LA SOLITA, BANALE, LEGGE DI BILANCIO. NESSUN NEW DEAL NE’ PER I GIOVANI NE’ PER L’AMBIENTE

LA SOLITA, BANALE, LEGGE DI BILANCIO. NESSUN NEW DEAL NE’ PER I GIOVANI NE’ PER L’AMBIENTE

L’Europa chiede chiarimenti sulla Legge di Bilancio italiana. In attesa che il governo dia il via libera definitivo sul testo, la Commissione europea dovrebbe inviare oggi al nostro Paese una lettera per chiedere informazioni supplementari sulla bozza presentata la scorsa settimana.

Mentre il sistema di finanziamento privato, il solo che l’Europa concede agli Stati membri, controlla ogni minimo sforamento alle regole che riescono a mantenere la calma nelle aspettative di rendita di quell’1% più ricco che acquista il nostro debito, le misure della manovra – per mantenere questo assetto – saranno finanziate anche da 4,3 miliardi di nuove TASSE.

Se da una parte elargisci (taglio del cuneo fiscale), dall’altra dreni. Se sei nell’Ue e non controlli il tuo sistema bancario non puoi fare altro, tutte le manovre saranno così. Molte di queste imposte non sono totalmente fuori bersaglio, si noti. Come la diminuzione delle detrazioni per alti redditi e l’aumento delle aliquote sulle vincite da gioco. Altre sono evitabili, come le tasse “green” (se vuoi fare l’ecologista regolarizzi la vendita di alcuni prodotti e investi miliardi in quelli alternativi, senza dissanguare i consumatori), o la stretta sui controlli alla piccole partite IVA (il risultato sarà meno denaro che circola fra le fasce basse). IN OGNI CASO, in un sistema capitalistico, quasi qualsiasi tipo di aumento tasse, se non bilanciato da un aumento di spesa maggiore a favore delle classi basse, è RECESSIVO, visto che l’economia è in funzione delle aspettative di quei pochi benestanti.

La soluzione a tutto questo è il cambio di sistema, con alte imposte dirette su rendite e grandi patrimoni ma un graduale AZZERAMENTO dei tributi indiretti, quelli che colpiscono la spesa; in generale la tendenza dovrebbe puntare a trasferire la tassazione indiretta sui consumi versa quella diretta del reddito, per due semplici motivi: 1) la tassazione sui consumi non puó essere progressiva e 2) la spesa è SEMPRE un fattore di stimolo all’economia e alla creazione di nuovo reddito, oltre ad equivalere ad una tassazione indiretta del reddito, mentre non tutti i redditi nella loro dimensione statica vanno a stimolare nuovi scambi nella produzione reale. Soprattutto occorre uno Stato controllato dalle classi lavoratrici che non abbia vincoli di spesa nella possibilità di assumere e formare i suoi cittadini fino alla PIENA OCCUPAZIONE. L’aumento dell’occupazione non può essere alla mercé di una fetta minore di individui che singolarmente sono avversi al rischio o che pretendono privilegi ingiusti per assumere.

Altro capitolo controverso dell’anno finanziario sono le spese militari. Sugli F35, Trump dichiara: “Italia ha appena acquistato 90 nuovissimi aerei. Il programma va molto bene”.

Non è fondamentale essere a prescindere contro la SPESA MILITARE sostenuta, soprattutto se concerne difesa e perché può costituire un volano alla RICERCA TECNOLOGICA.

Ma usare svariati miliardi per acquistare prodotti di un consorzio industriale prevalentemente anglo-statunitense (sotto la spinta Usa che brama per ogni acquisto che possa sostenere la sua disastrosa bilancia commerciale) è probabile che vada contro questi principi ed è abbastanza ipocrita da parte di un governo che sostiene di tagliare “spese inutili” tagliando le menti che lavorano in Parlamento.

Riguardo la quantità di SPESA MILITARE, sbaglia sia chi ci considera indietro rispetto agli altri paesi sia chi dice che sia eccessivamente alta. Infatti secondo dati Eurostat, nel 2016 l’Italia ha speso per la difesa oltre 21 miliardi di euro (1,3 per cento del Pil), al terzo posto dopo la Francia (1,8 per cento) e la Finlandia (che ci sopravanza di poco). La media europea è dell’1,2 per cento del Pil. La Germania spende solamente l’1 per cento del Pil. Quindi spendiamo di più rispetto a molti altri paesi europei. C’è però una considerazione da fare: i dati Eurostat che classificano la spesa per categoria funzionale (COFOG), conteggiano nella funzione difesa anche metà della spesa totale dell’Arma dei Carabinieri (che nel 2016 ammontava a 6 miliardi di euro). L’Arma svolge anche funzioni di difesa, ma il suo compito principale riguarda l’ordine pubblico e la sicurezza interna del territorio.

RIGUARDO AI TAGLI PRESUNTI.

La legge delega n. 244 del 2012 – Revisione dello Strumento militare – è stata la riforma più importante della Difesa italiana dopo la legge Andreatta del ‘97. Essa mirava non a un risparmio complessivo ma a uno spostamento di risorse dalla spesa per il personale, la cui quota era di circa il 70 per cento del totale (contro standard esteri del 50 per cento), verso la spesa per armamenti e addestramento.

Come sta procedendo la riforma? La spesa per il personale militare per la funzione difesa, era pari a 9,2 miliardi di euro nel 2016, circa il 70 per cento della spesa totale per difesa, sostanzialmente in linea con le percentuali precedenti la riforma. Non sembrano esserci rilevanti progressi anche riguardo all’obiettivo di ridurre il numero dei graduati rispetto a quello del personale di truppa. A fine 2016, il rapporto era ancora del 48 per cento di truppa e del 52 per cento di graduati. (per approfondire, si veda Osservatorio CPT, 2018).

DEBITO E FUTURO DEI FIGLI.

Ogni legge di bilancio, insomma, incontriamo la solita triviale noiosa cantilena, qualsiasi sia il governo: «taglio cuneo fiscale .. taglio detrazioni .. lotta all’evasione» .. misure che, tra le altre cose, non si realizzano mai realmente e se si realizzassero non sarebbe poi enormemente rilevanti.

Si aggiunge la solita voce dell’opinionista di turno, poi, che ricorda come «il debito va diminuito per non rovinare il futuro dei nostri figli». Anche se ormai anche gli economisti “mainstream” dicono ESATTAMENTE L’OPPOSTO. Ad esempio consigliano al Giappone (debito pubblico del 238% del pil) di persistere col deficit primario che già sta praticando PROPRIO PER PUNTARE SUI “FIGLI”. Per un piano a lunghissimo termine sull’aumento della produzione con nuovi lavoratori.

Olivier Blanchard (Senior Fellow at the Peterson Institute for International Economice ed ex capo economista del FMI) e Takeshi Tashiro (visiting fellow at the Peterson Institute for International Economics) affermano testualmente:

“Uno studio del 2014 del Centro Giapponese per la Ricerca Economica ha stimato che se il Giappone adottasse misure simili a quelle che esistono in Francia (come sussidi pubblici al costo del mantenimento dei bambini e forti detrazioni fiscali che aumentano all’aumentare dei figli) occorrerebbe un costo dell’1.5% del Pil per incrementare il tasso di fertilità a 1.8 e un costo del 2.7 del Pil per farla diventare di 2.1. Se questi numeri sono corretti, il beneficio in termini di aumenti di produzione sono notevoli. Nonostante questa politica non inciderebbe sulla forza lavoro fino a 16 anni a questa parte, l’aumento del tasso di crescita lungo i prossimi 30 anni in risposta all’aumento della fertilità da 1.45 a 1.80 sarebbe di 0.19 all’anno e di 0.32 all’anno lungo i prossimi 50 anni. In altre parole, un addizionale 1.5 di Pil speso in misure per incrementare la fertilità porterebbero il Pil ad essere più alto del 6% nei prossimi 30 anni e del 17% nei prossimi 50“.

Insomma DEFICIT virtuoso, realizzato con capitali interni e con creazione di Yen da parte della Banca Centrale, A FAVORE delle muove generazioni. Quello che dovrebbe fare l’Italia per combattere il suo crollo demografico.

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