L’ITALIA CONFUSA TRA FEDERALISMO MERIDIONALISTA E SOVRANISMO DEVIATO

L’ITALIA CONFUSA TRA FEDERALISMO MERIDIONALISTA E SOVRANISMO DEVIATO

Dopo esserci persi a parlare per settimane del sesso degli angeli tra processi, questioni morali e genitori di Renzi che poco hanno a che fare con le nostre vite, il tema delle elezioni in Sardegna – con la vittoria del federalista Solinas e lo spettro della MANOVRA CORRETTIVA ci risveglia dal sonno retorico.

E’ nostro dovere civico (e morale) richiedere una potentissima manovra correttiva: una manovra che calcoli, dopo 20 anni di latenza, i LIVELLI ESSENZIALI DELLE PRESTAZIONI (LEP) dei Comuni e nelle Regioni e, come PREVISTO ESPLICITAMENTE DALLA COSTITUZIONE, fornisca gli spazi finanziari per realizzarli (articolo 117 secondo comma, lettera m) .

I federalisti meridionali sembrano non rendersi conto quanto complesso sia costruire un sistema delle autonomie che non nasconda nel calcolo tecnico dei fabbisogni regionali un vantaggio solo illusorio per il Sud (o forse se ne rendono conto benissimo ma si ritrovano accecati dalla volontà di massimizzare il loro potere decisionale per motivi non proprio nobili). Il libro-report di Marco Esposito Zero al Sud è decisivo per conoscere questo tema, e molte cose di cui parleremo sono ben citate in questo testo. Il tema dei LEP è il non-detto dei testi sul federalismo fiscale (di cui ora si riparla con il termine “regionalismo  differenziato”) da sempre. Ricordiamolo: il federalismo avrebbe dovuto migliorare i criteri della spesa storica e dei trasferimenti statali in nome del calcolo dei fabbisogni REALI di regioni e comuni, i quali oltre l’autonomia fiscale avrebbero dovuto usufruire di un fondo perequativo adeguato per realizzare i livelli essenziali di prestazione (ancora mai calcolati). OVVIAMENTE, per non rendere evidente la falsa narrazione dei nordisti che si resero conto che tale sistema avrebbe favorito il solidarismo verso il Sud (visto i suoi REALI fabbisogni in confronto alla capacità fiscale), nel 2009-2011 si decise di calcolare fabbisogni standard ricuciti sui servizi GIA’ in essere, di riservare l’80% del fondo di “solidarietà” pagato dai comuni alla spesa storica (ovviamente più larga al nord) e di quel restante 20% realmente perequativo, dimezzarne la portata ad imperium rispetto ai bisogni. Marattin, uomo di fiducia dell’ex premier Renzi, era al tavolo per conto del governo quando si decise insieme all’Anci di tagliare, come appena detto, la perequazione dal 100% previsto in Costituzione al 45,8%.

Dobbiamo imporre con tutta la nostra forza la discussione sui LEP. Pensiamoci: secondo l’OECD c’è un dato osceno, scandaloso. Più di un secolo. Circa 125 anni, 5 generazioni. È il tempo che serve in Italia a chi nasce nel 10% più povero della popolazione per raggiungere un tenore di vita corrispondente al salario medio. Sempre che ci riesca, ovviamente.

Tutto questo è influenzato dal fatto che in Calabria, Campania, Basilicata, ecc.. NON ci sono le prestazioni essenziali per far avere a un bambino nato da una famiglia povera le STESSE opportunità di un bambino nato in una ricca famiglia milanese. Asili nido, sanità perfetta, mobilità, università gratuite, scuole efficienti, assistenza. Il giornalista Marco Esposito cita spesso Marattin, il renziano già presidente della Commissione Tecnica per i Fabbisogni Standard, il quale considerava tali fabbisogni «pari agli importi necessari all’ente comunale per garantire i servizi STORICI». Se non hai asili nido, significa che non c’è domanda e non ne hai bisogno.

Uno scandalo, un’offesa spregevole alla razionalità. Così sono calcolati (senza LEP) i fabbisogni degli enti locali. Dobbiamo pretendere che non solo siano calcolati i LEP, ma che essi siano interpretati non come le risorse “essenziali” alla sopravvivenza, ma quelle – molto maggiori – essenziali alla MASSIMIZZAZIONE DELLE POTENZIALITA’ del capitale umano di un territorio. Non importa niente se ORA non c’è domanda. Intanto si creano dei licei con un offerta superlativa, si mettono i dipartimenti universitari in materie innovative gratuiti, si dà assistenza alle madri per fare figli e così via. La produttività economica successivamente crescerà.

Allora anche a Nardodipace tra 15 o 20 anni avrai creato 10 professionisti in Bioingegneria e più potere d’acquisto locale per i relativi servizi così da avere una comunità che non ha bisogno di trasferirsi a Milano o di trattenersi dal fare figli. E dovrai già avere gli asili nido pronti. Ah, e soprattutto: le istituzioni finanziarie devono essere in funzione di questo disegno di sviluppo, e NON IL CONTRARIO. Se quelle privatistiche attuali preferiscono investire nelle azioni di Amazon invece che in prestiti alle PMI o in debito sovrano allora vanno rase al suolo (con il sale cosparso sopra) e sostituite con un sistema creditizio pubblico. E poi proprio due giorni fa sul Corriere è uscito un articolo a firma di M. Gabanelli e G. Marvelli in cui si sottolinea che l’avversione al rischio dei risparmiatori Italiani coincide con ben 1371 miliardi di risparmi non utilizzati (e a rendita bassissima, oltretutto). Un vincolo di portafoglio per investirli in servizi pubblici farebbe il bene di tali risparmiatori stessi, nel lungo periodo. Lo Stato deve fare lo Stato.

E noi dobbiamo PRETENDERE IL MASSIMO senza compromessi, altrimenti non è politica ma alienazione becera e banale amministrazione di cose già decise da chi non ci conosce neanche.

Mentre la produzione industriale collassa a causa della mancanza di domanda interna, gli amministratori locali come De Magistris, invece di chiedere investimenti pubblici a pioggia, pensano ad annunciare cose come la richiesta per “l’AUTONOMIA per Napoli [per Napoli?] !”.

Infatti è bene ricordare che questo feticismo per il FEDERALISMO fiscale non è un’esclusiva della Lega, ma è un’ideologia generale che colpì anche il così detto “centrosinistra” che, per assecondare il carroccio, mise su il Referendum Costituzionale del 2001.

Senza contare che per l’autonomia differenziata di OGGI il Veneto propone di calcolare i fabbisogni standard tenendo conto non solo dei bisogni specifici della popolazione e dei territori (quanti bambini da istruire, quanti disabili da assistere, quante frane da tenere sotto controllo e mettere in sicurezza, eccetera), ma anche del gettito fiscale, cioè della ricchezza dei cittadini. Dato l’obbligo di non gravare sul bilancio dello Stato, tale richiesta significherebbe minori fondi per le altre regioni, come sottolinea
Giuliano Laccetti, Università di Napoli Federico II .

I pre-accordi con Veneto e Lombardia sono ovviamente stati firmati a Febbraio scorso dal governo Gentiloni.

A tutto questo aggiungiamo che, anche se il federalismo fosse fatto in maniera IMPECCABILE, con una perequazione che puntasse a realizzare TUTTI i servizi essenziali per tutti (anzi di più, che puntasse allo sviluppo del Meridione in rapporto al Nord), la frammentazione decisionale implicita in esso renderebbe lo Stato sempre in pericolo di squilibrio economico in caso di differenze in competenze e onestà fra gli amministratori. Difficoltà, poi, a realizzare una politica industriale organica. Una differenza fra le capacità economiche e infrastrutturali delle regioni è SEMPRE un disvalore per la sostenibilità del mercato interno, radice di crisi di consumo e di oligopoli commerciali – oltre che di sfruttamento della manodopera delle zone più povere.

E’ grande la confusione ideologiche che regna oggi in Italia fra sovranismo deviato (che si preoccupa più della guerra ai poveri che alle elitès) ed autonomismo semplicistico. E che perde l’unica soluzione decisiva per i problemi economici del nostro paese: la sovranità finanziaria e la democratizzazione del sistema bancario e del flusso dei capitali.

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