PER RICORDARE QUANDO LAVORARE NON ERA UN AZZARDO

PER RICORDARE QUANDO LAVORARE NON ERA UN AZZARDO

 

Proprio quando i movimenti operai stavano finalmente riuscendo, nel corso del ‘900, a rendere il lavoro una cooperazione collettiva, una trasformazione apparentemente inevitabile lo trasformò in azzardo individuale. In una scommessa, una speculazione. In tutti i sensi.

E l’ondata di questa involuzione partì proprio da quegli Stati Uniti dove le celebrazioni del Primo Maggio avevano avuto luce come pretesa di dignità dei lavoratori.

 

Cosa accadde negli Usa una quarantina di anni fa? Accadde che le industrie fino ad allora fiorenti cominciarono a subire la formidabile competizione della tecnologia Giapponese. Perché un paese geograficamente relativamente isolato e partito con un certo svantaggio alla fine della Seconda Guerra Mondiale stava riuscendo a surclassare i campioni del capitalismo mondiale? Ma grazie ad un modello organizzativo integrativo, cooperativo del lavoro che assicurava un processo di apprendimento delle esigenze reciproche tra lavoratori “d’officina” e tecnici e dirigenti dediti all’organizzazione manageriale! Vi era praticato, spontaneamente, ciò che era richiesto con la forza dai partiti di lotta proletaria dei paesi Occidentali.

Come spiega William Lazonick, rinomato docente di Economia e co-direttore del Center for Industrial Development, «anche se gli operai degli Stati Uniti avevano una maggiore sicurezza lavorativa dei decenni successivi alla guerra, erano stati storicamente esclusi dai processi di apprendimento organizzativo nelle compagnie. Ciò riflette una divisione gerarchica tutta Americana tra “lavoro” e “management”»1 .

Ma come reagì il capitalismo Statunitense a questa pressione competitiva? Forse applicando le innovazioni sociali sperimentate nel paese del Sol Levante? Certo che no! Non sia mai che si fosse concesso il beneficio del dubbio alle ragioni dei rossi che minacciavano l’equilibrio del celeste sistema liberal-bipolare Americano.

Come sempre Lazonick fa notare, la risposta fu triplice:

  • “Razionare” gli impianti, chiudendoli totalmente nelle fasi di recessione, probabilmente a favore del terzo settore (già dall’80 all’85 i lavoratori in fabbrica negli Usa diminuirono del 16%).
  • Delocalizzare il lavoro nei paesi emergenti ove vigevano ancora salari al limite della soglia di povertà
  • Puntare sugli incentivi dati dalla speculazione finanziaria (invece che dalla possibilità di una carriera stabile, impossibile visti i primi due punti) per attirare nuovi impiegati. Si diffuse la pratica di concedere ad essi stock options (il diritto, come compensazione, di acquistare azioni della società ad un determinato prezzo d’esercizio)

 

Sia negli Stati Uniti che, poi, nel resto dell’Occidente, piuttosto che puntare sull’innovazione e sulla cooperazione tra ruoli, si puntò insomma ad allargare la fetta di profitto per i così detti “capitalisti”, grazie alla trasformazione del lavoro in azzardo individuale: sia nel senso per cui scommettere su una specializzazione che possa assicurare un percorso di crescita lavorativo nel proprio paese è ormai un azzardo, sia nel senso che una speranza più allettante di guadagno è fatta risiedere sulle aspettative di rialzo delle quotazioni nelle azioni delle società. Quotazioni spesso gonfiate dalle società stesse tramite il così detto buy back, il riacquisto delle proprie azioni che ha avuto un apice alla vigilia della crisi esplosa quasi dieci anni fa. Aspettative che, quindi, appaiono realistiche finché lo schema autoreferenziale dell’acquisto di titoli prevedendo che li acquistino poi altri non si inceppa per ragioni che possono essere molteplici.

[nella figura, la linea rossa rappresenta l’aumento dei riacquisti di proprie azioni da parte di compagnie Americane, in milioni di $; la linea blu l’indice azionario S&P 500 (grafico tratto dal testo di Lazonick, qui citato]

 

Molto più importante e decisivo, sia a livello sociale che filosofico, è sottolineare la preferenza, nell’ambito del profitto economico, verso una logica di “lancio di dadi” puramente individualistico e scollato dalla collaborazione sociale verso il progresso, quella che sembrava essere la base delle nuove ere di pace e dialogo inter-statale e inter-classista degli anni del dopoguerra.

La fame di profitto e di guadagno si è fossilizzata su un’attitudine per cui conta soprattutto l’aspettativa, l’istinto e la fortuna individuale nell’intercettare la ricchezza disponibile, senza necessariamente allargare la ‘torta’ per tutti. La furbizia del singolo nel gestire il rischio. La logica collettivistica che invece crea aspettative comuni per superare il rischio con la consapevolezza della reciprocità, e che porta quindi alla crescita generale, tipica degli investimenti statali multipli e delle collaborazioni fra i vari rami delle aziende, risulta forse anacronistica e frutto di una personalità “debole”. Ma la debolezza economica è invece quella che stiamo sviluppando con la scelta attuale, purtroppo.

La ricorrenza del Primo Maggio dà soprattutto a pensare a problemi come questi, di ordine psicologico, epistemologico prima che sociale. Il lavoro ridotto non solo a “merce” (il che è sempre stato) ma ad azzardo soggettivo è una patologia, a causa della quale perdiamo tutti.

1.William Lazonick, “The Financialization of the U.S. Corporation: What Has Been Lost, and How It Can Be Regained”, Seattle University Law Review. Vol. 36:857.

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