IL CASO SOLE 24 ORE: UNA CLASSICA DIMOSTRAZIONE DI INEFFICIENZA DI UN’AZIENDA PUBBLICA, ESSO TITOLEREBBE

IL CASO SOLE 24 ORE: UNA CLASSICA DIMOSTRAZIONE DI INEFFICIENZA DI UN’AZIENDA PUBBLICA, ESSO TITOLEREBBE

«I pm sostengono che grazie alle dichiarazioni di uno degli indagati – afferma la testata puntoeacapo.org – è stato possibile attestare come la società Inglese Di Source Ltd (che acquistava le copie digitali del Sole 24 Ore per poi, in teoria, alienarle a terzi “svolgendo un’attività di promozione remunerata dal Sole”) sia riconducibile a soggetti che operavano all’interno del Gruppo 24 Ore, anche con posizione dirigenziale apicale, e come l’attività apparentemente riferibile a tale società fosse radicalmente fittizia». In altre parole, le vicende di questi mesi stanno rivelando come un gruppo di manager del Sole 24 Ore abbia falsificato dei dati di vendita tramite una società utilizzata ad hoc per appropriarsi di almeno 3 milioni di Euro provenienti dai flussi di cassa fatturati da tale società e frutto del rapporto negoziale di questa con il quotidiano Italiano.

Un inganno che possiede tutte le caratteristiche che il maggiore giornale economico Italiano, e quasi tutti gli analisti di estrazione liberalista, a dir la verità, amano spesso riferire alla struttura delle aziende pubbliche, come ricorda Ha-Joon Chang, attualmente docente di Economia Politica all’Università di Cambridge. Sono impressionanti le similitudini tra questi avvenimenti e gli elementi che egli descrive nel suo celebre testo Bad Samaritans: The Myth of Free Trade and the Secret History of Capitalism (edito nel 2007) come i difetti strutturali dell’azienda pubblica maggiormente denunciati dai detrattori di questo modello di impresa economica.

Il primo difetto strutturale è quello che egli riporta come il principal-agent problem.

Poiché è naturale che un lavoratore sia poco interessato a ben curare un bene di cui non è il proprietario (principal), o il maggiore o l’unico proprietario, le aziende pubbliche che appartengono per definizione all’intera cittadinanza tenderebbero ad essere mal gestite dai manager professionali (agent) che i cittadini ‘assumono’ per gestirle. Questa differenza di ruolo renderebbe poco efficace l’incentivo a creare produttività e profitto da parte dei manager. Né potrebbero essere veramente efficaci degli incentivi che colleghino lo stipendio dei manager alla performance dell’attività. Infatti, l’asimmetria informativa tra proprietario e manager costituirebbe un pericolo insormontabile. Per esempio, se il manager dice di aver fatto del suo meglio e che la scarsa performance è dovuta a fattori che non può controllare, il proprietario troverà difficile dimostrare che sta mentendo.

Il secondo problema strutturale riportato da Ha-Joon Chang, il problema del free-rider, è quello dell’incentivo a monitorare direttamente l’operare dei propri dipendenti da parte di un proprietario che sa di essere solo uno tra le centinaia o migliaia di proprietari di un’impresa. In poche parole, nessuno sceglierà di monitorare personalmente il comportamento dei manager a causa del fatto che l’impegno a farlo determinerebbe un costo aggiuntivo al singolo proprietario i cui benefici sarebbero però condivisi da tutti i proprietari. Tutti, di conseguenza, tendono a scegliere di lasciare l’onere agli altri (di essere free-riders).

Il professore Sud-Koreano non tarda a evidenziare come questi argomenti contro la proprietà pubblica di un’impresa sono, semplicemente, applicabili alle grosse imprese e compagnie private con un largo capitale ed azionariato, come riportiamo in lingua originale: «But these two arguments against state ownership of enterprises actually apply to large private-sector firms as well. The principal-agent problem and the freerider problem affect many large private-sector firms. Some large companies are still managed by their (majority) owners (e.g., BMW, Peugeot), but most of them are managed by hired managers because they have dispersed share ownership. If a private enterprise is run by hired managers and there are numerous shareholders owning only small fractions of the company, it will suffer from the same problems as state-owned enterprises».

E’ corretto affermare, quindi, che il Sole 24 Ore, con le sue 133 milioni di azioni divise tra Confindustria, Sole 24 Ore S.p.A. e mercato, mostra tutti i sintomi regolarmente attribuiti a un carrozzone pubblico sostenuto dallo Stato.

Prima di terminare mi piacerebbe inquadrare il tutto a livello teoretico. Perché questa situazione, in cui è evidente che l’asimmetria conoscitiva e l’elemento dell’incertezza strutturale vadano oltre la distinzione tra addetto pubblico e privato, non è affatto sorprendente dal punto di vista Keynesiano della concezione della razionalità.

Il livello di analisi della realtà di John Maynard Keynes gli permise di divenire uno dei più influenti macroeconomisti di tutti i tempi perché aveva radici in una sofisticata concezione della conoscenza. Una concezione olistica, per la quale ogni sistema con cui abbiamo a che fare (soprattutto se sociale) si evolve inevitabilmente in modo non-deterministico. Ovvero, in modo che l’effetto della somma dei fattori che lo costituiscono non è mai calcolabile come la somma degli effetti che ogni singolo fattore avrebbe. Il tutto non è uguale alla somma delle parti. E, come spiega Sheila Dow, professoressa di economia all’università di Stirling, «se la struttura interna del sistema si evolve in maniera non-deterministica, e le influenze a cui esso sarà soggetto in futuro sono sconosciute e non sono conoscibili in anticipo, allora il senso di usare strumenti probabilistici e stocastici per determinare la probabili aspettative viene a mancare». La conoscenza del singolo, le aspettative individuali non possono mai rendere giustizia ai fenomeni sociali futuri.

Una tale visione della realtà impone la considerazione dell’incertezza assoluta, cioè non legata ad alcun possibile calcolo probabilistico, nel quadro del comportamento degli agenti individuali coinvolti. Ed è questa, evidentemente, la struttura universale delle relazioni tra individui economici, una struttura indifferente alla distinzione tra individui che lavorano nel pubblico e privato. La relazione tra manager e proprietari di un’impresa è, come quelle tra ordinari agenti economici che si scambiano un bene o un servizio lungo delle discrepanze temporali, soggetta alla imprevedibilità, non-omogeneità e non-linearità dell’evoluzione dei comportamenti, del potere di negoziazione, degli incentivi e dei vantaggi conoscitivi delle parti in gioco.

Asimmetrie non prevedibili in potere reciproco e conoscenza e incertezza nella continuità della fiducia reciproca sono elementi non attribuibili solamente e semplicemente a dipendente e proprietario pubblico: ciò vuol dire che, se la critica al ‘pubblico’ è basata eminentemente sull’inaffidabilità dei legami di questi legami, è venuta l’ora di ripensare il criterio di calcolo per valutare l’opportunità di far ricadere un’attività nell’ambito della gestione pubblica o privata.

E’ venuta l’ora di prendere in mano calcoli che hanno più a che fare con le differenze distributive della ricchezza e delle potenzialità (e i loro conseguenti effetti moltiplicativi sulla crescita totale) che sono favorite da una coordinazione collettiva pubblica dei costi e dei benefici di alcune attività economiche particolari (come il credito, alcune industrie di base ed i servizi essenziali). Perché se la struttura olistica e imprevedibile della realtà non permette all’individuo isolato di calcolare con esattezza il grado di successo futuro, una coordinazione gestita con una logica collettiva di calcolo di rischi e benefici, ponendosi come un agente olistico, può favorire la creazione di relazioni e aspettative intersoggettive che contrastino la percezione di incertezza. La fiducia nella differenza operativa (e non solo passiva e conoscitiva) tra la prospettiva individuale e quella collettiva, come marca della differenza tra prospettiva individualistica ed olistica, è ciò che distingue Keynes e Hayek, e le rispettive “scuole” Keynesiana e neo-liberista, terreno di scontro consapevole e inconsapevole di tutte le discussioni degne di essere prese sul serio in ambito di attualità politica.

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