli esecutivi (in genere va dai due ai tre anni). I dirigenti di livello inferiore che sono tali sempre per aver superato un concorso, ricoprono il proprio ruolo secondo un principio di rotazione triennale e secondo le decisioni dei capi dipartimento. Non secondo un principio di nomina politica dunque. Secondo la 124/2015, la nota riforma Madia poi mai entrata in vigore, quanto alla durata degli incarichi dirigenziali, veniva previsto il termine di 4 anni, rinnovabile di ulteriori 2 anni, a condizione che il dirigente abbia conseguito una valutazione positiva e con decisione motivata dell’amministrazione, per una sola volta; successivamente, viene svolta la procedura comparativa con avviso pubblico, cui può partecipare il dirigente già titolare dell’incarico salvo il caso di uffici a rischio di corruzione per i quali la legge già richiede il rispetto del principio della rotazione.

Nel rispetto dei principi di cui all’articolo 19 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e delle disposizioni di cui all’articolo 26 della legge 1° febbraio 1989, n. 53, la durata degli incarichi dirigenziali dell’amministrazione statale segue oggi la ratio per cui essa è correlata agli obiettivi prefissati e, comunque, non può essere inferiore a tre anni nè eccedere il termine di cinque anni.

In ogni caso questi dirigenti non necessariamente sarebbero “abbinati” all’ideologia politica del governo in carica.

Si potrebbe sostenere che la soluzione a queste urgenze sarebbe modificare le convenzioni, le leggi e i regolamenti che normano le nomine dei dirigenti e dei funzionari negli istituti qui citati. Sarebbe certo la soluzione ideale, ma se risultasse troppo lenta rispetto al panico creato tra i “grandi investitori” (leggasi i grossi possidenti di titoli e fondi che non vogliono perdere le loro rendite parassitarie) ci sarebbe bisogno di un metodo più immediato a meno legittimo costituzionalmente.

Io personalmente non avrei remore morali a disapplicare le corrette procedure Costituzionali o legali, soprattutto perché la Costituzione è totalmente disapplicata almeno dalla sottoscrizione del Trattato di Maastricht o, probabilmente, da quando si è cominciata ad aumentare l’imposizione fiscale sul lavoro per pagare gli interessi sul debito pubblico fioriti dalla liberalizzazione dei capitali operata negli anni ’80 – tutto l’opposto di quello che dovrebbe fare una Repubblica che si presume sia “fondata sul lavoro”, e non sulla rendita finanziaria.

Resta da capire a livello operativo-miliare quali sia la soluzione migliore. Affidarsi a figure apicali di fiducia nelle forze armate per implementare dei decreti di dubbia costituzionalità e coerenza con i trattati internazionali? Infiltrare uomini e forze popolari nelle forze armate e nei servizi segreti? Rendere partecipe materialmente – oltre che ideologicamente – il popolo e le classi lavoratrici intere?

Una risposta univoca potrà essere data solo quando ci sarà un partito che starà concretamente organizzando una Resistenza materiale allo strapotere dei grandi creditori nazionali ed internazionali. Ciò che è certo è che occorrerà un elettorato che non sia solo votante ma anche militante, capace di far sentire la propria forza a livello organizzativo e sui territori, così da determinare le risposte delle forze armate e degli istituti non ancora allineati alla volontà politica delle classi lavoratrici.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *