NIENTE PAURA DEL GLOBAL COMPACT: NON E’ MENO “SOVRANO” DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

NIENTE PAURA DEL GLOBAL COMPACT: NON E’ MENO “SOVRANO” DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

Una colossale incomprensione sembra essere sorta riguardo al significato del così detto Global Compact, con una levata di scudi da parte di Lega e Fratelli d’Italia i quali sembrano vedere in esso la sottoscrizione definitiva dei flussi migratori irregolari e incontrollati.

In realtà una lettura diretta del documento indica che le linee politiche – non vincolanti – del patto non debordano da quello che è già sancito nella Dichiarazione universale dei diritti umani” e, anche, della Costituzione Italiana. Sembra, anzi, specificarne meglio le limitazioni e i dettagli.

Ricordiamo che il Global Compact, come scrivono Annalisa Camilli e Francesca Spinelli,

«è un documento sottoscritto da diversi stati e promosso dalle Nazioni Unite che prevede la condivisione di alcune linee guida generali sulle politiche migratorie, nel tentativo di dare una risposta coordinata e globale al fenomeno. L’idea di aderire a dei princìpi comuni è nata a New York nel settembre del 2016, quando tutti e 193 gli stati membri delle Nazioni Unite hanno firmato la cosiddetta Dichiarazione di New York sui migranti e i rifugiati, dando avvio a due anni di negoziati. La versione finale del Global Compact sull’immigrazione dovrebbe essere approvata durante un vertice che si terrà sotto l’egida delle Nazioni Unite il 10 e l’11 dicembre del 2018 a Marrakech, in Marocco».

Vediamo ora dei passi decisivi tratti e tradotti dal documento, in modo che sia chiaro come non ci sia nulla in esso che metta in pericolo l’autonomia della Costituzione (la cui applicazione è invece annullata dal lato prettamente economico). I maiuscoli sono, ovviamente, miei.

La Costituzione, ricordiamo, così si esprime nell’Art. 10:

«Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge».

Il Preambolo del Global Compact illustra lo scopo del trattato, dichiarando «i rifugiati e i migranti hanno diritto agli stessi diritti umani e libertà fondamentali, sempre protette e da realizzare. Tuttavia, migranti e rifugiati sono due gruppi distinti governati da differenti impalcature legali. Solo i rifugiati hanno diritto a specifiche protezioni internazionali come definite dalla legge internazionale sui rifugiati. Questo Global Compact si riferisce ai migranti e presenta una cornice cooperativa che indirizza la migrazione in tutte le sue dimensioni […] esso non ha vincoli legali e la sua cornice cooperativa si basa sugli impegni presi dagli Stati membri nella New York Declaration for Refugees and Migrants. Incoraggia la cooperazione internazionale tra tutti gli attori rilevanti nell’immigrazione, riconoscendo che nessuno Stato può affrontare da solo il fenomeno, e sostiene la sovranità degli Stati e i loro obblighi sotto la legislazione internazionale».

Nulla di tragico fino ad ora nei riguardi delle (sacrosante) istanze dei sovranisti, i quali hanno rivendicato nei mesi scorsi proprio la necessità di una maggiore solidarietà degli altri paesi Europei in aiuto al peso che l’Italia sta affrontando per gestire le partenze irregolari soprattutto dalla Libia.

Ciò viene confermato dai principi ispiratori, tra i quali viene riportato: «noi puntiamo a facilitare l’immigrazione regolare, sicura e ordinata, mentre si riduce l’incidenza e l’impatto negativo di quella irregolare attraverso la cooperazione internazionale e una combinazione di misure proposte». Un’attenzione particolare è poi dedicata al problema, tanto denunciato dai contestatori del Global Compact, dell’inconsapevolezza degli individui “adescati” dai trafficanti di migranti e indotti a pagare denaro per essere introdotti ad un viaggio che mette a rischio la vita al fine di arrivare in un luogo che in realtà non offre le possibilità che essi sono portati a credere: «Il Global Compact riconosce che la migrazione funziona bene per tutti quando ha luogo in maniera consensuale, ben informata, pianificata. Essa non dovrebbe mai essere UN ATTO DI DISPERAZIONE».

Il passaggio decisivo è tra i principi nel punto 15: «Il Global Compact riafferma IL DIRITTO SOVRANO DEGLI STATI di determinare la politica migratoria nazionale e la loro prerogativa di governare l’immigrazione dentro la loro giurisdizione, in conformità con le leggi internazionali.  Dentro la loro giurisdizione sovrana gli Stati possono DISTINGUERE TRA IMMIGRAZIONE REGOLARE E IRREGOLARE».

Il trattato non è una “legge” e non aggiunge particolari oneri agli Stati i quali sono piuttosto richiamati alle loro responsabilità e ai loro intrinseci diritti e doveri di fronte al fenomeno e alla legge internazionale – che esso non pretende di ridefinire direttamente.

Andando ad osservare i passaggi salienti degli obiettivi specifici, interessante è il seguente, interno all’Obiettivo 2: «Minimizzare i fattori strutturali e gli elementi avversi che costringono le persone a lasciare il loro paese. Ci impegniamo a creare un ambiente politico, economico e sociale favorevole per le persone al fine che esse conducano una vita pacifica, produttiva e sostenibile NEI LORO PAESI, dove realizzare le loro personali ispirazioni. Ci assicuriamo che disperazione e deterioramento ambientale NON COSTRINGANO gli individui a cercare sostentamento ALTROVE  attraverso l’immigrazione irregolare. Ci impegniamo, oltretutto, ad assicurare l’applicazione dell’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile 2030 […], investire nello sviluppo sostenibile a livello locale e nazionale in tutte le regioni permettendo a tutte le persone di migliorare le loro vite e realizzare le loro aspirazioni [… ], investire in capitale umano, promuovere l’impresa, l’educazione e la ricerca attitudinale».

Il testo sembra, così, confermare con linguaggio elegante e politicamente corretto quello che è stato negli ultimi anni il motto delle “destre”, “aiutiamoli a casa loro”, mettendo il giusto accento nella necessità di un piano di investimento sistematico e sostenibile per le regioni Sub-Sahariane.  Inoltre, nello stesso Obiettivo si pone il problema di rendere i migranti consapevoli del contesto legale e culturale nel quale sono arrivati: «è necessario fornire ai migranti appena giunti delle informazioni adeguate al genere e ai minori, accessibili e comprensibili, oltre una guida legale circa i loro diritti e doveri, inclusi quelli in conformità con LE LEGGI NAZIONALI E LOCALI, e circa il modo di ottenere permessi di lavoro e di soggiorno, legalizzazione dello status, registrazione presso le autorità».

Un altro tema rivendicato legittimamente dai sovranisti è la necessità di distinguere tra migranti economici e rifugiati al fine di decidere il giusto equilibrio tra domanda e offerta di lavoro all’interno della nazione, in modo da evitare corse al ribasso e lotte tra poveri con una eccessiva offerta di lavoro a basso costo. Ciò è affrontato nell’Obiettivo 5 che così recita: «bisogna facilitare la mobilità regionale e interregionale attraverso accordi bilaterali e internazionali, come regimi di libera circolazione, liberalizzazione di visti d’ingresso e visti multipli, IN ACCORDO CON LE PRIORITA’ NAZIONALI, IL BISOGNO DEL  MERCATO LOCALE E L’OFFERTA DI COMPETENZE.  Sviluppare una mobilità lavorativa flessibile, fondata sui diritti e attenta alle differenze di genere, in accordo con le necessità del mercato locale su tutti i livelli di competenza, includendo programmi velocizzati in aree di carenza di personale e permettendo opzioni come lavoro permanente o temporaneo […] Promuovere UN COORDINAMENTO EFFETTIVO DI COMPETENZE nell’economia nazionale, coinvolgendo le autorità locali e altri enti interessati (in particolare il settore privato e i SINDACATI) nell’analisi della carenza di competenze richieste».

Tale cura per la tutela della giusta competizione per evitare fenomeni come caporalato e sfruttamento – che incentivano lo sfruttamento di riverbero anche dei lavoratori nazionali – raggiunge il culmine nell’Obiettivo 6: «Proteggere tutti i lavoratori immigrati dalle forme di sfruttamento e dagli abusi al fine di garantire un lavoro decoroso e massimizzare il loro contributo socioeconomico sia nei paesi d’origine che in quelli di destinazione. Migliorare le regolamentazioni delle agenzie di collocamento pubbliche e private al fine di renderle conformi alle linee guida e alle best practice internazionali, proibire ai reclutatori e ai datori di lavoro di far pagare commissioni ai migranti, così da prevenire la schiavitù del debito. Fornire ai migranti gli stessi diritti sul lavoro e le stesse protezioni esistenti nel relativo settore».

Non manca, il Global Compact, di denunciare quello che nel lessico politico si è soliti chiamare “business dell’immigrazione”: «E’ necessario prevenire, combattere e sradicare il traffico di persone nel contesto della migrazione internazionale» (Obiettivo 10) e «mettere in pratica la gestione dei confini nel rispetto della SOVRANITA’ NAZIONALE, il dettato della legge, gli obblighi dei regolamenti internazionali e dei diritti umani» (Obiettivo 11).

Il patto in questione, si può dire, è dunque un grande richiamo a mettere ordine nei requisiti che una legislazione internazionale sul tema immigrazione deve contenere, con la necessità di equilibrare le necessità delle popolazioni ospitanti e le necessità degli individui ospitati. Il bisogno di PREVENIRE situazioni di migrazione forzata è sottolineato: si rimarca dunque non solo il diritto ad essere accolti ma quello a NON EMIGRARE.

La conclusione è che il Global Compact può destare preoccupazione solo se si ipotizza una suo utilizzo retorico arbitrario al fine di fomentare l’ideologia che l’unica cosa morale ed efficace da fare sia assecondare flussi di esseri umani senza mettere mano alle loro cause e conseguenze. Un’interpretazione lasca e puramente “di copertina”, che potrebbe essere di certo diffusa – esattamente come può essere diffusa la paura, altrettanto arbitraria, che il testo in effetti giustifichi tale interpretazione.

Ma nessun testo di legge è immune dalla distorsione politica al momento della sua attuazione, a maggior ragione non lo è un testo che pone solo delle linee guida: la responsabilità degli esecutivi altrimenti non esisterebbe.

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