LE TEORIE DELLA CRISI IN MARX E LA SOVRASTRUTTURA FINANZIARIA NEL XXI SECOLO

LE TEORIE DELLA CRISI IN MARX E LA SOVRASTRUTTURA FINANZIARIA NEL XXI SECOLO

Per analizzare le categorie della crisi di Marx in relazione agli strumenti finanziari tipici del XXI secolo bisogna partire con una sintesi, necessariamente condensata in alcuni tratti e incompleta nelle sue sfaccettature, delle tipologie di crisi che si possono trarre dai tre libri del Capitale e dalle opere minori di Marx, connesse ai fattori di sfruttamento di “classe” e alienazione del lavoro.

Possiamo dunque isolare tre principali teorie marxiane della crisi:

La prima è connessa con uno squilibrio di quantità prodotte nei diversi settori produttivi rispetto alla futura effettiva esigenza e possibilità di acquisto dei settori stessi della comunità. Ciò è possibile perché, essendo il mercato una istituzione caotica e non collettivamente coordinata, le aspettative singole del capitalista riguardo i potenziali ricavi di un investimento si fondano su percezioni che non possono tenere conto delle esternalità di una certa scelta. Ad esempio, la scelta di un produttore di eliche e accessori per barche e aeroplani di trasferire i propri capitali nell’industria immobiliare in un certo momento può apparire più redditizia, ma non tenere conto che proprio un tale spostamento di capitali creerebbe, in un certo frangente, un sovrappiù di produzione edilizia rispetto alla domanda di case, la quale proveniva, supponiamo, in maggiore misura proprio dai lavoratori della filiera e del distretto dei fornitori dell’industria di eliche e accessori per barche e aeroplani. Non solo, può darsi l’evenienza per cui gran parte del materiale utilizzato per l’edilizia provenisse dalla stessa filiera di semilavorati che riforniva l’industria della costruzione di barche. Non solo quindi vi è un abbassamento della domanda rispetto alle aspettative iniziali del grande imprenditore, ma anche una riduzione dell’offerta delle materie prime, dovuta alla chiusura di imprese alle quali non basta il mercato immobiliare per essere profittevoli (a cui segue un aumento temporaneo ma non sostenibile dei prezzi del capitale organico del settore). La perdita di capitale dovuta al fallimento di tale investimento si traduce in un’uscita dal mercato del nostro capitalista e in un abbassamento del reddito dei suoi fornitori di beni di consumo. Immaginando una congiuntura particolarmente sfortunata di episodi simili si ha un abbassamento generale delle aspettative reciproche nella domanda e nella produzione, che fa deflagrare la crisi economica, nella quale anche i pochi poli “fortunati” che hanno assorbito capitale e liquidità senza subire perdite si ritraggono dal mercato per timore di realizzare investimenti sbagliati (uno schema di crisi da squilibrio dei settori secondo la teoria marxiana si trova ad esempio in A. Lombardo, Karl Marx, 200 anni, in cui si analizza la sproporzione nella produzione fra i settori in termini di equilibrio tra rispettivi saggi di plusvalore, saggi di profitto e composizione organica del capitale).

La seconda implica una diminuzione, da parte del capitalista, del saggio di plusvalore tratto dal lavoratore nella produzione di una merce rispetto al valore del capitale organico incorporato in esso. In termini marxisti questa è denominata come “tendenza alla caduta del saggio di profitto” e, sebbene possa apparire non realistica in termini storici soprattutto per via delle innumerevoli controtendenze che occorrono necessariamente dentro i modelli produttivi, può essere spiegata, in relazione al mondo di oggi, nel modo seguente. In una società basata sempre di più sulla riproducibilità dei prodotti (poichè ormai ogni innovazione viene immediatamente fatta propria dai concorrenti, a maggior ragione nell’era del digitale) e strutturata con rapporti economici puramente “merceologici” abbiamo, dal punto di vista del singolo imprenditore, questa via da seguire: creare prodotti durevoli puntando sulla “qualità”, minimizzando il costo dei dipendenti per riprodurre la merce (es. per fare 100 articoli devo pagare 2 dipendenti, per farne 1000 con lo stesso impianto invece 7). Ma in questo caso possono accadere delle tensioni: se la maggioranza agisce così, il costo minimo del prodotto riproducibile si appiattisce molto sulla filiera del costo della sua creazione iniziale da parte dell’innovatore iniziale, e nessuno può evitare un gioco al ribasso dei prezzi dei riproduttori e dei venditori, che vedono abbassarsi dunque i profitti e l’incentivo a investire. Si perde il “lucro” sul lavoro dell’operaio malamente retribuito. Questa è una rilettura in chiave XXI secolo della “caduta del saggio di profitto” di Marx (la prospettiva della crisi da caduta del saggio di profitto è illustrata in saggi come quello di R. Bellofiore, La crisi capitalistica e le sue ricorrenze: una lettura a partire da Marx).

Tra le maggiori controtendenze a tale caduta, vi è la massimizzazione del plusvalore estratto dal lavoro, operata attraverso la maggiore intensità produttiva con l’investimento tecnologico stesso, con l’allungamento della giornata lavorativa oppure con la diminuzione dei salari reali. La crisi in questo caso trova la sua miccia nel fatto che la caduta della domanda aggregata da parte dei lavoratori non è bilanciata da quella dei capitalisti, i quali tendono a cercare redditività in settori meno in contatto con la produzione reale e sempre più polarizzati (come, appunto, titoli finanziari, derivati, speculazione edilizia, eccetera). Inoltre i surrogati alla domanda proveniente dal reddito dei lavoratori, come il credito al consumo, nel medio termine portano il rischio del crollo delle aspettative reciproche, come vedremo, o del panico di questo crollo, o semplicemente non riescono a sopperire l’abbassamento relativo dei salari. Marx descrive l’evenienza di questa crisi da realizzo nei Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica con queste parole: «Riguardo al suo operaio ciascun capitalista […] desidera restringere il più possibile il suo consumo […] Egli si augura naturalmente che gli operai degli altri capitalisti siano il più possibile grandi consumatori della sua merce». Questa versione della crisi – “da sottoconsumo” – è notoriamente stata portata avanti da Rosa Luxemburg.

Va da sé che le ultime due tipologie di crisi sono implicite anche nella prima, che si presenta così come una descrizione più universale e meno dettagliata degli squilibri capitalistici.

E’ importante sottolineare che la caduta delle aspettative di profitto descritta nelle diverse forme di scoppio della crisi è possibile intenderla sia come conseguenza di un abbassamento di profittabilità reale che di un incremento delle mere aspettative di una tale caduta. Ciò è causato dagli stessi meccanismi qui descritti, che apportano una consapevolezza dell’esistenza di asimmetrie informative e di squilibri nella domanda e nella produzione. Concepire la miccia della crisi come conseguenza anche di cattive aspettative è un allargamento dei concetti marxisti che non sottrae ad essi concretezza ma li materializza in una dimensione psicologica che raddoppia la sovrastruttura tipica dell’economia borghese: non solo questa economia costruisce istituzioni il cui funzionamento diventa indipendente dalle volontà dei singoli imprenditori, ma costruisce anche un modello di aspettative reciproche che anticipano e danno il via agli stessi squilibri caratteristici di tale assetto (secondo la teoria delle “aspettative autorealizzantesi”). Ciò è molto importante in una prospettiva di analisi della rendita finanziaria e dei suoi squilibri in senso marxista.

Enunciate le teorie della crisi rinvenibili negli scritti di Marx si può approfondire il fatto che, a livello filosofico, la domanda che si pone il pensatore di Treviri, come ricorda Riccardo Bellofiore, è in sostanza questa: quale è la condizione del lavoro in quella situazione sociale particolare in cui la società non si costituisce nel momento in cui gli esseri umani producono, ma posteriormente, nello scambio di prodotti in quanto merci? Qual è, dunque, la condizione del lavoro quando gli individui, nel momento della sua erogazione, sono reciprocamente indifferenti, immediatamente separati, e la loro connessione sociale è demandata al meccanismo impersonale del mercato invece che essere implicita già nella stessa attività? Tutte le conseguenze del capitalismo in fatto di anarchia del mercato e sfruttamento del lavoratore dipendono in sostanza dalla risposta a queste domande.

Categorie marxiste come la teoria del “valore-lavoro” (la quale è un’idealizzazione deliberata, che considera un mercato di perfetta concorrenza in cui il profitto dovuto a maggiore domanda del prodotto è messo fra parentesi) servono a focalizzarsi su come i rapporti sociali sono creati a partire dal valore astratto della merce “qui-ed-ora”, invece di essere la merce in funzione della cooperazione umana nel lungo termine. Il lavoro-merce (la capacità lavorativa) viene retribuito per il suo valore di scambio – il minimo socialmente utile per mantenere funzionale un lavoratore – ma viene usato per il suo valore d’uso, cioè per la produzione che riesce a realizzare, la quale è scambiata per un altro valore di scambio (tutto questo teorizzato da Marx astraendo deliberatamente dagli aggiustamenti di prezzo dovuti alla competizione e alle asimmetrie del mercato, per far notare meglio la mercificazione del lavoratore intrinseca al processo di produzione). In questo tipo di società tutto il lavoro è “sfruttato”, si aliena cioè in altro da sè, diventa valutato non per la sua rilevanza nello sviluppo umano, o per le sue esternalità, o per i suoi effetti sociali a lungo termine, ma SOLO per il suo valore merceologico, che per definizione è una mera quantità, valutabile nel breve termine.

Che rilevanza ha questo? Una rilevanza concreta e fondamentale. La mercificazione del lavoro, soprattutto subordinato, correlato all’individualismo imprenditoriale è la radice sociale di cose come la mancanza di partecipazione democratica nei luoghi di lavoro e quindi dell’antagonismo di classe, dunque della squilibrata distribuzione della ricchezza, dunque delle crisi di sovrapproduzione, delle crisi di debito privato, e simili. E, ovviamente, è radice dell’assenza di pianificazione organica dell’economia. L’atomismo fa sì che anche il capitalista, oltre il lavoratore, sia “alienato”. Siccome la somma di atomi non è mai uguale all’intero di atomi che interagiscono fra di essi, ciò causa cose come l’avversione al rischio delle banche, il credit crunch, le bolle speculative e dei derivati basate su scommesse individuali che mercificano il “lavoro finanziario” e quindi il denaro, senza capire che (l’inevitabile) mancato realizzo di grosse aspettative di rendita da parte di finisce per avere grosso potere finanziario mette sotto ricatto l’intera società fino a scatenare, appunto, crisi di aspettative reciproche.

In vista dell’analisi specifica della struttura degli strumenti finanziari si può sintetizzare la caratteristica sociale fondamentale del mercato capitalistico nei seguenti termini. La produzione e la distribuzione dei beni e dei servizi in una tale società non si basa sullo studio sistemico di una loro necessità nel lungo termine fra i vari settori, o tipi umani, né si basa completamente sul merito del proprio contributo a questa produzione, né quindi completamente sull’incentivo ad essa. La produzione e la distribuzione dei beni e dei servizi nella società capitalistica si basa sulla logica per cui chi possiede capitale maggiore o capitale più efficiente (compreso capitale umano, informativo, o persino “capitale” di fortuna) riesce (o, anche, crede di riuscire) a influenzare il mercato e ottenere più rendite grazie alle asimmetrie di potere, alle asimmetrie informative a suo favore, alle asimmetrie di fortuna contingente. Il capitalista fa ciò nonostante il fatto che possano esistere conseguenze negative per altri attori economici o persino per se stesso nel lungo termine. Queste esternalità negative possono essere, abbiamo visto, conseguenza della polarizzazione della ricchezza, dello squilibrio dei fattori produttivi, e così via. Tutto questo meccanismo non preclude necessariamente una crescita contemporanea di tutti gli attori economici, ma suggerisce una maggiore crescita relativa di alcuni rispetto ad altri (rendita inerziale da capitale). Lo schema descritto, abbiamo visto, può prevedere anche un crollo contemporaneo di tutti gli attori economici, nel caso di contagio globale di cattive aspettative e profittabilità, e ciò sarebbe sempre la conseguenza della ricerca anarchica della rendita individuale di capitale.

Prima di passare alla sintesi dei meccanismi finanziari, è necessario fare delle premesse metodologiche. Il concetto di “rendita” deve essere qui compreso non nel senso che Marx dà alla rendita fondiaria o nel senso che noi diamo semplicemente alla rendita improduttiva. Esso, in maniera più radicale, è inteso come qualsiasi ricavo che può non provenire dal solo compenso sociale proporzionato al proprio contributo alla comunità. E’ ovvio che, nella struttura economica odierna, tale concetto iperbolico coincide non soltanto con lo strapotere che le multinazionali acquistano una volta diventate degli oligopoli, non soltanto con la rendita di capitale finanziario parcheggiato dei fondi d’investimento, non soltanto con il profitto conseguente alla speculazione edilizia. La rendita è la struttura possibile (e, quindi, da tenere in considerazione nella natura propria) di ogni tipo di guadagno monetario nel sistema capitalista, che può emergere in maniera infinitesima in qualsiasi settore lavorativo. Non esiste un lavoro, nella struttura caotica nel mercato, che non abbia in ogni suo frangente un attimo di rendita positiva o “negativa”, un’“antirendita” nei confronti della società.

Fatto questo passaggio metodologico, il prossimo passo è chiarire come, nonostante sia politicamente necessario e utile alla lotta semplificare la struttura sociale capitalista nella classe dei capitalisti e dei proletari, in fase analitica sarebbe più preciso parlare di gradi diversi di rendita da capitale e dunque gradi diversi di sfruttamento capitalista e proletarizzazione da parte degli attori economici che si interfacciano fra loro, intesi universalmente indifferentemente dal loro ruolo produttivo. Da questo punto di vista, conviene universalizzare anche il concetto di “merce”, che per semplicità si dovrebbe far coincidere con qualsiasi elemento che può essere acquistato o venduto a fini, rispettivamente, di realizzazione di un soddisfacimento (sia che questo soddisfacimento coincida con un certo consumo che con un certo investimento cercato) e di realizzazione di un profitto monetario.

In questo modo la circolazione del capitale finanziario, dei titoli di diverso genere che ora andremo a vedere, dei contratti derivati e della liquidità monetaria corrisponde ad una tipologia formalmente diversa da ma sostanzialmente equivalente alla circolazione delle merci e del capitale industriale.

Detto questo, si potrebbe provare a sintetizzare il significato degli strumenti finanziari attuali elencando tre insiemi di azioni sotto forma di determinati giochi (citati spesso negli studi concernenti la teoria dei giochi), che rappresentano le logiche principali attraverso le quali chi utilizza i suddetti strumenti svolge i suoi calcoli.

Nel primo insieme abbiamo il gioco della caccia al cervo. Esso descrive due uomini che possono scegliere in una battuta di caccia se tentare la cattura di un cervo o di una lepre. La loro decisione dovrà avvenire senza sapere la decisione altrui, e tenendo conto che per catturare un cervo occorre che entrambi decidano di scegliere quest’ultimo come obiettivo, mentre per la lepre è sufficiente l’impegno di un solo uomo. La lepre però costituisce un premio meno soddisfacente rispetto al cervo, il quale costituisce un pasto migliore, anche se questo verrà diviso tra i due cacciatori che hanno cooperato. Il caso in cui entrambi si trovano a cooperare per catturare il cervo corrisponde al caso in cui una serie di imprenditori scommette nella produzione di un prodotto che può rendere profitto solo se una certa serie di imprenditori e consumatori assumano decisioni complementari. Ad esempio un investitore che decide di investire nelle azioni di una compagnia di produzione di fusoliere di nuova generazione scommettendo sull’aumento della domanda di mezzi da parte delle compagnie aeree e dei viaggiatori. Il guadagno sarebbe reciproco ed è compromesso nel caso in cui tali compagnie decidano di non investire in innovazione tenendo un profilo basso. Esso si trasforma in una contagiosa crisi aziendale se il produttore di fusoliere tenta l’azzardo di seguire il “cervo” e nel mantenimento dello status quo nel caso in cui tutti gli attori in gioco decidono di mantenere la produzione passata seguendo la “lepre”.

Dentro questo schema si situano tutte le decisioni di investimento che presuppongono una scommessa su quanto altri agenti economici investano in progetti complementari. Progetti che corrispondono a decisioni di consumo o di investimento di diverse fasce sociali che aiutano il titolo acquistato a rendere profitto, comprando le merci che questo rappresenta. Qui troviamo, quindi, gli investimenti in azioni e altro capitale di rischio, in obbligazioni e prestiti di altre tipologie, sia da parte di chi emette i titoli per finanziare la propria attività sia di chi li acquista, nella misura in cui il loro acquisto è finalizzato a ottenere guadagni da dividendi e interessi e non da utile di capitale. In questo quadro il parallelismo – anzi la coincidenza – con quanto descritto nel primo tipo di crisi (lo squilibrio di quantità prodotte nei diversi settori produttivi, che in fondo comprende anche gli altri due) è abbastanza evidente. Come possibile è lo scatenarsi della crisi nel momento in cui un certo investitore cerca la sua rendita in titoli senza poter comprendere come, magari, l’aumento eccessivo di un rendimento finanziario dovuto alla gran richiesta di dividendi a discapito dei salari o degli investimenti in innovazione provoca difficoltà di pagare da parte dei lavoratori e l’abbassamento della redditività della filiera che rifornisce l’impresa che emette le azioni che producono tali dividendi. Oppure, nel momento in cui la svendita di titoli giudicati poco profittevoli in senso lato (ad esempio titoli di Stato italiani considerati a rischio) fatta per acquistarne altri più sicuri (come l’imprenditore che passa dall’industria delle imbarcazioni a quella degli immobili) causa una diminuzione della spesa del governo Italiano, con l’industria italiana maggiore committente degli esportatori tedeschi (immaginiamo, già in crisi per una congiuntura globale). La ricerca individuale di rendita di capitale non può essere consapevole dello squilibrio settoriale che essa può creare.

Nel secondo insieme abbiamo quello che la teoria dei giochi chiama “gioco del centipede”. In esso due giocatori o più si alternano a scegliere tra prendere una certa somma di denaro e in tal modo concludere il gioco, oppure passare la scelta ad un altro giocatore. Ad ogni passaggio, però, la somma cresce e la strategia che massimizza la vincita sta nel prevedere quando il giocatore successivo sceglierà di prendere il premio, anticipandolo. Astraendo la logica di questo gioco dai suoi dettagli empirici, si pongono sotto questo insieme tutte le situazioni in cui un soggetto scommette di guadagnare grazie un determinato bene il cui valore dipende soltanto da come altri giocatori, influenzati dal primo soggetto e dalle aspettative delle azioni degli altri, valuteranno il valore del bene stesso in futuro.

Qui troviamo, allora, tutti gli investimenti in beni, azioni, obbligazioni mirati a conseguire un utile da capitale o frutto della volontà di seguire schemi Ponzi come le bolle speculative, ma anche operazioni come la vendita allo scoperto e il riacquisto di azioni proprie. Anche qui l’anarchia nella scelta dell’allocazione del capitale è evidente ma è molto più marcata la caratteristica psicologica, oltre che materiale, delle aspettative. Io acquisto un bond, o un’azione, nella speranza di influenzare altri investitori affinché essi facciano la stessa cosa e lo acquistino facendolo aumentare di valore. Come abbiamo detto, riesco a influenzare il mercato e ottenere più rendite grazie alle asimmetrie di potere, alle asimmetrie informative a mio favore, alle asimmetrie di fortuna contingente. E lo faccio, come qualsiasi industriale, creando aspettative di soddisfazione per “l’acquisto del mio tipo di merce” anche se ciò potrebbe non essere poi giustificato dall’effettiva realizzazione di questa soddisfazione, perché il mio interlocutore (sebbene sia un grande capitalista come me) non ha lo stesso capitale informativo, la stessa capacità di influenza, o perché c’erano esternalità sottostanti ignote ad esso e anche a me, o perché semplicemente il mio interlocutore aveva minore potere negoziale e ha dovuto prendere come “male minore” la fiducia in tali aspettative, pur sapendo che al 99% non sarebbero state realizzate.

In quest’ultimo caso specifico si situa anche la tendenza usuraia di banche e istituti vari a “vendere” moneta ad un tasso non sostenibile dall’utente. Ma anche, osservando la situazione da un’altra prospettiva rispetto al punto precedente, la stessa condizione per cui un produttore in carenza di capitali è costretto a utilizzare il capitale liquido di un grosso risparmiatore che, in questo caso, usufruisce di una “rendita” nel senso più classico del termine. In questo insieme, oltre a notarsi lo squilibrio di potere e informazioni della prima descrizione della crisi, sembra che si possa fare un particolare parallelo con la nozione di sfruttamento tipica del lavoratore salariato (terza tipologia di crisi), che a causa di minore potere negoziale o informativo oppure organizzativo viene sfruttato nello scambio per produrre una rendita. I casi di crisi, piccole o grandi, connesse alle bolle immobiliari o azionarie sono innumerevoli e provocate sia da un crollo “autorealizzantesi” delle aspettative per la continuazione della bolla stessa (che lascia gli ultimi investitori col cerino in mano) sia da uno eventuale scompenso di potere economico fra gli speculatori e i lavoratori dell’economia “reale”, consumatori dei beni su cui si specula.

Nel terzo insieme abbiamo il gioco semplice della scommessa bilaterale, che alloca una certa quantità di vantaggio economico ad uno dei due giocatori nel caso che accada o meno qualcosa. Qui troviamo le varie tipologie di derivati finanziari, accordi su flussi di denaro reciproci che avvantaggiano uno o l’altro dei giocatori a seconda del cambiamento dei prezzi o dei tassi d’interesse, causando anche qui squilibri di ricchezza dalle conseguenze imprevedibili. La scommessa può essere vista come un meta-sfruttamento, schema sottostante alla maggior parte dei casi di produzione di rendita già visti: persuado il mio interlocutore che abbiamo pari capitale negoziale riguardo una qualsiasi cosa, anche nel caso in cui non sia così (che io lo sappia o meno).

Scegliendo questi tre giochi come schemi base del comportamento dell’investitore e dell’ente finanziario odierno, ogni altro strumento o fenomeno finanziario – come, ad esempio, i derivati sui bond, le stock option, le bolle creditizie – potrebbe essere descritto come una combinazione di tali giochi o come un effetto che i risultati di alcuni di questi giochi circa il potere sistemico degli agenti economici ha sulle strategie e sulle scelte partecipative in esempi successivi o in altri giochi.

Infatti molti fenomeni macroeconomici possono essere letti come effetti collaterali della natura di alcuni giochi nella loro interconnessione globale. I tassi di interesse pagati dai produttori come premio agli investitori di capitale per il rischio di separarsi dalla liquidità possono considerarsi come premio al rischio dell’azzardo compiuto nella caccia al cervo anche se, come abbiamo detto, il calcolo rischi-benefici individuale non è ottimale da una prospettiva collettiva nell’allocazione di fondi. Il fenomeno dei capitali che fuggono dall’economia reale per essere investiti nei circuiti finanziari può corrispondere al fatto che il gioco del centipede e della scommessa classica offrono premi più immediati o attraenti – e questo assomiglia molto alla confluenza di capitali verso poche imprese e alla oligopolizzazione del mercato descritta da Marx, che ignora lo scompenso possibile conseguente alla sproporzione tra merci e valori prodotti e all’esercito di lavoratori e disoccupati con pochissimo potere negoziale. La polarizzazione degli investimenti verso poche grosse compagnie può significare che il gioco della caccia al cervo in alcune parti della rete economica è considerato più affidabile o allettante che in altre (caso emblematico qui può essere la leva finanziaria). Infine, la rottura delle bolle speculative e le conseguenti crisi possono essere interpretate dicendo che il gioco del centipede tra pochi agenti economici entro un’economia di mercato può allocare troppo potere ad alcune zone delle rete e troppo poco ad altre, indifferentemente da quello che ciò può causare in termini di crollo di aspettative e incentivi reciproci. Similmente alla crisi dei subprime, causata dall’indifferenza a quanto gli effetti collaterali di azzardi andati male nel gioco della caccia al cervo e del centipede possano destabilizzare le aspettative reciproche di un’economia già gravata da altri tipi di polarizzazioni di ricchezza.

Dunque nel circuito finanziario, e nella connessione che esso intrattiene con la produzione di beni e servizi, la “produzione di credito” e di finanziamenti, il loro commercio e le scommesse iscritte su di essi richiamano strutturalmente la produzione e la distribuzione dei beni e dei servizi nella società capitalistica nella misura in cui, come abbiamo detto, si basano sulla logica generale per cui chi possiede capitale maggiore o capitale più efficiente (compreso capitale umano, informativo, o persino “capitale” di fortuna) riesce (o, anche, crede di riuscire) a influenzare il mercato e ottenere più rendite grazie alle asimmetrie di potere, alle asimmetrie informative a suo favore, alle asimmetrie di fortuna contingente. Da qui gli schemi della crisi tratti dalla critica all’economia politica di Marx e i concetti di alienazione e sfruttamento.

L’applicazione della critica alla produzione capitalistica ad un contesto prettamente finanziario diviene più importante laddove si fa notare che la distribuzione delle attività finanziarie è analoga, nella sua sperequazione, a quella della ricchezza netta. Il 30 per cento delle famiglie italiane con patrimonio netto più basso detiene solo il 4 per cento circa della ricchezza finanziaria complessiva (in media circa 4.000 euro a famiglia); il 30 per cento con patrimonio più consistente ne possiede poco meno dell’80 per cento (in media circa 72.000 euro), di cui oltre metà riconducibile ai nuclei appartenenti al 5 per cento più ricco, che detengono in media circa 220.000 euro in attività finanziarie (dati Bankitalia). Per non parlare della dipendenza dai ricchi patrimoni esteri. Questa monopolizzazione anche della “merce finanziaria” esacerba i meccanismi di scompenso sopra descritti e il dominio dei circuiti finanziari sulle esigenze dell’economia reale, anche ricordando anche il fatto che, ad esempio, le imprese quotate hanno pagato in questi ultimi 8 anni la bellezza di 137,7 miliardi di euro in dividendi agli azionisti, mentre hanno raccolto attraverso lo sbarco sul listino (Ipo) e aumenti di capitale solo 88,3 miliardi di euro (dati di Borsa italiana). Il sistema borsistico si conferma quindi come una macchina di accumulo della rendita per chi usa i capitali di cui dispone per produrre principalmente altra rendita attraverso ulteriori scommesse in strumenti finanziari complessi come stock option, derivati, leve finanziarie, swap, speculazione valutaria. Un ultimo dato su cui riflettere: siccome la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane è oggi circa 4400 miliardi di Euro (secondo il report di Bankitalia la ricchezza totale, immobili eccetera, sarebbe superiore ai 10 trilioni) è facile desumere quanto un meccanismo di de-mercificazione del denaro sarebbe necessario oggi che l’Italia soffre di un deficit di rapporto investimenti/Pil sostanzioso rispetto agli altri paesi Europei.

La liquidità, il titolo finanziario e il credito-merce hanno perciò la natura di ogni merce e di ogni capitale, come descritti nei loro effetti olistici nel Capitale di Karl Marx. E come ogni merce la liquidità ed il credito devono essere socializzati nella loro produzione e distribuzione, nella modalità più collettivamente utile secondo la loro funzione, perdendo dunque la loro connotazione di merce. E lo si deve fare abolendo totalmente ogni funzione di RENDITA e circolazione dettata da aspettative soggettive che possa essere associata ad essi: abolendo perciò il concetto stesso di strumento finanziario, come titolo di debito, titolo azionario o derivato, escrescenze di una concezione mercificata della “moneta”, la quale non è, invece, altro che uno strumento contabile atto a registrare i doveri reciproci tra i membri di una comunità, che siano attuali o anticipazioni per contributi futuri nel caso dei “prestiti”, che dovrebbero in ogni caso essere senza interessi ma decisi in maniera rigorosa, trasparente e pubblica per via delle citate esternalità nelle scelte di investimento.

Il controllo popolare e coordinato sull’erogazione di moneta e di credito, sulla tutela del reddito settori più deboli (quello che in maniera caricaturale era la funzione dei derivati, nel loro tutelare dalle oscillazioni del prezzo, per poi fare l’esatto opposto), sull’utilizzo della valuta è un punto fondamentale per il politico marxista, costituendo questi ambiti quelli in cui oggi si realizza maggiormente la costituzione della società in classi conflittuali, seppure nella maniera capillare e non rigida che abbiamo illustrato.

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