DOPO IL CROLLO: RIPENSARE IL MODELLO ECONOMICO RADICALMENTE

DOPO IL CROLLO: RIPENSARE IL MODELLO ECONOMICO RADICALMENTE

Il Pil italiano, secondo gli analisti internazionali, crollerà ALMENO dell’11%. Peggio di oggi solo la prima e la seconda guerra mondiale.

Questo significa che per la ripresa non basterà “sostenere le imprese” con sgravi e facilitazioni creditizie. Un impianto non riparte se non ha la certezza che possa esserci un utilizzo e una domanda per i suoi prodotti. Ma la gente non spende più del necessario, neanche con i sussidi, se non ha la certezza che avrà un impiego stabile negli impianti (o altri tipi di produzione). Inoltre, eravamo già in fase di de-industrializzazione e adesso le priorità della società cambieranno, anche in vista di ondate di ritorno del virus, perciò molti prodotti innovativi per la ripresa (reti di intelligenza artificiale avanzate, robotica per lavorare in maniera smart, nuovi strumenti sanitari, eccetera) devono essere creati ex novo, nella situazione sopra descritta.

Non bastano aiuti e sgravi, in una società dove l’imprenditore può far gravare il peso delle difficoltà sulle spalle dei dipendenti causando un disfacimento degli equilibri (già si è visto, e gli scioperi sono la conseguenza) e i capitali finanziari possono fuggire dalle zone più deboli. Occorre la pianificazione e l’iniziativa organica dello Stato nella produzione economica, come espressione delle classi lavoratrici che si coordinano per sviluppare il nuovo tessuto produttivo e prendono possesso degli strumenti finanziari necessari.

Lo Stato, si è visto, viene sempre chiamato in causa piagnucolando quando i privati soffrono. In Gran Bretagna è stato sospeso il contratto di concessione con gli operatori ferroviari, che trasferirà tutti i costi, i rischi e i ricavi al governo, il quale darà un canone alla compagnia per la gestione del servizio. Peccato che, finita l’emergenza e tolte le castagne dal fuoco, la gestione piena tornerà al privato. Intanto Go-Ahead, il maggiore operatore, ha visto il suo listino azionario salire del 17% dopo l’annuncio. Come al solito: profitti privati e perdite relegate al pubblico.

Il pubblico, a maggior ragione se è considerato il più adeguato a salvare l’economia in fasi di crisi, deve coordinare la crescita e l’innovazione anche in tempo di “pace”. In Italia dopo la crisi del 2008 si è avuta la peggior risposta ad una recessione mai attuata: tasse sulle compagnie (Ires) abbassate di 12 punti percentuali, pressione fiscale aumentata su lavoratori e micro-imprese, liberalizzazione del mercato del lavoro con conseguente crollo dei salari reali. Perlomeno dopo la seconda guerra mondiale si era compreso che il tessuto industriale doveva essere ricostruito da enti pubblici (come l’IRI), anche se i frutti della crescita arrivarono ai lavoratori solo più tardi.

E’ ora di cambiare RADICALMENTE modello economico e guardare agli esempi di chi ha ottenuto risultati storici. La Russia di fine anni Venti proveniva da una situazione economica semi-feudale e, come vedremo, non poteva basarsi – come fece la Cina nei decenni scorsi – sulla crescita export-led. Come da noi oggi, vista la pandemia globale.

Gli impianti industriali necessari alla rivoluzione industriale Sovietica potevano essere ottenuti in due modi. Il primo era esportare grano e manifattura leggera ed usare la valuta straniera ottenuta per importare capitale industriale e macchinari. Il secondo modo era sviluppare autonomamente l’industria pesante. Il primo piano quinquennale adottato nel 1928 intraprese entrambe le politiche, e inizialmente fu promossa l’esportazione di prodotti agricoli e di consumo. L’esportazione di grano aumentò da 200.000 tonnellate nel 1929 a 5 milioni nel 1930 e nel 1931. Ma il collasso dell’economia mondiale dopo la crisi di Wall Street rese impossibile basare la crescita Sovietica sulla domanda estera.

Restava la politica della crescita industriale autonoma. Negli anni ’30, così, i ministeri traducevano i piani in obiettivi annuali di produzione, parcellizzandoli per le singole aziende. Vi erano anche target di produttività, costo, occupazione. Una cosa fondamentale da dire è che, poiché il raggiungimento dei target implicava anche lavorare in “perdita”, e siccome i prezzi non riflettevano più il tasso di scarsità o il potere di monopolio, la pianificazione aveva come corollario l’erogazione di credito bancario per mantenere le industrie solvibili. Vincoli di budget “elastici” erano quindi permessi alle aziende per espandere l’occupazione oltre il punto in cui il prodotto marginale coincideva col salario. In altre parole, gli obiettivi stringenti spinsero le imprese ad aumentare la produzione e l’elasticità di budget significava che il costo non era un problema. Il potere centralizzato (al contrario della narrativa dominante) proveniva i maniera piramidale dai consigli dei lavoratori ed esso controllava gli obiettivi di produzione stabiliti tramite i capi fabbrica.

Cosa significa questo? Che lo sviluppo di mezzi innovativi in una economia di mercato non necessariamente trova SUBITO la domanda adeguata per realizzare dei profitti, soprattutto in un contesto di recessione. Eppure essi devono essere prodotti come CONDIZIONE per uscire dalla recessione. Questo è l’unico modo per farlo, sacrificando – dopo una scelta ponderata e collegiale – altri beni come il consumo non necessario (ad esempio), che nel caso sovietico venivano canalizzati per fornire l’energia ai lavoratori dell’industria pesante. In Italia questi sacrifici sarebbero trascurabili, visto il livello infinitamente migliore della situazione di partenza.
I target, sebbene non furono sempre pedissequamente seguiti e raggiunti (a volte furono però anche superati, arrivando ad una produzione del 110% del target), servivano più come strumenti motivazionali. I risultati nei piani furono così clamorosi. La produzione di acciaio e ferro, che era la priorità, raddoppiò in poco più di quattro anni.

La produzione di macchinari aumentò di undici volte tra il 1928 e il 1937. La produzione di attrezzatura militare ed armi (resa necessaria per l’incombente minaccia tedesca) aumentò di 70 volte tra il 1928 e il 1940. Se si pensa che i sovietici non avessero “libertà creativa” durante i piani, consiglio il report dell’americana S. L. Strong, “The Stalin Era”, in cui racconta come – lungi dall’essere irreggimentati – i russi sperimentarono la più grande esplosione di creatività produttiva vista in tempi recenti, con stimoli personali che non necessariamente derivavano da quelli del profitto nel senso astratto del termine.

Documentati come eccezionali furono anche i risultati nella famosa accumulazione di capitale, tanto rivendicata dai liberalisti come loro fattore preponderante della propulsione allo sviluppo. Il tasso di investimento, infatti (che denota il rapporto tra la formazione lorda di capitale e il valore aggiunto creato) aumentò dall’8% del 1928 al 14% del 1932, raggiungendo il picco del 17% nel 1936.

Arthur Lewis, premio Nobel per l’economia, osservò notoriamente nel 1954 che una rivoluzione industriale richiede che il tasso di investimento salga dal 5% al 10% o più. Negli anni ’30 l’Urss superò di quasi il doppio questa soglia. Il risultato fu una crescita rapidissima del Pil e del capitale accumulato: il primo crebbe dal 12% al 16% all’anno, il secondo del 9% l’anno. Questi dati sono tratti da un lavoro di uno storico ed accademico britannico, Robert. C. Allen, intitolato “From Farm to Factory”.

E’ ora di mettere in discussione il pregiudizio per cui lo sviluppo produttivo e il progresso siano inevitabilmente legati alla “libertà individuale” intesa come scollamento delle intuizioni e delle volontà del singolo investitore dal funzionamento collettivo della società. La vera libertà di concretizza nella collaborazione e nel minimizzare asimmetrie informative e asimmetrie di potere, che provocano non “incentivi” (questi provengono dalla realizzazione sociale della persona) ma squilibri nella domanda e nell’offerta.

Please follow and like us:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *