FENOMENOLOGIA DELLO SPREAD

FENOMENOLOGIA DELLO SPREAD

 

O, meglio, fenomenologia della paura. Perché lo spread è questo a livello economico e quindi umano: paura di un rischio. Anche se molte transazioni sono ora attuate da robot: essi sono sempre originariamente programmati dagli esseri umani in vista dei loro fini. Resta solo da chiedersi, in una epochè fenomenologica che metta da parte ogni pregiudizio e osservi solo le possibili motivazioni strutturali degli agenti coinvolti: la paura di CHI? E per cosa?

Infatti il timore dei mercati non significa certo “paura che l’Italia non restituisca i soldi per qualche decimale di deficit/Pil in più”. Sarebbe astorico, ascientifico, totalmente irrazionale temere un default a causa di un aumento di poco più di 20 miliardi su 2323 miliardi di debito – un aumento che, tenute in debito conto le tendenze di Pil e di inflazione, non comprometterebbe neppure la stabilità del rapporto debito/Pil, come mostra facilmente il professor Bagnai. Il richiedere maggiori interessi da parte di grossi investitori privati per prestare soldi allo Stato Italiano può significare soltanto:

Timore per una ridenominazione dei propri crediti in una valuta più debole. Se la valuta della nazione in questione è sopravvalutata ciò fa bene ai cittadini e male SOLO ai creditori, che vorrebbero potere spendere, se occorre, tutti i guadagni all’estero, al contrario dei cittadini.

Timore per politiche più espansive: spesa pubblica e inflazione, coincidenti con aumento dei redditi dei cittadini. Ciò fa bene al popolo ma MALE a chi ha titoli a tasso fisso o semifisso.

Timore di REPRESSIONE FINANZIARIA, intenzione velata in molte pubblicazioni degli esponenti dell’attuale governo: paura che il governo obblighi per legge i risparmi e i capitali nazionali ad essere investiti in economia reale Italiana e non in derivati, speculazioni su azioni di Amazon ecc.., titoli di stato esteri, leve finanziarie che investono in altri strumenti finanziari che investono in altri strumenti finanziari e così via. Ciò fa bene alla produzione reale ma MALE ai broker e ai fondi d’investimento.

Timore di redistribuzione della ricchezza, intenzione di una gran parte del governo: l’indebolimento dei guadagni delle grandi corporations e dei grandi manager, che hanno ruoli connessi alle posizioni apicali di molti fondi e banche, in favore delle medie imprese e dei lavoratori. I primi è più probabile che finiscano a circolare in speculazione dei secondi, perchè chi crea con le sue mani prodotti e imprese trova soddisfazione a continuare ciò, mentre chi guadagna molto dirigendo e con la rendita tende a giocare in borsa. Ciò fa bene alla produzione reale ma MALE ai broker e ai fondi d’investimento.

Timore di misure dirette contro le bolle finanziarie, come i Jubilee shares (se un’azione viene scambiata dura un numero massimo di anni e poi “scade”, così non si può scommettere su un ulteriore aumento di valore futuro). Ovviamente ciò fa bene alla stabilità del sistema ma MALE a chi vuole guadagnare solo sfruttando aspettative di aspettative scollate dalla realtà.

Timore, insomma, di un controllo governativo sui benefici che ogni tipo di rendita dà agli attori economici direttamente o indirettamente coinvolti nell’acquisto del debito Italiano. E’ dunque un timore POLITICO e a lungo termine, più che tecnico o per un rischio immediato. Un sentore. Attenzione: tale timore può anche sussistere nella testa dei dirigenti della BCE, che detiene gran parte del debito Italiano e lo deve rinnovare. Questi dirigenti non possono essere considerati separati, ideologicamente e a quanto interessi professionali, dagli investitori privati.

Se sono queste le possibili ragioni strutturali dell’aumento dello spread, se facciamo parte delle classi sociali favorite dalle suddette misure non possiamo che sperare dunque che la paura stessa che fa esplodere lo spread sia fondata. Anche perché una volta messe in atto tali misure, che implicano spesso e volentieri la monetizzazione del debito da parte della Banca Centrale nazionale, lo spread stesso verrebbe azzerato a piacimento della classe dirigente.

Cos’è la monetizzazione del debito? L’acquisto di titoli in circolazione con denaro creato ad hoc da parte di una Banca Centrale magari dipendente dall’esecutivo, capace di offrire interessi nulli o negativi al governo. Capace, dunque, di influenzare al ribasso tutti i tassi di interesse su tutti i titoli di Stato. Passiamo appunto, ora alla principale obiezione che viene fatta quando si propone una misura simile.

Quando invoco la monetizzazione del debito pubblico l’obiezione è sempre (oltre il pericolo inflattivo, ma se esso ci fosse in questo momento significherebbe una gran ripresa dei consumi dunque sarebbe una cosa buona) che i rendimenti dei RISPARMIATORI futuri in cui consisterebbero gli INTERESSI che paghiamo non possono essere ignorati in questo modo, pena una ingiustizia sociale.

Premetto che non ci sono dati esatti su quanto percentuale del debito sia indirettamente – tramite fondi e banche – detenuta dai più alti percentili di reddito della popolazione. Basti però pensare che, secondo OXFAM, 62 persone nel mondo posseggono più ricchezza della metà degli individui totali.

E’ ragionevole ipotizzare che, in aggregato, la stragrande maggioranza dei capitali investiti in banche e fondi di investimento che acquistano titoli di Stato appartenga ai percentili più alti della società in quanto a ricchezza. La perdita in rendimenti in caso di perenne monetizzazione riguarderebbe agenti economici risparmiatori/investitori che NON necessitano di tali guadagni in maniera vitale. La concentrazione del patrimonio nei fondi comuni come riportato in questa tabella spinge decisamente verso questa interpretazione: quasi il 50% del patrimonio è detenuto dal decimo più benestante dei depositanti.

Inoltre, le ‘perdite’ dei piccoli risparmiatori sarebbero compensate dalla maggiore spesa sociale conseguente al costo nullo del debito, semplicemente – spesa che favorisce molto famiglie e poco grossi renditieri e obbligazionisti. Meno guadagni sui risparmi, quindi, più guadagni nei servizi pubblici. Ed è importante notare una cosa: la maggior parte delle necessità che le fasce basse posseggono sono correlate alla qualità dei servizi pubblici (scuola, trasporti, sanità, cura dell’ambiente, ecc..). Il fatto di poter disporre di un leggero guadagno in termini di risparmio, da parte di lavoratori e casalinghe, non aiuta a migliorare tali servizi: nessun privato o quasi ha la capacità organizzativa, la competenza economica, il tempo materiale o il coraggio di mettere su una rete sociale ad hoc per costruire una scuola per il proprio figlio. Cosa che invece può fare un Governo con i fondi risparmiati dal Tesoro.

Il Keynesismo è la filosofia economica che tiene conto della realtà olistica del sistema, al di là della maggiore “libertà di agire” che verrebbe data dai maggiori rendimenti ai singoli interpretati isolatamente. E per influenzare il sistema occorre influenzare tutti i tipi di aspettative che possono essere utili, compresa quella del guadagno, tramite la spesa Statale diretta. Senza ostacoli ideologici.

Il MONETARISMO DEVIATO in cui invece viviamo oggi (deviato perché si pone un target inflattivo piuttosto che di stock monetario, ma in ogni caso scollato dal suo senso organico) ripudia la politica fiscale espansiva con l’assunto che essa sia in pericolo di produrre “inflazione”. Cosa che può essere vera e può avere affetti sterili SOLO se tutti i soggetti economici calcolano benissimo e con largo anticipo il potenziale rialzo dei prezzi, aggiustando subito i propri e rendendo quindi solo nominale l’iniezione monetaria. Ipotesi iperuranica, folle, impossibile. Perché, come già detto, i soggetti economici ragionano per aspettative convenzionali e non per ipotesi scientifiche. Se lo facessero, inoltre, sarebbero coordinati tra loro e attuerebbero un accordo più funzionale. Al contrario di quello che supponeva Milton Friedman, l’inflazione dei redditi è un circolo VIRTUOSO.

Siamo in un incubo ideologico, portato avanti non tanto dai politici ma dai funzionari delle Banche Centrali e dagli economisti ortodossi – spesso diventano parte del primo gruppo. Un motivo in più per interrompere l’indipendenza delle Banche Centrali dalla politica.

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