ISLANDA: L’ISOLETTA DI 300MILA ANIME CHE SFRATTO’ LA SPECULAZIONE FINANZIARIA E “STAMPA” LA PROPRIA MONETA (COME TUTTI)

ISLANDA: L’ISOLETTA DI 300MILA ANIME CHE SFRATTO’ LA SPECULAZIONE FINANZIARIA E “STAMPA” LA PROPRIA MONETA (COME TUTTI)

Il crollo delle banche Islandesi del 2008 fu spettacolare. L’Islanda, una prospera, piccola e pacifica nazione si ritrovò improvvisamente sotto l’attacco di hedge fund e dei vicini alleati, i quali non solo le negarono la liquidità necessaria per aiutare le sua banche allo scoppio della crisi del 2008 ma invocarono persino un Anti-Terrorism Act contro di essa, mettendola allo stesso livello dei Talebani, Al-Qaida, Sudan e Corea del Nord.

A seguito della crisi finanziaria mondiale, nel giro di 3 giorni, dal 6 all’8 Ottobre 2008, le maggiori banche Islandesi fallirono.  Nel 1991 il leader del Partito per l’Indipendenza, , David Oddsson, aveva formato il suo primo governo con l’intento dichiarato di liberalizzare l’economia. Fu Primo Ministro fino al 2004, la privatizzazione delle banche fu completata nel 2003. I nuovi proprietari assunsero nuovi giovani manager ambiziosi che approfittarono di un momento particolare: i mercati finanziari erano colmi fino all’orlo di denaro a buon mercato e l’Islanda, come risultato delle politiche fiscali prudenti degli ultimi anni, godeva di una buona reputazione internazionale. Ciò implicò un buon rating per il credito al Tesoro e alle banche appena privatizzate. Di conseguenza, nel 2004 e 2005 i manager e i loro clienti, tra i maggiori uomini d’affari Islandesi, iniziarono una gigantesca espansione all’estero, prendendo in prestito denaro dal paese e dall’estero e prestandolo a businessmen locali per investimenti esteri. Un primo campanello d’allarme fu sentito nel 2005: fu fatto notare che un eventuale salvataggio delle banche Islandesi sarebbe stato oltre la portata sia del Tesoro che della Banca Centrale. Quest’ultima, infatti, non avrebbe potuto assolutamente sopperire ad un passivo formato da un debito estero che giunse, poi nel 2008, ad essere circa 50 miliardi di Euro (sette volte il Pil Islandese del 2007), quasi tutto denominato in Dollari. Si può notare che, anche se fosse stato denominato in Corone Islandesi e quindi teoricamente ripianabile dalla creazione di nuova base monetaria da parte della Banca Centrale, un tale bail-out avrebbe esposto la valuta domestica ad una svalutazione insostenibile in una nazione come l’Islanda che, formata da circa 300 mila abitanti, vive soprattutto di pesca, risorse energetiche, capitale umano e (adesso) turismo, la quale deve perciò importare la maggior parte dei beni manifatturieri e industriali.

Le banche subirono una prima battuta d’arresto nel 2006, anche come risultato di report negativi e di una percezione comune di pericolo. Ma anche se esse non riuscirono più ad usufruire di credito facile dal mercato Europeo, riuscirono a espandersi vendendo bond negli USA e ottenendo credito dalla Banca Centrale Europea per mezzo delle loro filiali Lussemburghesi e iniziando a raccogliere depositi in diverse nazioni, soprattutto Gran Bretagna e Paesi Bassi. Questo le rese impopolari, però, ai circoli della BCE. E quando il credit crunch mondiale iniziò ad Agosto 2007 ebbero difficoltà a rifinanziarsi. La Banca Centrale Islandese tentò invano di realizzare currency swap (scambio temporaneo di moneta locale con altra moneta – di solito dollari – operato fra le rispettive banche centrali a fronte di un pagamento di interessi) con le banche centrali dei paesi Europei e la Fed (unica eccezione furono le BC Scandinave). La campana a morto suonò il 24 Settembre 2008, quando la Fed annunciò un currency swap in dollari con le tre banche centrali Scandinave e in risposta al credit crunch: la Banca Centrale Islandese non era compresa. Due giorni più tardi, una delle tre principali banche Islandesi, Glitnir, arrivò alla conclusione che non sarebbe riuscita ad onorare le scadenze imminenti e, perciò, chiese 600 milioni di Euro come prestito di emergenza alla Banca Centrale Islandese. Invece di effettuare il prestito a fronte di un collaterale non solido, la BCI consigliò che il governo acquistasse il 75% della banca per 600 milioni di euro, nella speranza di calmare i mercati internazionali. Non avrebbe potuto scegliere un momento peggiore. Lunedì 29 Settembre, quando la ricapitalizzazione di Glitnir fu annunciata, il credit crunch si trasformò nella colossale crisi finanziaria mondiale con banche sull’orlo del fallimento in tutti i paesi. Le linee di credito all’Islanda furono cancellate e iniziarono le corse agli sportelli.

La BCI spinse per “trincerare” l’economia Islandese trasferendo le operazioni domestiche delle banche, sia depositi che altri asset, a nuove banche costituite ex novo con status pubblico e fornite dalla Banca Centrale delle Corone necessarie per sostenere il salvataggio dei depositi, mettendo  l’immensa parte “estera” del loro bilancio in liquidazione. Controlli dei capitali furono istituiti per qualche anno per minimizzare la volatilità della valuta domestica. Un “Emergency Act” fu fatto passare in Parlamento il 6 Ottobre, dando alla Icelandic Financial Supervisory Authority la facoltà di rilevare le banche e considerare i diritti dei depositanti come PRIORITA’ rispetto alle altre proprietà delle banche, che iniziarono ora a crollare. Il Landsbanki Freezing Order fu usato dalle autorità della Gran Bretagna per congelare gli asset della filiale di Landsbanki nel Regno Unito, usando come accennato l’Anti-terrorism, Crime and Security Act del 2001, come reazione alla messa in amministrazione controllata della banca madre in Islanda, che conteneva passività legate a risparmi e investimenti di cittadini Britannici (per le informazioni qui riportate si veda, ad esempio, LESSONS FOR EUROPE FROM THE 2008 ICELANDIC BANK COLLAPSE, di Hannes H. Gissurarson e Lessons from the financial crisis in Iceland, di Már Gudmundsson).

Kaupthing Bank fu re-istituita come banca Statale e poi gradualmente ri-privatizzata col nome di Arion Banki. Landsbanki è invece ritornata ad essere definitivamente una banca pubblica, con il nome di Landsbankinn (“la Banca Nazionale”). Glitnir, invece, fu liquidata con solo la sua parte domestica ancora operante: Íslandsbanki, proprietà del Tesoro Islandese. Successivamente a indagini portate avanti dalle autorità Islandesi circa possibili negligenze e responsabilità legali nelle gestione di pratiche bancarie (commistioni tra banche e imprese che godettero dei prestiti, impiegati delle banche favoriti dall’emissione di azioni, prestiti concessi a investitori stranieri al solo scopo di acquistare azioni delle banche stesse, ecc..) 13 fra manager, presidenti di banche e filiali, funzionari del Ministero delle finanze e uomini d’affari furono condannati all’arresto o a pagare grosse multe.

Rinsavite dall’ubriacatura della bolla di credito e dell’economia “di carta” della finanza speculativa, meritevoli di aver salvato tramite il sistema finanziario nazionale i depositi in Corone dei cittadini comuni Islandesi, le istituzioni monetarie dell’isola ottengono adesso sorprendenti risultati: debito pubblico/ Pil al 42% nel 2018, un debito estero/Pil nominale dell’88% nel 2017 (nel 2008 era del 944%), un Pil cresciuto del 3.6% nel 2017 ( e del 7.5% nel 2016). Le relazioni tra il Continente Europeo e l’Islanda «sono al momento riconducibili allo Spazio Economico Europeo (See) e agli accordi di Schengen. Sembra riconoscerlo anche la premier euroscettica Katrin Jakobsdottir, quando afferma con convinzione che “Il libero scambio con l’Ue è indubbiamente positivo per l’Islanda, portando benefici al Paese”. Benefici arrivati senza bisogno di prendere parte al progetto europeo. Stessa cosa vale, a suo avviso, per tutti gli altri indici: parità di genere, performance economiche, indicatori sociali “dove facciamo meglio rispetto a qualsiasi altro paese del nord Europa”.

Il Primo Ministro dell’Islanda

Jakobsdottir però non solo sottolinea gli ottimi risultati dell’Islanda. Sembra quasi di intuire, dall’intervista, che è “meglio soli che mal accompagnati”. “Sono critica nei confronti delle politiche economiche dell’Ue”, dichiara riferendosi alla creazione dell’Eurozona “senza delle vere regole centralizzate su tassazione e politiche fiscali”. Non solo: “La Banca centrale europea è diventata davvero forte senza essere democratica, con strategie economiche lontane dai cittadini e che hanno avuto come risultato lo sviluppo di divisioni interne”»

Ed è in questo percorso di ragionevolezza e buon senso, oltre che di coraggio istituzionale, che si situa l’accordo firmato tra il Tesoro Islandese e la Banca Centrale. Nel 2010 il Ministro delle Finanza stipulò un intelligente accordo con la Banca Centrale che, tra le altre cose, prevede questo:

«La Banca Centrale prepara ed effettua aste e riacquisti dei titoli del Tesoro in accordo con le necessità di debitorie del Tesoro stesso. Un rappresentante del Ministero delle Finanze è presente all’apertura delle aste e decide, in accordo con la procedura stabilita, quali offerte si devono accettare. La Banca Centrale gestisce i riacquisti dei titoli del Tesoro in accordo con i piani del Ministero delle Finanze fatti al fine di velocizzare il ripagamento del debito o riorganizzare gli standard». Gli interessi pagati dal Tesoro Islandese sono quindi frutto di una decisione politica che valuta costi e benefici per i risparmiatori – che pagano interessi e/o detengono i titoli.

Lo scopo dell’accordo, si legge, è «una amministrazione del debito più economica, efficiente per il Tesoro, basata sulla strategia debitoria del Ministro delle Finanze. Questo implica minimizzare gli interessi domestici ed esteri per il Tesoro e le spese finanziarie ricercando proposte di finanziamento economiche. L’esposizione del Tesoro ai tassi di cambio, ai tassi d’interesse e ai rischi dovuti ai livelli di prezzo dovranno essere distribuiti nel modo più vantaggioso possibile ed il rischio corso dal Tesoro come risultato delle sue garanzie e dei prestiti che esso effettua dovrà essere minimizzato».

Il controllo da parte dell’esecutivo dei tassi di interesse sul debito attraverso la scrematura delle offerte e la creazione di valuta da parte della Banca Centrale è evidentemente un modo, da parte dei governi dell’isola, per premunirsi dall’avvento di oscillazioni pericolose come quella del 2009, quando i soli interessi sui bond a 10 anni superavano l’8% mentre il Pil nominale del paese raggiungeva il record negativo di un – 2.646% di crescita, un evento fortemente prociclico. Oggi gli interessi sui titoli a 10 anni sono di poco al di sotto del 6% mentre l’inflazione è tra il 2 ed il 3% e, soprattutto, il Pil nominale ha raggiunto un nuovo record (+9.035%) a Marzo.

Nel marzo del 2010 più del 93% dei circa 300mila abitanti dell’Islanda ha votato “No” alla restituzione di 3,9 miliardi di euro a Gran Bretagna e Olanda, entrambe colpite dal fallimento delle tre banche- allora private – del piccolo paese nordico. Il Presidente di allora, Olafur R. Grimsson, chiuse in maniera lapidaria la polemica in questione rispondendo alla stampa «E’ altamente controversa l’istanza per cui dei cittadini di una Repubblica debbano essere obbligati a pagare per la perdita di determinati investitori provocata da istituti privati».

L’Islanda diede così il suo piccolo e inconsapevole contributo alla fuoriuscita dall’oblio di quello che dovrebbe essere il principio filosofico per eccellenza della politica economica di ogni comunità democratica: non è assecondando gli impulsi dei più scaltri nella piramide economica che una società progredisce, visto che l’accumulo di potere in pochi punti equivale all’accumulo di pericolo e instabilità in tutti gli altri; non è incentivando il guadagno improduttivo e per “scommessa” che si incentiva la produttività, bensì puntando sulla sicurezza a lungo termine delle classe medio-basse, quelle che, maggioranza della popolazione, formano l’humus dei consumi e dello sviluppo del futuro capitale umano.

 

 

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