FILOSOFIA DELLA RIVOLTA – TRA FORMALISMO DEMOCRATICO E POTERE SOSTANZIALE DI CHI LAVORA E PRODUCE

FILOSOFIA DELLA RIVOLTA – TRA FORMALISMO DEMOCRATICO E POTERE SOSTANZIALE DI CHI LAVORA E PRODUCE

Qualche giorno fa è stato celebrato dai partiti comunisti del mondo l’anniversario della morte del filosofo, saggista, militante e rivoluzionario Vladimir Lenin, il quarto autore più tradotto nella storia della letteratura mondiale (il primo è Shakespeare).

Se Karl Marx mise al centro delle dinamiche storiche della cultura e della società il concetto di “classe”, Lenin lo pose al centro delle necessità organizzative, che rispondono all’organizzazione pratica che occorre per cambiare le cose per emancipare la classe dei lavoratori e dei piccoli imprenditori dallo strapotere negoziale e politico dei grandi rentier finanziari e delle multinazionali.

Il contributo di Lenin fu fondamentale perchè una cosa è parlare del conflitto fra capitale e lavoro (cioè fra chi possiede i mezzi di produzione dei beni, della moneta, del credito, della comunicazione e può ottenere da essi una rendita che eccede anche il suo contributo lavorativo effettivo, e chi questi mezzi non li ha e ha meno potere negoziale anche se fa un lavoro altrettanto utile) e altra cosa è capire le conseguenze pratico-operative per la lotta politica che ha per fine il risolvere questo conflitto a favore del lavoro.

Lenin conosceva abbastanza le dinamiche amministrative della società moderne per capire che, in un contesto di ricchezza iniquo la democrazia parlamentare semplice era non a rischio, ma coincidente con un vuoto formalismo: «Considerate qualsiasi paese parlamentare, dall’America alla Svizzera, dalla Francia all’Inghilterra alla Norvegia eccetera: il vero lavoro “di Stato” si compie fra le quinte, e sono i Ministeri, le cancellerie, gli stati maggiori che lo compiono» (Lenin, Stato e Rivoluzione, 1917).

In un panorama in cui l’egemonia culturale/politica e la competenza tecnica sono state per anni attributi di chi possiede i mezzi di produzione dei beni o del credito, o di loro affini, amici, parenti, i ruoli tecnici che occorrono per far funzionare la macchina amministrativa Statale (ma, in fondo realmente “politica”) di una società sono riservati ad essi.

E questo inevitabile potere negoziale che queste classi mantengono non si può scalfire semplicemente con la conquista della maggioranza parlamentare, per il semplice fatto che appena un partito realmente avverso ad esso inizia a scalare le percentuali del potere, prima di poter elaborare una legge che permetta la loro sostituzione, questi elementi possono aver già messo in atto gli strumenti (propagandistici, legislativi, Costituzionali, logistici, tecnici) per boicottare questa ascesa e o la messa in pratica reale delle decisioni legislative avversi ad essi.

L’unico percorso possibile è accompagnare la crescita del consenso popolare con il rovesciamento di forza di tali istituzioni “legali”. Un percorso pericoloso, doloroso, pieno di ostacoli. Ma unico. La “lotta di classe” si chiama così perché c’è un conflitto economico e valoriale inestirpabile che dovrà essere risolto con la forza, che non è necessariamente la violenza fisica ma sicuramente è “violenza” istituzionale, metta in atto per il bene della stragrande maggioranza.

Anche se se ne parla solo nei weekend, lo stato di agitazione della popolazione Francese (oltre che di quella Cilena e ora anche Indiana) contro le politiche di flessibilizzazione dei diritti economici è qualcosa di sociologicamente importante, non solo per i minimi risultati politici ottenuti (stop alla riforma delle pensioni da parte del governo), ma anche perché aiuta a produrre quella coscienza del diritto alla protesta anche violenta, che si era perso negli ultimi lustri.

Ma perchè esisterebbe un “diritto” alla protesta violenta dentro uno Stato che si definisce, a sua volta, “di diritto” e che contempla il cambio di indirizzo politico solo a seguito di consultazioni democratiche regolamentate?

Lo abbiamo già accennato e la risposta sta nella lotta filosofica al FORMALISMO istituzionale, il che implica un’assunzione di responsabilità politica pura e forte.

C’è da dire, innanzitutto, che vi sono capitoli della storia in cui avvengono oggettivamente scontri di forze e idee incompatibili, in cui la violenza è inevitabile per modificare strutturalmente delle istituzioni “legali” ma intrinsecamente inique. Si potrebbe far notare che, probabilmente, tutti i progressi sociali da fine ‘700 a oggi sono stati accompagnati da rivolte popolari o comunque moti “violenti”. Caduta del feudalesimo, statuto Albertino, fine della schiavitù in America, libertà sindacale e welfare state a fine ‘800, Costituzione Italiana, statuto dei lavoratori nel ’70 dopo l’autunno caldo e tutti gli altri scioperi. Certo, spesso un Parlamento e una cultura contestuali ebbero un forte ruolo, ma le loro azioni sono state strettamente correlate a questi eventi e sono le une influenzate dagli altri. Si potrebbe far notare addirittura che da quando, dagli anni ’80, le proteste popolari si sono assopite in Italia, nel riconoscimento legislativo dei diritti sociali si è andati a ritroso. Per i diritti civili è stato diverso ma solo perché gli omosessuali e le donne esistono anche tra i benestanti.

Bisogna combattere il formalismo astratto che porta a bandire qualsiasi manifestazione di forza delle piazze attraverso la giustificazione che “il Governo è stato eletto”. Certo, lo è stato. La democrazia rappresentativa tuttavia non è sostanziale: il sentimento e le esigenze del popolo possono cambiare, possono cambiare le intenzioni degli eletti, ci sono le ASIMMETRIE INFORMATIVE (come in economia) che possono rendere puro inganno l’elezione, ci sono i vantaggi competitivi nei mass media, in genere da parte di chi ha capitali da investire a favore di chi si candida, il che compromette la par condicio a monte. C’è, poi, il problema delle minoranze che da alcune misure possono subire un disagio estremo rispetto ad altri, pur avendo formalmente, e ovviamente, un peso elettorale equivalente agli altri.

Da qui la inevitabilità del movimento di piazza anche nelle democrazie rappresentative. Soprattutto in UE dove non c’è un partito che abbia un programma disallineato rispetto alle idee politiche elaborate nei Trattati Europei e in cui l’astensione è più del 40%.

Da qui anche la forte assunzione di responsabilità POLITICA: se è vero quello che si è detto, è altrettanto vero che le asimmetrie informative possono esistere anche “a sfavore di chi governa”: nel senso che occorrono spesso degli anni per far percepire al popolo i risultati di una misura, anche se positivi.

In questo caso sarebbe giusto dire che gli scontri di piazza dovrebbero puntare a “influenzare” un esecutivo ma non al punto di rovesciarlo tout court. Dovrebbero agire da “ammortizzatore”.

Ma fino a questo punto abbiamo solo accarezzato il concetto di “protesta” come dovrebbe essere comunemente accettato anche nelle democrazie capitaliste. Chi vuole giustificare una RIVOLUZIONE che punti a ROVESCIARE l’ordine costituito deve assumersi una responsabilità politica ancora più forte di quella che contempla le problematiche sopra elencate.

Deve andare ancora più in profondità e rendere il popolo cosciente che le asimmetrie di potere che si sono sopra elencate non appartengono solo alla tempistica e all’informazione elettoralmente circostanziata, ma, più strutturalmente, nell’intero apparato DIRIGENZIALE del “deep state” e delle strutture “sovranazionali”, tutti organi difficilmente modificabili con un’elezione a suffragio universale (soprattutto senza una seria forma di spoil system). Agenzie pubbliche, Ministeri, banche, forze dell’ordine e forze armate non sono politicamente modificabili in maniera immediata come un Parlamento.

Il “rivoluzionario” deve rendere il popolo cosciente che l’apparato Statale è una struttura così radicata, con figure scelte negli anni dalla classe economica egemone, che qualunque tentativo di modificarne la composizione dentro le procedure dello stato di diritto produrrebbe una reazione violenta degli egemoni, che posseggono media e mezzi di produzione fondamentali, e che attraverso essi potrebbero favorire la restaurazione di una certa politica, anche in maniera violenta, come accaduto in Bolivia (si veda il tasso di lobbismo accertato in commissione e parlamento europei, con il report di Transparency International che denuncia che almeno il 20% dei “top lobbyists” hanno lavorato in Istituzioni Europee, percentuale che sale al 50% nel caso di Google).

Il rivoluzionario non riformista deve rendere le fasce medio-basse consapevoli che non è solo la propaganda elettorale mediatica ad essere influenzata da chi è economicamente egemone, ma la propaganda culturale sotto le sue diverse forme.

Solo reso consapevole una parte di popolo che questi fattori rendono lo stato di diritto e le elezioni a suffragio universale dei formalismi, si può coscientemente e legittimamente pensare ad una sovversione violenta di TUTTO il sistema, che modifichi TUTTI questi elementi. In caso contrario sarebbe un atto confusionario e senza avere chiari obiettivi che farebbero il bene dei più (sarebbe, cioè, in pericolo di autoritarismo).

Contro la falsa armonia ed il formalismo dello stato di diritto odierno bisogna sempre lottare per una rivoluzione COSCIENTE, che non tema lo scontro anti-istituzionale e la creazione di istituti del tutto nuovi, con persone del tutto nuove, che mettano al centro i principi solidaristici e il ripudio di ogni forma di rendita, economica o di potere.

Quella alla quale stiamo accennando è la vecchia diatriba interna ai partiti di sinistra di inizio ‘900: lottare per la rivoluzione dentro le istituzioni oppure puntare alla lotta materiale, se serve “illegale”, da fuori, come è stato fatto in Russia e in altri paesi come Cuba?

Oggi sembrano categorie perse, inimmaginabili, ma sarebbe utile che si riflettesse sul fatto che cercare di cambiare i rapporti di forza economici dentro la democrazia formale e il rispetto dei dirigenti degli istituti repubblicani (europei) attuali è utopico.

Possiamo riassumere il motivo sopra argomentato nel seguente modo:

Perchè alcuni hanno dei vantaggi di forza in tutti i campi mediatici, economici e quindi giuridici e legislativi nel medio o lungo termine. Se ti sottometti FORMALMENTE alle regole degli “uguali diritti per tutti” stai accettando una sfida impari.

Questo concetto è dimostrato, nella sua effettività, anche nei processi storici che hanno caratterizzato il ‘900 Keynesiano, nel quale al potere del lavoro sul capitale sembrava potercisi avvicinare a colpi di riforme.

A partire dagli anni ’70 e ’80 fu evidente che garantire alla classe economicamente dominante uguale diritto alla proprietà, significa aver concesso ad essa la possibilità di difendere da un punto di vantaggio logistico e mediatico i suoi interessi nel momento cruciale.

Cos’è successo al PCI nel secondo dopoguerra (a partire dalla pur necessaria svolta di Salerno)? Esattamente questo. Cos’è successo a Morales in Bolivia? Proprio questo. Ai socialisti in Francia a inizio anni ’80? Più o meno questo. E anche al m5s. Solo in maniera più veloce e “indolore” perchè mentre i partiti socialisti europei mancavano soprattutto dell’elemento rivoluzionario, il m5s mancava della solidità ideologica di fondo.

L’obiezione tradizionale a questa giustificazione teorico-pratica della rivoluzione sovversiva è che un fascista potrebbe ragionare allo stesso modo: è necessario non rispettare le regole istituzionali attuali, utilizzare lo scontro e l’illegalità per creare un ordine nuovo. Ma l’atto di RESPONSABILITÀ storica e politica sarebbe proprio questo: mettere da parte gli “eguali diritti” in un contesto in cui alcuni hanno dei vantaggi competitivi, ma avendo scopi diversi dai fascisti. E avendo non l’appoggio ma la partecipazione attiva del popolo. Per sottrarre a quell’1% i mezzi e i vantaggi che detengono e che rendono inevitabile che in una democrazia formale la palla ritorni sempre a loro.

In gergo socialista ciò si chiamava “dittatura del proletariato”, “esproprio proletario dei mezzi di produzione”.

La storia del ‘900 è probabilmente la più interessante a livello sociologico proprio perché ha messo l’umanità di fronte a questo triangolo esistenziale tra rivolta socialista, democrazia e rivolta fascista, con la provvisoria prevalenza del fronte di mezzo, la democrazia formale.

E l’inizio del XXI secolo, con 26 persone che posseggono la stessa ricchezza del 50% più povero del mondo e con una legislatura Italiana che ricava il 60% dei suoi decreti legislativi (rilevazione svolta dal Dipartimento Affari Comunitari per il Sole 24 Ore ), nonchè TUTTA la politica economica, dalle direttive Europee, un’Europa che è al massimo un confronto impari fra governi e non fra parlamenti – smentendo persino la logica di base della stessa democrazia parlamentare – DIMOSTRA che queste categorie di ECCEZIONE sono ancora da prendere in considerazione. Nel nostro Paese, secondo Oxfam, il 20% della popolazione con i redditi più alti può contare su entrate più di sei volte superiori a quelle di coloro che sono nel 20% più in difficoltà. Una forbice che nell’ultimo decennio si è allargata: la differenza era di 5,21 volte nel 2008, è diventata appunto di 6,09 volte nel 2018. L’ultimissimo rapporto indica addirittura che l’1% più ricco delle famiglie italiana detiene tanta ricchezza quanto il 70% delle famiglie più povere.

L’unica domanda da porsi non è, dunque, se siano “moralmente giuste” queste volontà rivoluzionarie ma se e COME creare la coscienza e i rapporti di forza sociali adeguati per poterle mettere in atto senza essere distrutti dalla reazione dell’1% o del 5% più ricco, con in appoggio parte di popolo vittima di propaganda a suo sfavore.

Ma da dove si evince questo pericolo di egemonia tecnico-logistica dello spicchio di popolazione dominante in Italia? Facciamo alcuni esempi di quanto la macchina Statale sia non completamente dipendente dalla decisione politica e, quindi, in caso di presa della maggioranza di un partito che abbia per scopo l’abolizione della rendita economica e di capitale, di quanto non sia completamente controllabile da queste nuove istanze, pur rappresentando le effettive leve del funzionamento dello Stato.

Al di sotto della facciata neutrale della nostra (ex) Banca di emissione c’è il Direttorio della Banca d’Italia, organo collegiale al quale la legge (l. 262/2005) ha attribuito la responsabilità di adottare i provvedimenti a rilevanza esterna relativi alle funzioni istituzionali della Banca; questi provvedimenti possono incidere in senso favorevole (autorizzazioni) o sfavorevole (es: irrogazione di sanzioni) sulla sfera giuridica dei soggetti vigilati. E il direttorio è nominato, su proposta del Governatore, dal consiglio superiore della Banca, espressione degli azionisti PRIVATI. Il Governatore può non volere (anzi, si presume non voglia) lo scontro istituzionale con i consiglieri, quando formula i nomi da proporre.

Il Consiglio Direttivo della BCE, ricordiamolo, è costituito dai sei membri del Comitato esecutivo e dai governatori delle banche centrali dei 19 paesi dell’area dell’euro. Come se non bastasse, ricordiamo ancora i risultati dello studio di Transparency International del 2017 il quale ha verificato che il 50% degli ex commissari e il 30% degli ex europarlamentari ora fanno i lobbisti.

La vittoria alle elezioni non assicura dunque l’immediata presa di potere decisionale dell’istituto di emissione monetaria (o, meglio, di quello che dovrebbe essere tale, una volta disconnesso il cordone dalla BCE) e di maggior controllo, insieme alla Consob, delle attività della costellazione delle banche e degli istituti finanziari privati – i quali dovrebbero i primi target della nazionalizzazione di un partito con le finalità descritte.

Altro esempio, più vicino alla nostra quotidianità: le nomine dei direttori sanitari e amministrativi delle aziende sanitarie, e dei direttori di dipartimento, non sono in alcun modo toccati da concorsi e graduatorie trasparenti basati sui titoli ma sono semplicemente effettuate dal Direttore Generale. In dei contesti locali – soprattutto al Sud – dove la mafia e la massoneria (depositari e insieme potere esecutivo delle famiglie economicamente dominanti dei territori) tengono le redini delle amministrazioni pubbliche e dei servizi come la sanità, non esiste un riscontro popolare sulle nomine di figure così fondamentali per la qualità della nostra vita. Un potere legislativo regionale sotto ricatto di questi meccanismi non è un potere democratico.

E poi, l’aspetto più importante: la nomina dei tecnici e dei dirigenti all’interno dei Ministeri. Lo spoil system, in Italia, è attualmente regolato dalla legge n. 145/2002, che prevede, all’articolo 6, che «le nomine degli organi di vertice e dei componenti dei consigli di amministrazione o degli organi equiparati degli enti pubblici, delle società controllate o partecipate dallo Stato, delle agenzie o di altri organismi comunque denominati, conferite dal Governo o dai Ministri nei sei mesi antecedenti la scadenza naturale della legislatura, computata con decorrenza dalla data della prima riunione delle Camere, o nel mese antecedente lo scioglimento anticipato di entrambe le Camere, possono essere confermate, revocate, modificate o rinnovate entro sei mesi dal voto sulla fiducia al Governo».

Questo vale per i dirigenti apicali. I dirigenti di livello inferiore che sono tali sempre per aver superato un concorso, ricoprono il proprio ruolo secondo un principio di rotazione triennale e secondo le decisioni dei capi dipartimento. Non secondo un principio di nomina politica dunque. Secondo la 124/2015, la nota riforma Madia poi mai entrata in vigore, quanto alla durata degli incarichi dirigenziali, veniva previsto il termine di 4 anni, rinnovabile di ulteriori 2 anni, a condizione che il dirigente abbia conseguito una valutazione positiva e con decisione motivata dell’amministrazione, per una sola volta; successivamente, viene svolta la procedura comparativa con avviso pubblico, cui può partecipare il dirigente già titolare dell’incarico salvo il caso di uffici a rischio di corruzione per i quali la legge già richiede il rispetto del principio della rotazione.

Nel rispetto dei principi di cui all’articolo 19 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e delle disposizioni di cui all’articolo 26 della legge 1° febbraio 1989, n. 53, la durata degli incarichi segue oggi la ratio per cui essa e’ correlata agli obiettivi prefissati e, comunque, non puo’ essere inferiore a tre anni ne’ eccedere il termine di cinque anni.

In ogni caso questi dirigenti non necessariamente sarebbero “abbinati” all’ideologia politica del governo in carica.





Un discorso ancora più controverso riguarda il resto dei dipendenti e funzionari, in teoria assunti con concorso pubblico ma da valutare, attraverso inchieste serie, riguardo al pericolo che il potere politico-economico dominante abbia esercitato delle preferenze attraverso il noto malvezzo dei concorsi truccati, che renderebbero qualsiasi funzionario suddito nei confronti del proprio “patronus”.

Il pericolo di scollamento tra potere democratico e controllo effettivo è ancora più palese riguardo alla posizione dei dirigenti di enti e agenzie pubbliche e riguardo a quelli di istituzioni di diritto privato ma che sono controllate dal pubblico perché svolgono funzioni nazionali strategiche.

Il presidente dell’INPS viene nominato ogni 4 anni e il suo rinnovo non coincide col cambio di governo. Per il CDA di Cassa Depositi e Prestiti, gli amministratori nominati dagli azionisti pubblici e privati durano in carica per il periodo indicato nell’atto di nomina e possono arrivare fino a tre esercizi. Così è, naturalmente, per altre imprese sotto il controllo pubblico quali Ferrovie dello Stato. Anche queste sono dunque passibili di incongruenza con l’effettiva volontà politica. In particolare, è interessante notare come le decisioni riguardanti la gestione delle partecipazioni detenute da CDP S.p.A. in società controllate che gestiscono infrastrutture di rete di interesse nazionale nel settore dell’energia e nelle loro società controllanti sono assunte dal Consiglio di amministrazione, dunque anche le partecipate di CDP possono indirettamente soffrire dello stesso rischio.

La durata di tre anni caratterizza anche i vertici ed il comitato di gestione dell’Agenzia delle Entrate.

In altre parole, chi davvero ESEGUE i provvedimenti nei palazzi del potere non può essere sempre immediatamente sostituito con qualcuno che abbia interessi e ideali politici coincidenti con l’effettivo potere legislativo, a meno che non scada il “regolare” mandato, che non necessariamente coincide con il mandato del Governo. Introdurre qui la categoria di boicottaggio sarebbe superfluo.

Gli esempi che si possono elencare sono innumerevoli, questi sono solo i più clamorosi e i fatti accaduti riguardo alle controversi sulla vigilanza di Bankitalia su molti scandali sono sintomatici. Per semplicità non si è affrontare il vasto continente sommerso del controllo delle forze armate e dei servizi segreti, la cui logica risponde a legami e necessità ancora differenti.

Questa condizione è uno dei maggiori motivi sociali per cui “l’intesa fra le classi” è, come dice Lenin, una ingenua illusione, per il semplice fatto che il 90% dei cittadini non può trovare un’intesa favorevole con il 10 o l’1% più potente che potrebbe possedere la maggior parte dei ruoli di potere attraverso figure posizionate ad hoc sullo scacchiere della pubblica amministrazione e del settore pubblico allargato.

La dialettica Hegeliana e Marxista del superamento della contraddizione con una “rivoluzione” dei rapporti sociali è evoluta in Lenin nella necessità organizzativa organica e centralizzata (centralismo democratico) del partito attore della sovversione del sistema, unica maniera funzionale per sostituire i nominati dalle classi alte con un NUOVO Stato.

Per questo scopo, nessuna tattica conciliatoria (come hanno fatto i 5stelle) e nessun “spontaneismo” senza regole (come i gilet gialli) può funzionare nel lungo termine. La necessità non è soltanto il coordinamento militaresco per la “sovversione”, ma la vera e propria costruzione immediata di un nuovo sistema amministrativo sulle ceneri del vecchio, che non renda inevitabile fare affidamento alla classe dirigenziale e tecnica che è il frutto, consapevole o meno, a livello mentale o di interesse, dello stesso status quo che ha retto la cosa pubblica fino ad oggi.

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