SI’ AL BIOTESTAMENTO E ALL’EUTANASIA. VEDERE LA VITA COME VALORE E NON COME DEBITO

SI’ AL BIOTESTAMENTO E ALL’EUTANASIA. VEDERE LA VITA COME VALORE E NON COME DEBITO

Con la legge sul biotestamento appena approvata alla Camera e che, si spera, non si perda ora nei meandri di Palazzo Madama, il paziente avrà il diritto di abbandonare le terapie, compresa idratazione ed alimentazione artificiali. Il consenso libero e informato diviene il fondamento di ogni inizio o proseguimento di un trattamento sanitario.

Un passo avanti importantissimo. Eppure non bisognerebbe ridurre semplicisticamente il tutto ad un’ode frettolosa e filosoficamente banale ai “diritti individuali” all’autodeterminazione i quali sarebbero adesso il principio morale di tutto quanto, come il vocabolario mainstream ha già inesorabilmente decretato.

E’ nel momento stesso in cui parliamo di “dover-essere” con significato generale e, quindi, universale, nel senso di “teoria” etica che punta ad essere il più possibile riconosciuta da tutti nella sua funzione, che imponiamo a noi stessi di tenere conto il più possibile di ciò che per ognuno è “preferibile” e “dovrebbe essere”. Un discorso etico che non ricerca il dover-essere è un ossimoro, e se questo dover-essere non è riconosciuto dalla comunità in quanto tale non è perciò un discorso etico. E’ un affermazione solipsistica o elitaria. Per definizione, perciò, un discorso etico non può avvallare semplicemente i diritti individuali e l’autodeterminazione senza tener conto delle ricadute sulle preferenze degli altri soggetti. E’ possibile (e probabilmente legittimo) non fare un dibattito universalistico e preferire l’individualismo, ma a patto di riconoscere chiaramente che ciò non sarebbe un discorso etico.

Ma quello che consegue da ciò è importante circa il modo di vedere il concetto di “diritto” e la sua applicazione ai temi del fine vita.

Tutto questo discorso, infatti, conduce ad una morale “funzionalista” e non “di diritto”. Il che significa che i diritti di una persona devono essere in funzione del benessere che causano al suo gruppo sociale (inclusa ovviamente, la persona stessa in questione) e non questo benessere subordinato ai “diritti”. Questo significa che ogni “diritto” di vivere o morire non può basarsi sulla sacralità di alcun concetto (come “vita”, “famiglia”, “natura”) ma solo su una valutazione delle trasformazioni che una tale decisione apporta nel proprio contesto. Perciò, se una persona scegliendo di morire provoca un disagio diffuso ad alcuni suoi simili o se vivendo potrebbe essere chiaramente utile ad essi in modo che questa “utilità” sia più ampia della sofferenza di questa persona, non le dovrebbe essere permesso di morire. Le si dovrebbe “imporre” di valutare un compromesso tra la sua sofferenza e quella degli altri, valutando un possibile miglioramento di entrambi vista la variabilità della realtà. Da qui l’inesistenza di ogni “diritto” a morire formulato in termini generalistici.

Un caso estremo è la condizione per cui una persona si trova in uno stato fisico non più variabile, come quello di Dj Fabo e gli altri cittadini Italiani che sono stati costretti a lasciare questo paese per usufruire del diritto al suicidio assistito. In questo caso, pur immaginando un modo in cui le sue azioni, magari intellettuali, possano essere utili ad altri esseri umani, questa invariabilità trasporta l’onere della sofferenza completamente sulla persona in questione, in quanto non potrebbe far quasi nulla per trovare un compromesso tra la sua felicità e quella degli altri. Da qui il dovere di far decidere ad essa se questa negoziazione quasi unilaterale e permanente sia in primo luogo umanamente sopportabile. E nella maggior parte dei casi la risposta è stata negativa. In questo caso il “diritto” traduce in maniera linguisticamente comoda solo l’estremità di un caso in cui la sofferenza di una persona è difficilmente, forse impensabilmente, bilanciata dalla felicità di altre.

Il Codice Civile di uno Stato che sia basato sull’empatia e la solidarietà, se vuole considerarsi davvero tale, dovrebbe prevedere una legge di fine vita che dia a chiunque si trovi in questa condizione la possibilità di scegliere, prevedendo anche la possibilità dell’eutanasia attiva e passiva.

Incredibile come nel 2017 si parli ancora di questi temi attraverso valori dogmatici e astratti come il concetto di “vita”.

Utilizziamo ancora un concetto di vita come valore assoluto da mantenere, un mantenimento che diventa implicitamente un dovere nella morale comune, a prescindere da tutto. C’è chi ha dato una spiegazione filosofico-antropologica a questa assolutizzazione.

Si potrebbe per esempio ricorrere a Nietzsche, il quale pone i sentimenti di dovere, colpa e debito come provenienti da quello sarebbe un istinto atavico dell’uomo, la tendenza a misurare e dare un prezzo a tutto. Come spiega Luca Lupo, uno dei massimi esperti Italiani del pensiero di Nietzsche, per quest’ultimo «l’atavismo della misura segna l’umano all’origine, fonda e condiziona implicitamente o esplicitamente ogni forma relazionale. Tale atavismo porta con sé il conferimento di senso, la creazione e imposizione di forme e valori; la tendenza al controllo, all’imposizione di un ordine, alla costruzione di gerarchie. Intorno a tale proprium, ruotano il sentimento della colpa, dei nostri obblighi personali che affondano le loro radici «nel rapporto interpersonale più antico e originario che si sia mai dato, nel rapporto tra compratore e venditore, creditore e debitore»1 .

Ma mentre queste categorizzazioni possono sembrare pragmaticamente sensate quando si resta nell’ambito dell’economia e dell’umano, esse diventano alienanti quando si sublimano e si spiritualizzano trasformandosi in sentimenti di obbligo e dovere assoluti verso un’autorità ed un valore metafisici:

 

«Nietzsche mette in luce come il meccanismo del debito e del credito riguardi non solo il piano sincronico delle relazioni intersoggettive – che possono essere lette come relazioni tra debitore e creditore: tra genitori e figli, tra singoli individui nelle relazioni extrafamiliari, tra individuo e comunità – ma anche il piano diacronico delle relazioni con la catena ascendente degli antenati, verso i quali i viventi hanno contratto un debito esistenziale da compensare nelle forme di risarcimento rituale del sacrificio. Infine, seguendo la linea ascendente che già ha superato la soglia di separazione tra visibile e invisibile con il culto degli antenati, troviamo Dio, termine ultimo di ogni relazione, come supremo creditore di un debito infinito e dunque per sua essenza inesigibile; ogni vivente deve a lui ogni cosa: ciò che è e ciò che ha. A questo punto della catena ascendente il senso di debito finisce per trasformarsi in senso di colpa irredimibile, per una sorta di impossibilità che l’estinzione possa essere definitiva a causa della incommensurabilità del debito. Il debito non è mai del tutto superabile e, come abbiamo visto, si estende ben al di là della singola relazione a due. È a questo punto che l’arcano economico, individuato nel corso della ricerca genealogica, passando attraverso la sfera religiosa chiama in questione la sfera teologica e si salda con essa»2 .

 

La sensazione di un’autorità (o, anche, in certi discorsi laici, di una Natura) assolutizzata verso cui abbiamo il dovere di redimerci e sdebitarci rispettando i suoi comandamenti oppure i suoi “doni” in maniera imprescindibile sarebbe, secondo questa interpretazione, il semplice risultato delle nostre categorie religiose Occidentali. La vita stessa sarebbe ciò che rappresenta il nostro debito, che dobbiamo sacrificare in modo categorico, per saldare il credito che abbiamo ricevuto con essa.

 

Ma se decidiamo di abbracciare un’etica del benessere e della reciprocità intersoggettiva, che è alla base dell’“universalità” del discorso etico accennato prima, l’unico modo eticamente coerente di vedere la vita (ed il tempo che utilizziamo in essa) è come un valore che si può offrire o accettare allo scopo di bilanciare e massimizzare la felicità reciproca. Un valore che, secondo le regole che dominano gli atti di compromesso e convenienza reciproca, può anche, purtroppo, rappresentare un valore negativo, un disvalore, nel caso in cui una delle persone coinvolte subisca l’intero onere del dolore da sopportare.

Vedere la vita come un valore da valutare e coltivare socialmente e non come un obbligo-debito è una scelta non prorogabile, urgente, se si vuole ragionare in termini laici e progressisti rispetto a queste tematiche delicate.

Ci auguriamo che gli emendamenti circa la possibilità dell’eutanasia (presentati per adesso dal Movimento 5 Stelle) abbiano almeno la visibilità che meritano. La vita percepita come debito in sé e per sé è un atteggiamento che svilisce la stessa concezione di noi stessi come esseri progrediti e che si conferma, purtroppo, viva e vegeta nelle parole e nei gesti delle eminenze nostalgiche che ancora infettano la sobrietà che dovrebbero possedere tutti i discorsi politici.

1. Luca Lupo, “Œconomica nietzscheana“. In «Chi ha veramente letto Nietzsche?», a cura di G. Ferraro e M. C. Fornari, «Il Ponte», anno LXIX, nn 8-9, agosto-settembre 2013

2. Ibidem.

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