LA BUONA MONETA: UNA PROPOSTA PER ABBATTERE IL DEBITO PUBBLICO ITALIANO DALL’UNIV. DELLA CALABRIA

LA BUONA MONETA: UNA PROPOSTA PER ABBATTERE IL DEBITO PUBBLICO ITALIANO DALL’UNIV. DELLA CALABRIA


Claudio Borghi, deputato della Lega e presidente della commissione Bilancio, invoca un intervento del legislatore per ovviare alla “anomalia” per cui “manca una norma che dica chiaramente di chi sono le riserve auree” detenute dalla Banca d’Italia, che a gennaio ammontavano a oltre 90 miliardi di euro. Quale che sia l’obiettivo economico di questa volontà (sterilizzare l’Iva tramite la vendita dell’oro?), sembra avvilente che nel 2019, l’epoca delle criptovalute e, soprattutto, l’epoca della moneta FIAT (non legata a nessuna commodity ma solo al valore prodotto dal lavoro) da 48 anni si discuta ancora di oro.

Oggi voglio mettere ulteriore carne al fuoco nella discussione tra i macroeconomisti circa le possibili soluzioni per uscire dalla gabbia della bassa crescita e del debito pubblico che, sebbene non sia nella maniera più assoluta responsabile della stagnazione e della crisi, dal momento in cui l’Italia ha scelto di privatizzare e internazionalizzare il sistema finanziario nazionale è diventato una fonte di ansie e di interessi passivi dovuti agli investitori privati, divenuti unici finanziatori diretti degli Stati dell’eurozona. Il celebre professor Pierangelo Dacrema illustra nel suo libro, La Buona Moneta, pubblicato nel 2018, una soluzione «semplice e forte», basata sulla facoltà – che deve essere impugnata dallo Stato nazionale – di “STAMPARE” moneta di Stato propria. Dacrema è professore ordinario di Economia degli intermediari finanziari all’Università della Calabria. Ha insegnato nelle Università di Bergamo, di Siena, alla Cattolica, alla Bocconi e alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Di seguito riporterò integralmente l’illustrazione della sua proposta, alla quale seguiranno delle leggere critiche.

Dacrema parte dal presupposto che l’idea di Unione Europea sia un’idea da mantenere e perseguire e l’Euro un potenziale strumento di coesione, del quale bisogna eliminare i difetti. E’ uno dei motivi per cui non lo convincono i MiniBot di Borghi (finalizzati, secondo il suo propositore, a rendere gli Italiani consapevoli di poter fare a meno dell’Euro). La moneta fiscale di Cattaneo, d’altra parte, avrebbe come debolezza il fatto di non essere di corso forzoso, cioè di non detenere per legge l’obbligo di essere accettata in pagamento. L’aspettativa per cui il nostro partner commerciale ritenga di SICURO valore il nostro mezzo di scambio è uno dei presupposti essenziali del funzionamento della moneta. Ma lasciamo la parola al professor Dacrema:

«La mia proposta è semplice e forte, poiché tiene conto di una situazione d’emergenza. Il fatto che sia semplice dovrebbe facilitare la possibilità di discuterne. Il fatto che sia forte risponde a un’esigenza del momento (per quanto avvertibile da tempo). E dovrebbe sensibilizzare l’Europa circa
la priorità di questa esigenza. La proposta si articola nei seguenti punti: 1) rimborso dei titoli del debito pubblico dello Stato italiano – essenzialmente
BOT, CCT, BTP – in una nuova valuta a corso forzoso in Italia a partire dalla più vicina possibile data futura, con un rapporto 1 a 1 sull’euro; 2) gestione riservata al sistema bancario della circolazione della nuova valuta,
della quale non sarebbe quindi prevista una versione “contante”,
né cartacea né metallica; 3) non remunerabilità dei depositi bancari espressi nella nuova valuta e impossibilità da parte delle banche di erogarla in prestito o investirla in attività finanziarie. Il primo punto implica il problema della scelta dell’importo – del “livello” – in corrispondenza del quale fissare la misura del rimborso. La determinazione della misura implica a sua volta una decisione riguardante non solo l’importo ma anche l’orizzonte temporale, vale a dire la durata
dell’operazione. Quanto deve valere l’operazione? Quanto deve durare? Chiaro come a questi interrogativi si possa dare solo una risposta politica.


Il buon senso suggerisce che non ci si dovrebbe fermare, nel rimborso con questa tecnica, prima di aver toccato la soglia critica del 60 per cento del rapporto debito pubblico/PIL. E ciò se si fosse sensibili alle ragioni dell’Europa e delle sue regole attuali. Si potrebbe però scoprire, discutendone, che sarebbe opportuno andare altre, che la strada dello sviluppo e del benessere potrebbe diventare più percorribile se si abbassasse il debito al di sotto della soglia prescritta. Perché escludere che si possa trarre beneficio da un livello zero dell’indebitamento? Il secondo punto pone in evidenza il fatto che il sistema bancario sarebbe chiamato a occuparsi della gestione della nuova valuta a favore della clientela, e che questa nuova valuta circolerebbe solo attraverso la movimentazione di conti bancari. Evitare il ricorso alla creazione di moneta metallica
o cartacea servirebbe a rendere più esplicita l’unicità e la non sostituibilità dell’euro come moneta ufficiale sovranazionale. E d’altra parte nulla impedirebbe che i pagamenti, anche quelli di più infimo importo, vengano effettuati tramite carta di credito, ciò che confermerebbe la nuova moneta come mezzo ordinario di finanziamento dei consumi a sostegno della domanda globale. La terza prescrizione è destinata a evitare che la nuova moneta diventi strumento di generazione di ulteriore moneta bancaria. Vietando alle banche di scambiarla con euro e di farne oggetto di prestito o di mezzo per il finanziamento di persone fisiche e giuridiche – anche attraverso l’acquisizione di attività finanziarie, tipicamente azioni e obbligazioni –, si impedirebbe infatti che la nuova moneta “si moltiplichi”
da sé, e cioè che le passività delle banche in essa denominate si trasformino in attività delle banche stesse (prestiti) e, potenzialmente, in ulteriori passività (nuovi depositi). Vi sarebbe invece libertà da parte di qualunque soggetto non bancario (risparmiatori, individui e famiglie) di investire la nuova valuta in attività finanziarie per favorire gli investimenti
delle imprese (soggetti strutturalmente votati ad alimentare produzione e sviluppo economico). Resterebbe libero, opportunamente, lo scambio tra soggetti non bancari di nuova valuta contro euro (e anche contro altre valute). Quali potrebbero essere gli esiti di queste negoziazioni? Quelli producibili da qualsiasi altro libero mercato.


È lecito presumere che, almeno in una fase iniziale, la nuova moneta venga comprata e venduta con uno sconto sull’euro (o anche su altre valute). Ciò dal momento che, abbastanza giustificatamente, l’euro verrebbe considerato una moneta “prevalente”, più diffusa e accreditata. Quanto potrebbe valere, su questo mercato secondario – che non credo
possa definirsi “nero” –, un’unità della nuova valuta a fronte di un euro? Novanta, ottanta, settanta centesimi, o forse ancora meno? Difficile a dirsi (e comunque, nulla di cui stupirsi). Dipenderebbe soprattutto dalla fiducia accordata dagli italiani a una moneta così dichiaratamente italiana. D’altra parte, è difficile immaginare che, alla luce delle condizioni prospettate, gli sconti diventino troppo pesanti. Per quale motivo vendere a prezzo vile una moneta che, in Italia, consentirebbe di comprare qualsiasi cosa con un
rapporto 1 a 1 sull’euro? È su questa carenza di motivazioni che si potrebbe scommettere. E sulla capacità della nuova moneta di correggere i difetti dell’euro, di integrarlo senza la pretesa di sostituirlo. Non si dimentichi che il corso forzoso, con l’implicito rapporto di conversione, avrebbe una sua inevitabile conseguenza sulla stabilità dei prezzi, nonché sull’effettiva spendibilità della nuova moneta. L’inflazione della nuova moneta sarebbe contenuta entro quella dell’euro, notoriamente controllata in modo stretto. Ciò dovrebbe corrispondere a un’iniezione di fiducia nella nuova moneta e al mantenimento del suo potere d’acquisto nel lungo periodo: sarebbe importante che non si opacizzi la sua peculiare caratteristica di strumento da privilegiare per il finanziamento dei consumi. La moneta nuova sarebbe quella da spendere, mentre l’euro quella da risparmiare. O da spendere dopo, in subordine. Sono le caratteristiche stesse della nuova valuta – la somma delle sue qualità, legate alle modalità della sua creazione
nonché ai criteri della sua circolazione e della sua gestione – che dovrebbero proteggerla dalle insidie della trappola della liquidità. Per quanto si è detto, e per le quantità in gioco, la nuova valuta nascerebbe con la vocazione a essere spesa: consumata, investita, non tesaurizzata»

La proposta del professor Dacrema ha l’indiscutibile merito di mettere al centro la possibilità di bilanciare due istanze cruciali della nostra epoca politica: la necessità di flessibilità e indipendenza delle politiche fiscali di un paese singolo e dotato di sue inimitabili peculiarità (e farlo attraverso la CREAZIONE democratica di quell’indice di obbligo reciproco che chiamiamo “moneta”, non più vista come una merce scarsa o da acquistare da privati) e la necessità di mantenere una concordanza di vedute e strumenti con gli altri paesi Europei, con il mantenimento della moneta unica. Le mie critiche riguardano invece due apparenti contraddizioni.

1 – Qual è l’aspettativa preferibile circa il valore che la nuova moneta deve mantenere? Se è preferibile che resti “agganciata” all’euro anche nel “mercato nero” perchè usarla per darla in dotazione (tramite il rimborso o la monetizzazione del debito) ad agenti economici che sono in prevalenza grossi risparmiatori come famiglie benestanti, fondi di investimento, fondi pensione, banche d’affari? E’ vero che c’è il divieto per le banche di usarla per acquistare strumenti finanziari, ma ciò non elimina il rischio che tutti gli attori economici che detengono la moneta nel conto corrente operino tramite escamotage per speculare sulla sua svalutazione, anche tramite canali non bancari. La perdita, in questi soggetti, della cultura dell’investimento industriale in favore di quella della speculazione rende possibili ingegnosi metodi per “vendere” la moneta nuova per merci, commodity, asset immobiliari eccetera, con la tacita intenzione di “riacquistarla” a valore più basso poco dopo. A questo tipo di meccanismi sono più attrezzati (come know-how e abitudine) i grossi risparmiatori rispetto alle aziende piccole e medie, ai lavoratori impiegati e operai. Perchè non utilizzare la nuova moneta per fare – per la stessa quantità – investimenti pubblici diretti in infrastrutture, ricerca, assunzioni, rimborsi fiscali e usare invece gli euro risparmiati per ripagare o monetizzare il debito pubblico? D’altra parte, se è preferibile che la nuova moneta si svaluti (per avvantaggiare i consumi interni nonostante un aumento di domanda aggregata), se essa lo fa essendo in “pancia” agli investitori istituzionali è difficile prevedere le conseguenze di un eventuale contagio di cattive aspettative conseguente alla svalutazione degli asset di agenti economici che hanno relazioni finanziarie complesse a livello internazionale. D’altra parte, una svalutazione dentro il circuito dell’economia “reale” darebbe luogo solo ad una necessità di dosare bene la politica industriale, ed energetica (ma già con la svalutazione del 20% degli anni ’90 della Lira e della Sterlina di due anni fa abbiamo visto che ciò non si ripercuote in maniera significativa sull’indice dei prezzi al consumo). In generale, manca nella proposta una tematizzazione del fatto, appena richiamato, della necessità di allentare il vincolo della bilancia commerciale (con la svalutazione?) nel moneto in cui si decide una politica espansiva, come argomentato notoriamente da Thirlwall.

2 – Sempre tenendo in considerazione lo “spirito speculativo” degli attori economici che più di tutti usufruirebbero in primo luogo del possesso della nuova moneta, ha veramente senso evitare che la nuova moneta produca “nuova moneta bancaria” se si permette poi l’investimento finanziario a chi ha dimostrato, negli anni più recenti, di essere il “campione” degli investimenti “improduttivi” o impregnati, si può dire (se si tengono in considerazione i conflitti di interesse tra consigli d’amministrazione delle banche Italiane in sofferenza e i maggiori beneficiari dei prestiti) di moral hazard? Ad esempio, quasi il 70% dei prestiti in sofferenza delle banche dipende da prestiti oltre 500.000 euro (si veda immagine 1). E’ lo “spirito speculativo” di cui parlavo: ha senso permettere a attori economici simili ai beneficiari di tali prestiti l’utilizzo della nuova moneta per investirla in bolle azionarie, mercati valutari (o derivati)? E’ vero che tra i sottoscrittori del debito pubblico ci sono anche famiglie di reddito medio-basso, ma sebbene numericamente minori (e sebbene non esista un dato analitico di ciò) i grossi risparmiatori, o almeno gli agenti nella parte più alta dei decili di reddito fra investitori e depositanti in banche e fondi pensione – si può ragionevolmente supporre – detengono la stragrande maggioranza dello stock di debito pubblico. Basta pensare che nei fondi comuni, tra i maggiori intermediari che offrono investimenti in titoli di Stato, la metà circa del patrimonio risulta da un investimento del decile più ricco della clientela (2).

2
1

La soluzione al secondo dilemma sarebbe la stessa che è stata proposta per il primo.

Altre questioni dovrebbero ovviamente essere chiarite (la monetizzazione del debito sarebbe una tantum?) Nonostante la proposta de La Buona Moneta sembra affrontare con poco coraggio il tema degli effetti collaterali dell’ipertrofia finanziaria dell’economia odierna (che è un’ipertrofia mentale e di intenzioni oltre che strumentale), essa si situa con tutto merito nel dibattito – a dir la verità ultimamente stagnante – della natura della moneta e del potere governativo nella sua gestione.

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