PRIMO MAGGIO 2020. LA FESTA DEL LAVORO TRADITA

PRIMO MAGGIO 2020. LA FESTA DEL LAVORO TRADITA

Il maggiore sforzo del contenimento dell’epidemia e del mantenimento dei servizi essenziali è certamente stato sostenuto da operatori sanitari, operai industriali, netturbini, e tutti i dipendenti che, mentre i loro “datori di lavoro” stavano ai posti di comando nei loro ambienti sterili e comodi, rischiavano la vita (in molti casi perdendola) per fare ciò che era giusto per la comunità.

Ogni logica morale vorrebbe che la ricompensa economica di una eventuale ripresa spetti principalmente a loro – non certo ai membri di Confindustria che hanno fatto a gara ad aggirare i divieti o agli imprenditori della sanità privata che poco o nulla hanno contribuito al debellamento del virus. Men che meno ai capitalisti finanziari, che anzi dovrebbero essere eliminati come classe solo per aver speculato al ribasso (come al solito) sui Titoli di Stato dei paesi più vulnerabili.

Invece, già tra le prime misure di sostegno al reddito emanate dal governo, si nota un inspiegabile ritardo nel conferimento del bonus principalmente agli stagionali che, certo, non hanno partecipato alla lotta al covid-19 ma fanno parte della categoria che ha dimostrato di saperlo e volerlo fare. Di più: per un “refuso” nel Dl Cura Italia, mentre alle aziende si concedono prestiti garantiti, alle banche copertura sui prestiti (con soldi pubblici) e anche ai grossi professionisti si assicura un bonus di 800 euro mensili, lavoratori a tempo determinato, in nero (non certo per scelta loro) e di cooperative non possono ancora ricevere nessun aiuto e quando arriverà consisterà – pare – in meri 500 euro di bonus.

Inoltre, nonostante ci siano tutte le condizioni politiche per farlo e ce ne sia urgente bisogno, non si è mai parlato di stabilizzare o mantenere i posti aggiuntivi creati nelle strutture sanitarie pubbliche in occasione dell’emergenza. Precari della sanità trattati come carne da macello.

Ultimo ma non ultimo, in ambito europeo pare, secondo il Corriere della Sera, che un nuovo progetto stia già prendendo forma dentro il “Recovery Fund”, quello finanziato con soldi di tutti i contribuenti e che, dopo aver preso denaro a prestito dai soliti rentier finanziari, sarà gradualmente ripagato sempre da tutti i contribuenti, si presume soprattutto dalle classi lavoratrici se si prosegue col cammino intrapreso tre decenni orsono con l’aumento della pressione fiscale indiretta. Il progetto consisterebbe comunque nel creare uno strumento europeo in grado di entrare direttamente nel capitale azionario delle imprese dei ventisette Paesi dell’Unione. E forse anche delle banche. Certamente non per controllarle attraverso il potere pubblico, ma per fare da “paracadute” finchè dura la crisi, per poi ritirarsi.

Un classico esempio di SOCIALISMO DELLE PERDITE e capitalismo dei profitti, insomma.

Nulla di nuovo: dopo ogni tragedia le classi lavoratrici ne sostengono maggiormente il peso, tengono a galla un paese, e poi per questioni POLITICHE si sceglie di considerarle l’ultima ruota del carro, perché evidentemente sono le categorie meno organizzate e con meno voce da far sentire.

E’ successo esattamente la stessa cosa nel secondo dopoguerra, quando grazie alla militanza dei partiti ancora autenticamente socialisti i lavoratori avevano anzi maggiore coscienza e potere contrattuale. Infatti a quei tempi non sarebbe stato tutto così scontato come oggi.

La posizione della vecchia classe dirigente economica risultava infatti, dopo la Liberazione, molto indebolita anche dal fatto che le classi lavoratrici avevano affrontato i maggiori sacrifici per la difesa della libertà (alcuni fra i maggiori industriali, come Marinotti, Cini, Valletta e Donegani si erano nascosti o rifugiati in Svizzera). Soprattutto, il Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia aveva affermato – il 17 Aprile 1945 – il diritto degli operai a PARTECIPARE ALLA GESTIONE DELLA PRODUZIONE, «non per dividere gli utili insieme col capitale» scriveva l’economista e Padre Costituente socialista Rodolfo Morandi, che definiva questa concezione «assurda collaborazione di marchio fascista», ma per una «bene intesa collaborazione fra i lavoratori di tutti i ranghi» (per approfondire: Franco Catalano, L’Italia dalla dittatura alla democrazia, Lerici Editore, 1962).

Rodolfo Morandi, Milano, 30 luglio 1902 – Milano, 26 luglio 1955

Durante il periodo clandestino gli operai si erano occupati non solo di salvare le fabbriche, ma anche di compilare le liste degli epurandi e di preparare i nuovi quadri direttivi e, subito dopo la Liberazione, quasi ritornando spontaneamente all’esperienza del 1920 del gruppo torinese de L’Ordine Nuovo, avevano elaborato il movimento dei comitati o consigli di gestione che avrebbe dovuto portare i lavoratori nel vivo dell’azienda.

Ancora Morandi nel Settembre-Ottobre 1945 indicava quali erano state le fasi dello sviluppo di questo movimento: «[…] confusione dapprima nei compiti dei CLN aziendali e delle Commissioni interne; consolidamento delle Commissioni nelle trattative di ordine sindacale; gestazione dei consigli di gestione in seno ai CLN; segnando così il passaggio di questi da organi politici a organi economico-politici; nascita dei consigli di gestione che ci appaiono l’un l’altro dissimili; ma figli veramente di un solo riscatto, il riscatto del lavoro […]». I rappresentanti del capitale, egli concludeva, «non partecipando all’insurrezione politica ed economica del popolo, hanno firmato la loro capitolazione».

Ed effettivamente sembrava, in quei primi momenti, che dovesse essere proprio così, anche perché se i socialisti e i comunisti sostenevano con vigore questa rivendicazione dei consigli di gestione, da altri settori dello schieramento democratico, soprattutto dal Partito d’Azione, veniva avanzata l’esigenza di una riforma fiscale, resa viva e attuale da tutto il passato fascista di accumulazione del capitale, attaccando la gestione degli imprenditori privati del ventennio dal lato della rivendicazione contro l’oligopolismo che si era cristallizzato “offendendo il principio della libertà d’iniziativa”.

Come si vede, la funzione direttiva dei vecchi imprenditori era attaccata da più parti e si diffondeva pure la convinzione che i metodi con cui essi avevano guidato le loro aziende fossero ormai superati e occorresse anche in questo ambito un profondo rinnovamento che solo le classi lavoratrici avrebbero potuto apportare (si veda ancora Catalano, p. 589-592).

Come proseguì la vicenda lo sappiamo: l’esplosione dei consensi della Democrazia Cristiana soprattutto nelle campagne, la politica di moderazione di Togliatti al fine di far passare (invano) il Partito Comunista come forza di governo e la necessità materiale di privilegiare politiche liberaliste per non spaventare gli alleati americani e non restar fuori dai grandi programmi di aiuti che si andavano delineando per non far fuggire anche i paesi dell’Europa occidentale fra le braccia dell’URSS.

I fossilizzati rapporti di forza economici e culturali di oggi non sono minimamente paragonabili alla temperie magmatica che si era verificata nell’immediato dopoguerra. Quello che dobbiamo aspettarci dalle misure economiche di emergenza del governo Conte e di un eventuale “governissimo” di conciliazione nazionale (locuzione atta come sempre a nascondere il compromesso dei più deboli per convincere i più forti a metterci mezzi e soldi per ripartire) è la solita iniezione di liquidità verso i grandi gruppi finanziari e industriali. E nulla più.

Nel caso peggiore non ci sarà neanche questo, ma una completa prostrazione alla teologia dei vincoli di bilancio, astrusa, obsoleta, ascientifica.

Nel 1866, fu approvata a Chicago, in Illinois, la prima legge sulle otto ore lavorative giornaliere, legge che entrò in vigore soltanto l’anno dopo, il 1º maggio 1867, giorno nel quale fu organizzata un’importante manifestazione, con almeno diecimila partecipanti. Da allora questa data è stata occasione di scontri, rivendicazioni, lotte e repressioni che hanno smascherato puntualmente gli interessi grandi e piccolo-borghesi nei vari paesi.

Oggi, complice l’impossibilità di assembramento e la distrazione generale provocata dall’emergenza sanitaria in quanto tale, non ci sarà neanche una degna commemorazione di quando queste lotte avvenivano.

Un motivo in più per recuperare l’entusiasmo dei pionieri, rimboccarci le maniche e ricostruire, sulle macerie, una vera opposizione alla rendita del capitale.

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