I DUE PIU’ GRANDI IMBROGLI DEL MAINSTREAM ECONOMICO: LA “NECESSITA'” DELL’AUMENTO DELL’IVA E IL “PERICOLO” INFLAZIONE

I DUE PIU’ GRANDI IMBROGLI DEL MAINSTREAM ECONOMICO: LA “NECESSITA'” DELL’AUMENTO DELL’IVA E IL “PERICOLO” INFLAZIONE

La necessità dell'”aumento IVA” è il più grande inganno della storia della contabilità pubblica.
Ma per capire il PERCHE’ c’è bisogno di comprendere due concetti un po’ complicati. Questa è la ragione per cui il 99% della popolazione non lo ritiene un argomento digeribile, il che implica il fatto che, finchè restiamo nell’UE, lo spauracchio che determina la politica interna coinciderà con le clausole di salvaguardia e con il “pericolo spread”.
L’obiettivo di medio periodo dei trattati europei per gli Stati è il pareggio, non di bilancio ma del SALDO STRUTTURALE. Il problema di quest’ultimo è che è calcolato IN MANIERA INSENSATA.
Vediamo:
ll saldo di bilancio strutturale è derivato dal deficit nominale (quello che sentiamo sempre nominare) meno l’OUTPUT GAP (moltiplicato per l’elasticità del bilancio alle variazioni dell’output gap stesso, cioè per quanto il primo è influenzato dal secondo; tutto questo al netto delle misure una tantum).
Ma l’OUTPUT GAP cos’è? La distanza fra il Pil attuale e quello potenziale. Quest’ultimo è calcolato moltiplicando fra loro fattori come capitale, lavoro e contributo del progresso tecnologico alla crescita al loro livello di UTILIZZO POTENZIALE – cioè per quanto margine di miglioramento hanno.
Ed è qua che casca l’asino!
Il lavoro potenziale, per esempio, è calcolato «estraendo la componente di trend di un insieme di variabili su dati storici e di previsioni». Una parte è la componente di trend del tassi di partecipazione, un’altra è la popolazione in età lavorativa attraverso proiezioni demografiche, un’altra ancora tratta il trend delle ore lavorate medie per lavoratore. Infine, vi è il famoso NAWRU, il tasso di occupazione per il quale «l’inflazione non accelera».
Tutti questi parametri riflettono in pratica le previsioni di trend basati sulle CONDIZIONI ATTUALI a livello di stimoli, aspettative, formazione del capitale umano, investimenti in tecnologie e sviluppo. Il nawru, poi, nulla ci dice su quanto una diminuzione di disoccupazione crei valore aggiunto, anche se accompagnata da una discreta inflazione dovuta alla ripresa dei consumi.

In pratica per calcolare di quanto STIMOLO ha bisogno l’Italia si prendono le condizioni disastrose attuali in fatto di crescita della produttività e del lavoro e si dice “meglio di così l’Italia non può fare”. E quindi si nega un taglio delle tasse o un aumento della spesa, anzi si impone un aumento delle tasse per il dogma del “pareggio”.

E’ PROBABILE SOLO L’INQUISIZIONE ABBIA CREATO PIU’ SOFFERENZA GRATUITA IN EUROPA, non “spiegata” da alcune guerra, da alcuno scontro o disastro naturale. Per chi voglia approfondire la teoria, si consiglia, ad esempio, «I Metodi di Stima del Pil Potenziale tra Fondamenti di Teoria Economica e Contenuto Empirico», di Antonella Palumbo, Working Paper n° 92, 2008, RomaTre.

Passiamo ora al secondo pregiudizio richiamato nel nostro titolo, lo spauracchio dell’inflazione, sventolato non tanto e non più dai leader europei e dai governatori delle Banche Centrali (il loro target, piccolo, di inflazione non lo riescono infatti neppure a raggiungere), quanto da chi paventa catastrofi in caso di uscita dall’Euro ed emissione monetaria in capo alla classe politica italiana.

Il pregiudizio dell'”inflazione cattiva per il popolo” è, appunto, ormai riconosciuto come mero pregiudizio. Tutti gli studi econometrici rivelano il contrario. Vediamo una banale prospettiva STORICA: «i creditori [la stragrande maggioranza dei capitali in prestito, sia riguardo il debito pubblico che privato, sono posseduti delle percentuali più ricche della popolazione] sono avvantaggiati in caso di DISINFLAZIONE, la quale, nel caso dell’Italia, si è verificata in misura massiccia dal 1980 al 1985, e quasi senza interruzioni nel corso degli anni ’90. Quanto alla dimensione di tali effetti redistributivi, per avere un’idea della loro rilevanza possiamo trarre spunto ancora una volta da Modigliani e Papademos, i quali affermano che, sotto date ipotesi, una variazione non prevista del tasso d’inflazione pari all’1% provoca una redistribuzione della ricchezza tra creditori e debitori pari all’1% del valore totale delle attività nette. Ciò significa che, se prendiamo come riferimento la ricchezza finanziaria netta delle sole famiglie registrata nel 1993, la riduzione di oltre un punto nel tasso d’inflazione verificatasi tra il 1992 e 1993 (posto per semplicità che sia stata del tutto inattesa), avrebbe generato un effetto distributivo non inferiore a 26.000 miliardi di lire, pari all’incirca all’1% del PIL. Ripetendo il calcolo per il periodo che va dal 1992 al 1998 si scopre che, anche limitando l’analisi all’effetto redistributivo generato dagli errori nelle attese (cioè senza considerare i ritardi di aggiustamento), i creditori avrebbero goduto di un incremento nel valore reale della loro ricchezza netta all’incirca pari al 5% del prodotto interno lordo» (E. Brancaccio, D. Marconi, 2002, Possibili Effetti Collaterali della Disinflazione).

In poche parole: non è l’inflazione, ma il suo opposto, il rallentamento dell’inflazione, a danneggiare le classi che possono adeguare il loro reddito e i loro salari all’aumento dei prezzi (i quali non sono altro che questo aumento stesso dei redditi in circolo virtuoso). Una diminuzione inaspettata dell’inflazione, o una diminuzione eccessiva, favorisce invece chi detiene titoli di credito a tasso fisso o titoli non efficacemente adeguabili alla variazione di tasso. Tutto ciò fa ben comprendere come l’emissione di MONETA a favore dei lavori pubblici e, dunque, dei REDDITI DA LAVORO, è una scelta politica, la sua distribuzione in attività REALI nell’economia produttiva ancora di più. Se si sceglie di NON FARLO; COME ADESSO, è perchè le classi alte – che dominano ideologicamente i politici Europeisti attuali – NON VOGLIONO PERDERE IL VALORE DEI LORO TITOLI E DELLA LORO RICCHEZZA ACCUMULATA.

NEGLI ULTIMI DECENNI CI SIAMO DISSANGUATI PER STABILIZZARE LA RICCHEZZA DEI GRANDI CAPITALI.

Il racconto continua: «Nel 1997 l’economia italiana ha fatto registrare, per la prima volta da oltre un trentennio, un tasso d’inflazione inferiore al 2%. L’evento è stato accolto dai responsabili della politica economica e dall’opinione pubblica come il prodotto di una virtuosa opera di stabilizzazione macroeconomica, ritenuta condizione imprescindibile per l’ingresso immediato dell’Italia nell’Unione Monetaria Europea e per una prospettiva di crescita equilibrata e duratura.

Tuttavia, l’abbattimento dell’inflazione è stato ottenuto con politiche economiche fortemente restrittive, che hanno negativamente inciso sulla dinamica del prodotto e dell’occupazione. Ecco perché la disinflazione è stata generalmente interpretata quale premio per un sacrificio collettivo (come ebbe a dire Ciampi). Le ragioni per condividere un simile punto di vista sono, senza dubbio, numerose e significative. Eppure, come cercheremo di mostrare, è possibile valutare il processo disinflazionistico in termini del tutto diversi.

Recuperando un’idea autorevole, sebbene attualmente minoritaria, si può infatti affermare che se la disinflazione non è perfettamente prevista nei contratti di prestito il suo verificarsi genera ex-post tassi d’interesse reali elevati, da cui scaturiscono effetti redistributivi favorevoli ai creditori e a danno dei debitori. Se inoltre si ritiene, per varie ragioni, che siano I DEBITORI A TRAINARE LA CRESCITA, è allora possibile affermare che questa verrà ridimensionata dal suddetto fenomeno redistributivo. In sostanza, nel presente lavoro interpretiamo la disinflazione non come un premio, bensì come una delle possibili cause di un sacrificio collettivo, la scarsa crescita degli ultimi anni». Così scrivevano in Studi Economici Emiliano Brancaccio e Daniela Marcon nel 2002. I debitori, ovvero la stragrande maggioranza di tutti noi, il cui consumo e lavoro è il vero volano della crescita, godevano di tassi negativi negli anni ’70 – l’epoca della grande inflazione – e di tassi eccessivamente alti dagli anni ’80 in poi, l’epoca della stagnazione salariale e del blocco della produttività. Quello che va capovolto è, dunque, tutto un paradigma economico.

Per fortuna oggi questa visione è divenuta un po’ meno “minoritaria”.

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