LE EMERGENZE (NASCOSTE) DELLA SANITA’

LE EMERGENZE (NASCOSTE) DELLA SANITA’

Non passa giorno in Italia, e soprattutto nelle zone più disagiate come la Calabria, senza che si manifesti un disagio nel nostro sistema sanitario. Le emergenze percepite dalla popolazione corrispondono, soprattutto, alla mancanza di trasparenza negli incarichi diretti, al definanziamento della sanità pubblica con i conseguenti disservizi e le conseguenti continue vertenze di lavoratori precari del settore, e alla grottesca dipendenza del servizio pubblico dalle cliniche private accreditate.

È futile continuare a denunciare la carenza dei nostri presidi ospedalieri senza proporre delle soluzioni precise per le quali spingere la popolazione a mobilitarsi.

La popolazione dovrebbe fare fronte comune attraverso partiti (quelli veri, non i “comitati d’affari” delle grandi imprese) , associazioni, comitati e sindacati per esigere le seguenti esigenze improrogabili:

1 – Pubblicazione immediata della Valutazione delle Performance relative ai responsabili dei distretti e delle strutture semplici e complesse di tutte le ASP. In quella di Vibo Valentia, ad esempio, il Nucleo Aziendale di Valutazione Strategica dell’azienda – che, sostituendo l’OIV, ai sensi della legge 150/2009 attesta la regolare compilazione e pubblicazione delle valutazioni dei dirigenti – ha constatato la mancanza delle informazioni richieste dalle normative (allegato 1.1 alla Delibera 141/2009). Curiosamente, nello stesso allegato, l’organismo ha dichiarato la “regolarità del flusso di informazioni” richieste. Questo sembra indicare l’assenza di una rigorosa verifica dell’attuazione degli obiettivi di budget da parte di dirigenti già assunti attraverso procedure che l’Anac non ha equiparato a concorsi pubblici. Dicendo ciò siamo consapevoli che, in parte, stiamo parlando del nulla: a volte l’obiettivo di budget risponde più ad esigenze politiche che a vere esigenze cliniche. La totale mancanza di trasparenza però non fa che favorire ulteriormente una gestione clientelare del servizio sanitario.

2 – Richiesta al Governo, da parte della giunta di tutte le regioni che ricevono un finanziamento sotto la media, di un urgente disegno di legge che equipari il finanziamento della loro sanità a quello della media nazionale. Si evita sempre di denunciare la causa per cui i nostri ospedali cadono a pezzi. La spesa per la sanità pubblica in Calabria è 232 milioni in meno di quella che sarebbe se fosse in linea con la media pro-capite nazionale. Se lo fosse la nostra sanità non sarebbe neanche commissariata. Una delle ragioni è che nel riparto dei fondi si privilegia la spesa storica e ove questo non accade il calcolo dei fondi necessari per erogare i LEA è fatto con una media pro capite pesata per età, non pesata per la diffusione delle malattie sul territorio. Tutto ciò è tristemente incostituzionale (art. 3 e art.119). Le maggiori obiezioni alla richiesta di ulteriori fondi sono che ciò metterebbe in difficoltà il bilancio dello Stato. Ma questa è una falsità che vuole nascondere la mancanza di volontà politica di prendere le risorse dai settori meno tassati e più parassitari dell’economia. Un esempio su tutti: secondo i calcoli fatti da Diw Berlin qualche anno fa una imposta sulle transazioni finanziarie su una larga base imponibile, con un’aliquota dell’1% per entrambe le controparti sugli scambi di azioni e bond sul mercato secondario e dello 0,1% sulle transazioni di derivati, l’Italia avrebbe un gettito fiscale di 32,9 miliardi all’anno anche considerando un’evasione fiscale del 15%. Ribadiamo, tuttavia, che se lo Stato decidesse di controllare l’emissione di moneta e la circolazione dei capitali, la questione del finanziamento delle spese sarebbe una falso problema.

3 – Richiesta alle rispettive Regioni e alle ASP/ASL provinciali di un graduale trasferimento dei fondi usati per rimborsi alle cliniche private al fine di finanziare assunzioni e riaperture di reparti nei tre presidi pubblici. Secondo il bilancio consuntivo del 2018, l’ASP di Vibo Valentia, ad esempio, ha speso più di 23 milioni di euro per l’acquisto di prestazioni dalle cliniche convenzionate (e circa 26 milioni per far curare i suoi pazienti fuori regione). Per capirci, una tale somma è pari al costo annuale dello staff sanitario e degli acquisti di beni dei presidi ospedalieri di Tropea e di Serra San Bruno sommati insieme (2/3 dei presidi ospedalieri della provincia)! In altre parole, dopo un investimento iniziale (il costo del quale è preso a pretesto per delegare sempre più i servizi al privato), l’ASP di Vibo potrebbe affrancarsi dalle cliniche private e virtualmente raddoppiare con i soldi dati ad esse l’operatività dei due ospedali pubblici minori. La situazione è simile nelle altre ASP Calabresi: in totale nel 2018 la regione Calabria ha speso circa 420 milioni per la sanità privata.

Essere dipendenti dalla sanità privata è sempre una sciagura per i cittadini – e, spesso, per molti dipendenti miseramente retribuiti da esse. Molte inchieste hanno confermato la tendenza delle strutture private a gonfiare i costi delle prestazioni fino al triplo. Nei dati forniti anni fa dalla regione Abruzzo, ad esempio, emerge una clinica che vantava – per le prestazioni performing – un tasso di occupazione dei posti letto del 315%, ottenendo rimborsi tripli per ogni posto letto. «Siamo riusciti a contare sino a 17 cartelle per uno stesso oggetto, ricoverato una settimana all’interno della clinica» affermò il magistrato. Nella cartolarizzazione, la stessa società si faceva pagare prestazioni inappropriate, classificando una serie di interventi specialistici – non convenzionati – come “medicina generale” e “chirurgia generale”. La mancanza di trasparenza e la collusione degli imprenditori sanitari con la politica locale, la crescita del potere negoziale del privato in convenzione che si ritrova in una posizione di forza per via della graduale perdita di capacità del pubblico rendono imprescindibile una politica di ri-pubblicizzazione dei servizi sanitari.

Questi tre punti sono ormai VITALI per la qualità della vita dei cittadini. Se attuati essi permetterebbero di avere un distretto sanitario trasparente che assuma con contratti dignitosi il personale necessario per garantire i LEA, anche rilevando le professionalità fatte fuggire nelle cliniche accreditate.

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