LA VERA RIFORMA STRUTTURALE: REINDIRIZZARE IL RISPARMIO E I DEPOSITI PER CREARE RICCHEZZA PER GLI ITALIANI

LA VERA RIFORMA STRUTTURALE: REINDIRIZZARE IL RISPARMIO E I DEPOSITI PER CREARE RICCHEZZA PER GLI ITALIANI

Le elezioni Europee sono state in genere l’occasione, per le nostre forze politiche, di esporre soluzioni atipiche alle asimmetrie dell’area euro che, per quanto di solito insufficienti e fuori dai temi principali, hanno perlomeno avuto il merito di stimolare il dibattito sui dogmi economici del Trattato sul Funzionamento dell’Ue. Si vedano Eurobond ed Euro a due velocità. Quest’anno sembra, al contrario, che si sia scelto di basare la campagna elettorale su un banale allargamento dei temi di interesse nazionale, come il salario minimo e il controllo dei flussi migratori. Dall’altro lato, i quotidiani – noiosamente – mainstream continuano a ripetere la solita solfa del “pericolo mercati” per ogni avvenimento che sia denominabile come tale.

Entrambe le retoriche ci conducono a ribadire che gli ultimi dati sui risparmi degli Italiani suggerirebbero quale dovrebbe essere il vero cardine di ogni progetto per una nuova Europa: la disciplina pubblica dell’allocazione creditizia e della liquidità risparmiata, al fine di fare quello che gli individui singoli e le banche singolarmente (e privatamente) non possono fare, in quanto schiavi di una logica speculativa, breveterminista e (legittimamente) avversa al rischio – rischio che esiste solo se gli investimenti non sono coordinati. Ovvero, investire in maniera ORGANICA l’enorme mole di ricchezza privata al fine di produrre nuova ricchezza per tutti e di avvantaggiare il LAVORO, e non la RENDITA, come ordinerebbe la Costituzione.

Secondo il Sole24Ore, «l’incognita voto Ue fa tornare il pessimismo su Borse e spread».

Intanto è essenziale dire che dipendere, nei finanziamenti delle nostre imprese e del nostro settore pubblico, “da borse e spread” non vuole dire altro che LA VITA DI 60 MILIONI DI ITALIANI LA DECIDONO I TIMORI E I PARAMETRI DEL 5-10% PIU’ RICCO.

INFATTI, la distribuzione delle attività finanziarie è analoga a quella della ricchezza netta. Il 30 per cento delle famiglie italiane con patrimonio netto più basso detiene solo il 4 per cento circa della ricchezza finanziaria complessiva (in media circa 4.000 euro a famiglia); il 30 per cento con patrimonio più consistente ne possiede poco meno dell’80 per cento (in media circa 72.000 euro), di cui oltre metà riconducibile ai nuclei appartenenti al 5 per cento più ricco, che detengono in media circa 220.000 euro in attività finanziarie (dati Bankitalia). Per non parlare della dipendenza dai ricchi patrimoni esteri.

Chiunque dia importanza alla borsa invece di invocarne l’abolizione e la sua sostituzione con un sistema pubblico di conti correnti e credito alle imprese e famiglie, senza alcuno strumento finanziario complesso (di tutelare il risparmio e gli investimenti se ne deve occupare la Repubblica), è consapevolmente o meno un ELITARISTA ESTREMISTA.

Molti provano un certo tipo di shock quando si sostiene che i risparmi degli Italiani dovrebbero essere in parte vincolati tramite delle banche pubbliche all’acquisto dei titoli di Stato (come fu fino a fine anni ’80) e che gli interessi dovrebbero essere tenuti sotto controllo dalla Banca Centrale, prestatrice di ultima istanza. «Giù le mani dai miei soldi» è la reazione di alcuni, neanche si proponesse una patrimoniale. Prima di tutto bisognerebbe chiedersi: «sarebbe più utile, per me, i miei figli e per la comunità in generale, uno Stato che non abbia le pressioni dello spread e possa tranquillamente investire in taglio tasse, infrastrutture e sanità, oppure la “libertà” mia di acquistare 10 bitcoin, un derivato o le azioni di Amazon?» Perchè io potrei anche avere un guadagno maggiore nel breve termine e acquistare una BMW tedesca, ma raramente farei un consorzio con altri risparmiatori per investire in una scuola nuova o sul dissesto idrogeologico. Lo Stato invece lo farebbe. Il progresso del capitale sociale della mia comunità magari non mi farà ottenere un macchinone domani, ma tra 3 anni sì, e soprattutto porterà molto ai miei figli, invece di lasciar loro il deserto produttivo.

Lo scorso anno Bankitalia ha reso noti i dati sulla disparità di ricchezza accumulata nel nostro paese

Ma poi, pur volendo essere egoisti, chi è che guadagna davvero così tanto con la rendita finanziaria? Cerchiamo i dati di Bankitalia. Il 77% di tutte le attività finanziarie delle famiglie Italiane sono possedute dal 30% più ricco. Il 52,5% dal decimo più ricco. Circa il 10% del portafoglio di quel 30% più ricco è investito direttamente in titoli di Stato, la metà più povera della popolazione investe direttamente in titoli circa il 3% in media del proprio patrimonio finanziario – la maggior parte di esso è depositato in banca. Per non parlare di obbligazioni private, azioni e partecipazioni, investimenti gestiti e titoli esteri: gli strumenti ad alto rischio e rendimento che stanno sotto a questi istituti sono quasi esclusiva dei 3 decili più ricchi. Insomma, di chi non avrebbe proprio bisogno di ulteriori rendite. Se poi consideriamo che oltre il 40 per cento di quel 77% iniziale è detenuta dal 5 per cento più ricco, che ha un patrimonio netto in media pari a 1,3 milioni di euro, è facile capire a chi appartenga la stragrande maggioranza dei soldi investiti in strumenti finanziari e titoli. Un vincolo di portafoglio, un controllo del flusso di capitali e dei rendimenti anemici appiattiti all’inflazione a tempo indefinito renderebbero tristi soprattutto gli investitori che, semplicemente, non hanno certo necessità di rendite immediate.

Un uso dei risparmi diretto a far esplodere gli investimenti in economia reale attraverso la spesa pubblica e gli incentivi alle aziende innovative private, invece, renderebbe felici tutti, qualsiasi persona che fa un lavoro PRODUTTIVO (l’unico utile, e l’unico tutelato dalla Costituzione). Si valuti quale sia lo scenario più attraente.

La campagna elettorale si trascina sulla linea di argomenti beceri o di interesse quasi nullo, come la polemica sui negozi che vendono cannabis o la riduzione del numero di parlamentari.
Gli unici argomenti seri in un’epoca di investimenti privati stagnanti e innovazione latente sarebbero la NAZIONALIZZAZIONE di imprese come Alitalia e di Banche come la Carige e altre di interesse regionale che, insieme alla MPS, potrebbero essere utilizzate per fare finalmente una enorme espansione creditizia a costo minimo. Non è accettabile che in Italia ci siano 883 miliardi di risparmi incastonati in conti correnti o investiti in strumenti decisi dalle banche o dai fondi, e non nell’ECONOMIA REALE, che vede invece investimenti annui di massimo 300 miliardi.

«Ma questo affosserebbe le borse». Non sarebbe un problema in un regime di credito e partecipazione pubblica! Le borse sono sempre state l’indice di quanto il “capitale privato”, cioè i possessori dei mezzi di produzione del credito e dei servizi, chiedono in dazio per far funzionare il LAVORO. Non sono necessarie.
Negli anni del boom le borse erano ‘frequentate’ solo da poche aziende e a partire dagli anni ’60 ebbero un calo di redditività notevole. Le spiegazioni della performance negativa della borsa a partire dal 1962, come sottolinea Aleotti, vanno ricercate anche nel mutato scenario politico che caratterizzò i cosiddetti anni del centro-sinistra, anni in cui riemerse un nuovo atteggiamento di diffidenza e ostilità nei confronti della borsa da parte della classe politica italiana. Prendeva corpo il progetto del «governo politico»
dell’economia e della «programmazione economica», attuate attraverso i controlli amministrativi sui flussi finanziari e l’espansione del sistema delle partecipazioni statali, progetto rispetto al quale la borsa non poteva che risultare un fattore estraneo o addirittura di disturbo.
Uno dei primi provvedimenti dei governi di centro-sinistra che ebbe un effetto fortemente negativo sul mercato di borsa fu la decisione di procedere alla nazionalizzazione dell’industria elettrica. Per capire fino in fondo l’impatto che la vicenda poté avere, bisogna tenere presente che  all’epoca l’industria elettrica rappresentava la «vetta» della parte privata del capitalismo italiano.

Aggiungiamoci l’inflazione dovuta all’aumento dei salari e alle lotte sindacali, e la RENDITA da capitale in quel periodo ebbe veramente poco spazio. Sia del capitale finanziario che di quello produttivo, con un grande e benefico trasferimento di ricchezza al LAVORO.

Questo permise all’Italia di crescere in media del 5% annuo in un decennio, gli anni ’70, caratterizzato dal più grande shock economico di offerta della storia recente, col prezzo del petrolio che aumentò dell’800% in pochi mesi. E. nonostante questo, in quel decennio i salari REALI conobbero la crescita più alta della storia e interessi sul debito pubblico NEGATIVI. Lo spread reale con la Germania arrivò fino a circa 15 punti (a favore nostro).

Una pubblicazione congiunta Banca d’Italia-Istat ci delinea, infine, il quadro generale: la ricchezza delle famiglie italiane nel 2017 ha toccato i 9.742 miliardi, dai 9.333 di dieci anni prima, superando a livello pro capite quella detenuta dai tedeschi. Centinaia di miliardi di risparmi e patrimoni che – mentre noi ci turbiamo per 10 miliardi in più di spesa pubblica – vengono usati attraverso gli intermediari voraci (quote di fondi comuni, riserve tecniche assicurative e fondi pensione, ecc..) in investimenti incrociati tra titoli finanziari (compro titoli e azioni da enti che con quei soldi indirettamente compreranno, in parte, titoli e azioni e così via), che alterano in maniera circolare il loro valore e i propri rendimenti. Per la maggior parte senza toccare l’economia reale.

Dobbiamo lottare affinché torni “senso comune” la filosofia economica di chi ha costruito l’Italia, frutto di decenni di crescita e politica non per forza sottomessa alle “leggi del mercato”.
In quegli anni di crescita ineguagliabile tra gli economisti emerse con forza l’idea che il mercato di borsa fosse solo un teatro di manovre speculative svolte ai danni dei piccoli azionisti. Nel 1973, infatti, il grande Federico Caffè scriveva: «la borsa non è strumento di vigore competitivo e di collocazione efficiente del capitale monetario; bensì strumento di un complesso intreccio di manovre e strategie, prive di ogni connessione con la logica di un’economia di mercato». Anche Balducci, Marinelli, Marconi e Niccoli (1978), cinque anni più tardi, in un saggio sull’evoluzione del mercato finanziario italiano, scrivevano: «Non sembra che un listino di borsa come quello di Milano … possa essere un elemento di guida, scontati gli eventuali effetti dannosi della speculazione, alla gestione imprenditoriale, attraverso le informazioni che fornisce sul costo del capitale, ed offra possibilità di investimenti ad un elevato numero di risparmiatori».

La Repubblica DEVE disciplinare, controllare e dirigere l’esercizio del credito, come da Costituzione. Non lasciare trilioni di risorse marcire in dei casinò irrazionali che nulla c’entrano con il “mercato” e i valori reali dei beni. La Borsa come ente privato deve essere abolito.

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