I FONDI SANITARI E LA PRIVATIZZAZIONE OCCULTA DELLA SANITA’

I FONDI SANITARI E LA PRIVATIZZAZIONE OCCULTA DELLA SANITA’

Tra i maggiori “IMBROGLI” sociali delle riforme degli ultimi decenni nell’ambito SANITARIO c’è quello dei fondi sanitari, del welfare aziendale e roba simile. Di questo non si parla mai.

Che SEMBRANO offrire alternative e vantaggi al lavoratore dipendente ma in realtà succhiano soldi che andrebbero alla SANITA’ PUBBLICA gratuita. Miliardi gli euro persi da questa per assicurare le agevolazioni fiscali a questi fondi, convenzionati con le cliniche private.

Oggi il termine di “sanità integrativa” è anacronistico e fuorviante nell’ambito del dibattito sul ruolo del secondo pilastro (i fondi appunto). Infatti, secondo i dati forniti dagli stessi operatori di settore, nel 2016 il 60,5% delle prestazioni erogate dai fondi sanitari sono state sostitutive, ma hanno usufruito dei benefici fiscali previsti dalla normativa. In altri termini, non solo il secondo pilastro può coprire prestazioni già incluse nei LEA sino all’80% delle risorse impiegate dai fondi sanitari, ma beneficia di agevolazioni fiscali che dirottano risorse pubbliche verso erogatori privati, concretizzando un vero e proprio cortocircuito del SSN (Report Osservatorio GIMBE 1/2019, La sanità integrativa).

Insomma, soldi liquidi in meno in busta paga per definanziare la sanità pubblica, e dare sempre più potere ai privati.

Cronache dal coronavirus

Danni Askini, una donna americana contagiata dal Covid-19, per fortuna ora è riuscita a guarire. Non coperta da mutua assicurazione sanitaria (come 27,5 milioni di americani) ha ricevuto una fattura di 34.927,43 dollari (circa 33.000 euro) per le cure e test a cui è stata sottoposta.

Con un’assicurazione sanitaria fornita dal suo lavoro, Danni avrebbe ricevuto una fattura molto meno salata, ma avrebbe comunque ricevuto una fattura. Perché anche quando si è coperti da un’assicurazione, esiste una franchigia di una media di 1500 euro all’anno per persona.

Questo è il sistema che persone come la Bonino e i governi di “centrosinistra” degli ultimi anni hanno cercato di importare in Italia favorendo sempre più la crescita della sanità sostitutiva e delle assicurazioni, anche attraverso il welfare aziendale.

Anche i maggiori sindacati hanno accettato l’offerta di convertire AUMENTI SALARIALI in prestazioni di welfare contrattuale, senza considerare che i vantaggi più consistenti sono per i datori di lavoro che possono azzerare il cuneo fiscale sulle somme erogate ai lavoratori e dedurre le spese dal reddito d’impresa.

Per il lavoratore, invece, l’agevolazione è solo APPARENTE per tre ragioni: innanzitutto con un aumento salariale, oltre a disporre di una maggiore liquidità, godrebbe di maggiori oneri riflessi tramite liquidazione e pensione contribuendo parallelamente ad un maggior gettito fiscale per la finanza pubblica ; in secondo luogo, aderendo ad un fondo sanitario (al prezzo di un mancato aumento salariale) il lavoratore finisce per pagare due volte per le stesse prestazioni, perché continuerà a sostenere con la fiscalità generale il diritto a ricevere l’assistenza sanitaria pubblica (o più probabilmente si finirà per definanziare questa, dando sempre più potere a chi deve fare profitto); infine, della somma versata al fondo il 40-50% non può tradursi in servizi perché variamente assorbito da GESTIONE AMMINISTRATIVA, fondo di garanzia o oneri di ri-assicurazione e da eventuali UTILI della compagnia assicurativa.

Il capolavoro illusionista delle classi dominanti è servito.

Tutto questo corrisponde ad una PRIVATIZZAZIONE OCCULTA

Non è semplice capire perchè si è smantellata la sanità universale in Italia, il contributo apportato dai FONDI SANITARI privati è, come detto, trascurato.

Essi, ripetiamo, privano di liquidità la fiscalità generale e quindi la sanità universale, illudendo i lavoratori di acquistare un benefit per cui già pagavano nella cornice pubblica. Infatti, come ricorda A. Taroni, nel caso in cui l’azienda decida di destinare a favore del proprio dipendente 300 euro a un Fondo sanitario integrativo, il dipendente riceverà una copertura di 300 euro e l’azienda avrà un costo maggiorato solo del contributo di solidarietà Inps del 10%, quindi 330 euro.

Questo perché i contributi sanitari sono esenti da imposizione e rientrano tra le somme che non concorrono a formare il reddito da lavoro dipendente.

Ma essi sono anche emblematici dell’INEFFICIENZA del settore privato in materia sanitaria, contrariamente alla vulgata dominante.

Infatti, l’entità del beneficio fiscale pro-capite previsto per i fondi sanitari (€ 3.615,20) sfiora il doppio della spesa sanitaria pubblica pro-capite nel 2016 (€ 1.925,00). Per offrire gli stessi servizi, insomma, si spende quasi due volte tanto.

E c’è un motivo per cui i fondi e le assicurazioni private non sono efficienti.

I fondi sanitari devono gestire innumerevoli transazioni con organizzazioni e professionisti sanitari, aumentando l’impatto dei COSTI AMMINISTRATIVI e riducendo il value for money (si veda rapporto GIMBE, La Sanità Integrativa, 2019).


Infatti, ciascun fondo deve negoziare, stipulare e rinnovare contratti, documentare le prestazioni coperte, tener conto di regolamenti e disposizioni, sottoporsi a specifici controlli, etc. In tal senso l’esempio più illuminante è quello degli USA dove la spesa sanitaria è di gran lunga la più elevata al mondo: i costi amministrativi generati dagli innumerevoli erogatori di prestazioni e assicurazioni superano il 25% della spesa totale e chi sostiene una riforma single payer stima un risparmio di oltre 500 miliardi di dollari. Anche un recente confronto tra 11 sistemi sanitari dimostra che nei paesi dove vigono sistemi assicurativi (USA, Svizzera), rispetto a quelli che dispongono di sistemi sanitari pubblici, i costi amministrativi sono molto più elevati e i medici devono dedicare molto più tempo ad attività amministrative.


L’ANIA, in riferimento al ramo malattia, riporta che in Italia le spese di gestione (expense ratio) risultano pari al 25% circa dei premi contabilizzati, confermando gli elevati costi di gestione delle coperture assicurative che nel nostro Paese sono anche in lieve aumento.
L’unico modo per avere una sanità veramente efficiente è e resta il finanziamento del Sistema Sanitario Pubblico.

Più avanti, il rapporto GIMBE ricorda i rischi per l’EQUITA’.

Le agevolazioni fiscali previste dalla normativa esistente (tax expenditure) sono una spesa fiscale sostenuta da tutti i contribuenti; di conseguenza gli iscritti ai fondi sanitari, oltre a fruire di maggiori prestazioni, scaricano parte dei costi sui non iscritti, segmentando il diritto alla tutela della salute e generando iniquità e diseguaglianze.

Infatti a beneficiare maggiormente dei fondi sanitari integrativi sono:

 le persone che hanno un lavoro stabile;

 i lavoratori dipendenti, rispetto a quelli autonomi;

 le categorie di lavoratori con maggiori capacità negoziali e interessati a contrattare integrazioni salariali sotto forma di fringe benefit, rispetto ai lavoratori privi di tali requisiti;

 i lavoratori con redditi più elevati, in quanto il valore della deduzione aumenta proporzionalmente all’aliquota marginale;

 i residenti in alcune aree del Paese, perché gli iscritti ai fondi sanitari non sono uniformemente distribuiti sul territorio nazionale: 38,9% nel Nord-Ovest, 14,9% nel Nord-Est, 33,4% nel Centro, 12,8% nel Sud e isole.

Una sanità universale, totalmente pubblica e centralizzata è l’unica risposta!

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