“CANCELLA IL DEBITO”: COME E PERCHE’ NON SI DOVREBBERO FAR PAGARE INTERESSI AGLI ENTI LOCALI

“CANCELLA IL DEBITO”: COME E PERCHE’ NON SI DOVREBBERO FAR PAGARE INTERESSI AGLI ENTI LOCALI

La vicenda del debito di Roma “pagato da tutti gli italiani” ha riportato l’attenzione sull’annoso problema delle amministrazioni locali inefficienti e poco trasparenti. Ma oltre accusare chi un debito l’ha prodotto (indifferentemente dal motivo per cui lo ha fatto), è necessario comprendere perché la maggior parte dei comuni italiani ha storicamente problematiche legate al finanziamento dei propri investimenti. Indifferentemente dal valore politico mostrato dalle diverse amministrazioni. D’altra parte – e questo non si sottolinea mai – la questione romana verteva non tanto su chi dovesse pagare il debito capitolino (lo paga in parte il Tesoro da anni, e ciò non sarebbe cambiato in nessun rispetto) ma soprattutto sulla possibilità, da parte del Tesoro, di rinegoziare i tassi di interesse di tale debito, che ora sono al 5-6%, un valore completamente fuori mercato al giorno d’oggi.

Perché una pubblica amministrazione deve pagare degli interessi sul proprio debito? Questa è la domanda che nessuno si pone, perché la risposta sembra scontata: come tutti gli agenti economici, chi li finanzia si prende un rischio che deve essere retribuito. Ma se la Costituzione enuncia che «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese», allora gli investimenti pubblici servono a far progredire la qualità della vita e il capitale umano “collettivo”, di tutti, soprattutto dei più disagiati. Il denaro per realizzare tali investimenti, però, ce lo mette la fetta della popolazione che ha più disponibilità (chi ha già un reddito tale da avere molti risparmi e, soprattutto, i “benestanti”, chi ha grossi profitti e rendite da investire in banca o in fondi comuni). Quindi è davvero giusto anteporre il rischio di alcuni al benessere di tutti? Più che pagare interessi, da un punto di vista di etica della comunità, forse sarebbe giusto limitarsi a tutelare i risparmi dei risparmiatori che investono.

Parliamo di “etica” ma gli effetti sono tutt’altro che astratti: ieri sul Sole 24 Ore Gianni Trovati ha reso pubblici i dati dell’Ifel sul il costo annuale del debito, alimentato dal rimborso di quote capitale e interessi, in rapporto alla spesa corrente. Così viene fuori che la spesa per interessi non è un fardello solo per Roma: «in 1.883 piccoli Comuni, cioè nel 37,8% degli enti fino a 5mila abitanti nell’Italia a Statuto ordinario più la Sicilia e la Sardegna, il servizio annuale al debito assorbe più del 12% della spesa corrente complessiva: in 659 di queste micro-amministrazioni, il peso supera il 18%. Cioè: ogni 100 euro di spesa totale, dal personale agli acquisti, più di 18 finiscono in rate sul debito». Il nostro territorio non è privo di esempi in tal senso. Mentre i comuni di Tropea e Parghelia – secondo Openbilanci – risultano essere tra i fortunati ad aver pagato zero euro pro capite di interessi sui mutui nel 2016 (ultimo anno per cui i dati sono disponibili), il Comune di Ricadi ne ha pagati 55, undici volte in più della spesa pro capite per diritti sociali, per le politiche sociali e la famiglia (5 euro pro capite), più del doppio che per l’ordine pubblico (21 euro pro capite) e poco più che per le politiche giovanili (54,25 euro pro capite). A Joppolo, altro esempio, la spesa pro capite per interessi passivi è stata di 96 euro, più della maggior parte dei servizi comunali “non fondamentali” (turismo, politiche per il lavoro, eccetera) e più della spesa per l’ordine pubblico. A Vibo Valentia la spesa pro capite per interessi si attesta, in totale, a 1.146.221 euro nel 2016, più  della spesa che attribuita alle voci “soccorso civile” e “sviluppo economico e competitività”.

È triste notare, poi, che su 20 miliardi di debito totale dei comuni non capoluogo al 2018, ben 14 sono sottoscritti da istituti bancari privati e solo 4 da Cassa Depositi e Prestiti (dati Ministero del Tesoro), l’ente a controllo pubblico che dovrebbe sostenere lo sviluppo del paese fornendo, all’occorrenza, tassi agevolati (o nulli) agli enti locali, per i motivi prima enunciati. È triste anche notare che, sempre al 2018, ben 157 enti locali hanno sottoscritto 314 contratti derivati per il valore nozionale totale di 17 miliardi di euro nel tentativo di ammorbidire il peso futuro del debito, spesso incappando in guai peggiori (il contratto derivato, in genere è usato per “scambiare” per un certo numero di anni, con una certa controparte, il pagamento dei rispettivi interessi verso gli istituti creditizi: si scommette che i tassi, ad esempio, saliranno tra due anni e si accetta di pagare interessi un po’ più alti oggi – quelli che sarebbero toccati alla controparte – perché si pensa che tra due anni i tassi saranno più alti di questa soglia. Ovviamente la controparte “scommette” sull’evento opposto: chi perde in questo lancio della monetina ne paga le conseguenze).

Eppure basterebbe fare come si era cominciato a fare negli anni ’80: stabilire che la Cassa Depositi e Prestiti ha la funzione di finanziare gli enti locali e con un tasso socialmente sostenibile. Come scrive Matteo Pozzoli (professore associato in Scienze economiche e statistiche all’Università di Napoli Parthenope), dal 1984 ( L. n. 887 dl 12.12. 1984 art. 6 comma 12) «gli enti locali dovevano – in via prioritaria – presentare domanda di mutuo alla Cassa e – solo dopo espresso diniego della Cassa – potevano rivolgere domanda di mutuo ad altro istituto di credito autorizzato. In tal modo si venne a creare a favore della Cassa un regime di quasi-monopolio del mercato del credito locale. In seguito a tale normativa la fetta di mercato del credito locale della cassa salì repentinamente a circa l’85% in tutto il decennio ottanta. Il monopolio ebbe termine ad opera del Ministro Carli con il d.l. n. 310/1990, che si propose di eliminare gli ostacoli alla libera concorrenza anche nei mercati finanziari». Oggi la Cassa è gestita come un qualsiasi fondo comune e offre interessi persino più onerosi delle banche private ordinarie. Come riporta Marco Bersani, nel 2017 il Comune di Brescia ha deciso di fare causa a Cassa Depositi e Prestiti per gli elevatissimi tassi di interesse praticati su un mutuo contratto per la realizzazione della metropolitana: a fronte di valori di mercato pari al 2,5%, il Comune di Brescia ha dovuto pagare il 5,69% fino al 2016.

L’uso di un ente posseduto dal pubblico come un qualsiasi ente privato è emblematico della filosofia sociale che pervade oggi gli ambienti politici. Non solo, infatti, per rendere effettivo  l’articolo 3 della Costituzione solidaristica precedentemente citato bisognerebbe sollevare le amministrazioni locali dal pagamento di interessi. Questa necessità risponde, anche, ad una logica spiccatamente “egoistica”: è vero che una banca che riceve interessi li può girare ai propri risparmiatori – i depositanti – che poi saremmo tutti noi. Ma è anche vero che nessuno di noi avrebbe il coraggio e l’abilità di utilizzare in comune tali guadagni per ristrutturare una scuola elementare. Un Comune che acquista margine di spesa non pagando interessi (anche se “a noi”, indirettamente) invece potrebbe farlo. Con vantaggi per noi ed i nostri figli.

Chiudiamo questa disamina con una provocazione: basterebbe un semplice click per ridurre di oltre il 22% il debito pubblico italiano – e, quindi, per aumentare il margine di spesa dello Stato e delle amministrazioni pubbliche locali per sostenere i servizi essenziali. Infatti, a tanto ammonta la quota detenuta da Banca d’Italia, la quale – come succursale della BCE – soprattutto in seguito al Quantitative Easing ha usato la capacità delle banche centrali di creare moneta per acquistare titoli di debito nazionali. La Banca d’Italia rigira la maggior parte degli interessi e dei propri profitti al Tesoro, il quale quindi paga il debito a se stesso. Si tratta di un debito che è tale più per “modo di dire”, e la sua cancellazione e l’allentamento dei vincoli di bilancio sono solo delle scelte politiche. Come sono scelte politiche tutte le vicende descritte in questo articolo.

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