I PARTIGIANI E LA LIBERAZIONE MAI COMPRESA

I PARTIGIANI E LA LIBERAZIONE MAI COMPRESA


La lotta per la liberazione fu, per la maggior parte dei civili che ne presero parte, non solo una lotta per la “liberazione dallo straniero”. Anzi, il respingimento di questo era soprattutto in funzione di cosa questo straniero rappresentava nei rapporti economico-sociali: decenni di sterilizzazione o repressione delle rivendicazioni salariali, che erano state messe in funzione di una subdola concertazione corporativa in nome degli interessi “nazionali”. Come oggi, in cui gli interessi nazionali si identificano con il controllo del bilancio pubblico e dell’inflazione per essere “accettati” nel mercato unico dei capitali dalle grandi potenze europee. Tutto questo coincideva con una moderazione delle esigenze di emancipazione economica dei lavoratori. Gli ideali di potenza nazionale, ai tempi della quota 90 e poi delle guerre, non erano molto diversi da oggi – solo che oggi al posto delle guerre si parla di competitività.


E’ per questo che per i partigiani e per i lavoratori la RESISTENZA fu anche e molto spesso negli APPARATI PRODUTTIVI. Il 28 Marzo 1945 gli operai di Milano, Torino e dei maggiori centri industriali si mettevano in sciopero, accompagnati dal «fervido plauso» del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia, che nella loro lotta vedeva «la preparazione dell’insurrezione di popolo per l’estirpazione del fascismo e del nazismo e per il trionfo di una democrazia progressiva». Da notare che nonostante la Repubblica Sociale Italiana aveva messo in atto, almeno sulla carta, la “socializzazione dei mezzi di produzione”, sulla scia dei vecchi ideali Sansepolcrini del ’19, i lavoratori italiani non esitarono nella maniera più assoluta a mobilitarsi contro chi rappresentava un sistema economico che aveva operato nella maniera opposta.Il 18 Aprile di nuovo il ceto operaio di Torino entrava in sciopero ed il Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia interveniva ancora, il giorno seguente, esortando i ferrovieri dell’Italia occupata a seguire l’esempio dei loro compagni piemontesi che da tempo avevano abbandonato il lavoro al servizio del nemico, e impegnando «la sua fattiva solidarietà all’appoggio morale e materiale della LOTTA DEI LAVORATORI dei trasporti, elemento decisivo dell’insurrezione nazionale».


Dove sono finite tutte queste passioni oggi, nel bacino della falsa sinistra che canta Bella Ciao? Gente come Lerner e giornali come la Repubblica usano la barriera dell'”antifascismo” soltanto per evadere i temi che oggi hanno reale importanza fra le masse e che LORO sanno di non poter affrontare, per veti superiori. Ma per chi ha fatto la resistenza i temi del potere ai lavoratori e dell’esproprio dei grandi possidenti e capitalisti era centrale. Infatti, su 230.000 partigiani combattenti riconosciuti, oltre il 50% erano in brigate partigiane a direzione comunista. Il partigiano sognava una società dove a decidere come ripartire il frutto del lavoro fosse chi lavora, appunto. Non chi possiede qualcosa che dà potere a prescindere dal lavoro che ci mette.


Oggi invece, da 40 anni, nel mondo occidentale i salari sono fermi rispetto alla produttività, in Italia anzi sono arretrati fin dall’entrata nell’UE, lo strumento dei miliardari per delocalizzare le imprese ed eludere più facilmente il fisco. E anche in politica le decisioni le prende non chi LAVORA ma chi possiede ricchezze. Infatti i risultati di uno studio di Transparency International del 2017 riportano che il 50% degli ex commissari e il 30% degli ex europarlamentari ora fanno i LOBBISTI.


Dopo la liberazione, il sogno dei partigiani si interruppe bruscamente. La Fiat e le altre fabbriche occupate e gestite dai lavoratori furono ricondotte sotto i vecchi proprietari e, complice la decisione di Togliatti di supportare l’amnistia per una gran quantità di crimini e reati che avrebbero allontanato dalla vita civile migliaia di (ex?) simpatizzanti del regime mussoliniano, le istituzioni repubblicane mantennero la maggior parte del personale del periodo precedente.


Infine, è giusto smentire la diffusa convinzione per cui la resistenza armata non ebbe alcun rilievo militare per gli esiti del conflitto in Italia. Lo stesso Churchill, anticomunista viscerale, dovette riconoscere il contributo dei partigiani: «I partigiani italiani avevano a lungo molestato il nemico tra le montagne e nelle retrovie; il 25 Aprile fu dato il segnale di un’insurrezione generale, ed essi effettuarono attacchi estesi. In molte città grandi e piccole, specie Milano e Venezia, s’impadronirono della situazione. Le rese nell’Italia nord-occidentale divennero fenomeni di massa». Ed il generale Clark affermò che «i servizi resi dai partigiani furono molti ed importanti, compresa l’occupazione di diverse città»; a sua volta la «Special force», che doveva tenere i contatti con le formazioni e coordinare le loro azioni con quelle alleate, scrisse in un suo rapporto: «Il contributo partigiano alla vittoria alleata in Italia fu assai notevole e superò di gran lunga le più ottimistiche previsioni […] Senza le vittorie partigiane non vi sarebbe stata in Italia una vittoria alleata così rapida, così schiacciante e così poco dispendiosa».


Si parla spesso di “secondo Risorgimento”, come se la lotta di liberazione fosse stata una ripresa o una continuazione del primo Risorgimento. Ma questo fu un moto di minoranze che dovettero combattere non solo contro i vecchi sovrani assolutisti, ma anche contro l’ostilità delle classi popolari e, in particolare, dei contadini, mentre fra il 1943 e 1945 tutti, tranne piccoli gruppi di fascisti, si ritrovarono nelle comune lotta e l’umile gente di campagna, che aveva subìto più che voluto anche la prima guerra mondiale, prese parte alla Resistenza, tante volte soltanto con un atteggiamento passivo, ma non per questo meno meritorio, poiché è noto che spesso il coraggio civile è più difficile del coraggio militare in guerra.

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