SOVRANITA’: IN NOME DELL’AUTARCHIA FINANZIARIA (CHE NON E’ QUELLA COMMERCIALE)

SOVRANITA’: IN NOME DELL’AUTARCHIA FINANZIARIA (CHE NON E’ QUELLA COMMERCIALE)

Iniziamo con la spiegazione concettuale e sociale del tema, poi passeremo alle fonti empiriche che la corroborano.

Autarchia finanziaria: situazione nella quale uno Stato utilizza un sistema creditizio e di investimenti di portafoglio che non necessita di capitali esteri (o li minimizza) e che, in genere, è strettamente regolamentato per servire certi fini sociali.

Debito, credito e capitale finanziario: strumenti di intermediazione tra agenti economici che non posseggono in un certo momento le stesse risorse economiche per fare scambi proficui. Essi creano le basi della mutualità e della scoperta delle capacità potenziali dentro una comunità. Questo è massimizzato nel momento in cui il debito (ed il capitale finanziario in generale) rispetta certi criteri:

primo, è allocato secondo criteri che prediligono l’utilità a lungo termine dell’investimento e l’utilità sociale di esso. Gli investimenti in short selling, bolle edilizie o bolle di azionarie – ad esempio – prediligono il breve termine: sono operati da un agente privato che preferisce un guadagno probabile immediato ad uno insicuro lontano nel tempo (come l’investire nell’innovazione aziendale), anche se quest’ultimo potrebbe realizzare un’attività economica più redditizia o soddisfacente. Questi stessi strumenti, come anche quasi tutti i tipi di derivati, poi, prediligono l’utilità privata a quella sociale – guadagnare ricchezza individuale grazie alla scommessa su un valore futuro di un asset invece che investire in ricerca è certamente più proficuo a livello personale.

secondo, il costo di debito e capitale per chi deve sviluppare delle potenzialità non deve dipendere dalla convenienza o dal rischio singolare di chi offre questi strumenti ma dalla convenienza, ancora una volta, sociale dell’operazione una volta valutate le esternalità a lungo termine degli investimenti.

Perchè, dunque, autarchia finanziaria? Perchè in caso di libertà di circolazione dei capitali, di qualsiasi natura essi siano, le differenze peculiari e contingenti di sviluppo e di potenzialità tra una nazione e un’altra fanno sì che nessuna nazione possa assicurarsi dal fatto che un’altra liberalizzi strumenti focalizzati sull’utilità a breve termine o sull’utilità privata, attirando i capitali della prima. E, per lo stesso motivo, nessuna nazione può assicurarsi da una fuga di capitali propri verso porti più convenienti a livello di rendimenti o dividendi.

Una menzione particolare meritano anche i casi che richiamano il ciclo di Frenkel, in cui una nazione viene subissata da capitali esteri i quali drogano la sua crescita facendo impennare il debito privato fino allo scoppio della bolla di credito stessa – in genere sono favoriti da un accordo di cambi fissi e tassi d’interesse alti localmente. Qui abbiamo un misto di breveterminismo (la bolla di credito privata a livello di un intero paese) e negligenza nella valutazione delle potenzialità reali degli agenti economici debitori, favorita dall’euforia cieca dovuta alla libertà di circolazione, al cambio fisso e ai tassi più redditizi. Gli stessi elementi che – ma questo è un altro paio di maniche – compromettono le capacità di sviluppo degli agenti debitori.

L’idea fondamentale della PARTICOLARITA’ di una comunità economica, con i suoi tempi, le sue specializzazioni, il suo capitale umano, rende dunque necessaria la disciplina pubblica e l’autarchia nella gestione della finanza. Paradossalmente una gestione particolare, che si focalizzi sulle SINGOLARITA’ di un ambiente e sulle sue necessità organiche e non individuali favorisce lo SVILUPPO ECONOMICO E TECNOLOGICO e, quindi, la massimizzazione dei tanto desiderati VANTAGGI COMPARATI, la scoperta delle autentiche capacità in cui un popolo è potenzialmente esperto. Questo allora favorisce l’unica libertà di circolazione che ha un senso: quella dei beni, dei servizi e della conoscenza una volta che ogni gruppo umano abbia avuto l’opportunità di progredire nel miglior modo possibile.

Ma se questa sarebbe la situazione ideale, perchè indebitarsi in capitali esteri o in valuta estera continua a essere il paradigma dominante soprattutto per i paesi in via di sviluppo?

Le ipotesi sono molteplici, Olivier Jeanne in “Why do emerging market economies borrow in foreign currency?” (2003) richiama l’idea per cui questo sia una reazione all’incertezza della politica fiscale e monetaria del paese ospitante, che comprometterebbe il peso o il valore del debito sottoscritto. Un peso, certamente, lo ha la volontà di assumere un certo ‘prestigio’ agli occhi dei mercati internazionali con i quali una nazione deve allacciare scambi commerciali.

Ma quello che sembra una regola non deve nascondere le eccezioni e le sfumature nello stato dei fatti, che sembrano raccontare una storia abbastanza univoca: non è necessario sostenere una grande apertura al capitale straniero oppure indebitarsi in valuta estera per crescere economicamente. E ciò è importante capirlo poichè le più grandi disfunzioni dei paesi emergenti provengono proprio dalla difficoltà di ripagare il debito estero sottoscritto in dollari.

Il caso più recente è quello della crisi “crisi” Turca.
Sia chiaro, la Turchia con la “liretta” cresce, cresce troppo, galoppa. Gli squilibri reali della Turchia si limitano a un forte deficit delle partite correnti (6%) che è comunque minore di quello Usa e come stock simile a quello di Canada, Uk, India e Francia. E a un discreto debito privato estero. Il resto è pressione politica e ideologica, giustificata o meno. Contro l’autoritarismo di Erdogan, contro le sue politiche monetarie. Trump, poi, non si fa pregare per attaccare quest’ultimo. Il solo problema spinoso per la Turchia è il peso che la svalutazione avrà sulle passività Turche denominate in Dollari (300 Miliardi di Dollari!), vero ‘peccato originale’ della nazione.

Una storia diversa arriva dall’ Oriente.

Prima di tutto, la stampa mainstream sembra nascondere l’imbarazzo di sapere che il sistema bancario della maggiore potenza manifatturiera del mondo è spudoratamente DISCIPLINATO DALLO STATO.

Come illustrano Grant Turner, Nicholas Tan e Dena Sadeghianl in “The Chinese banking system” (2012) il governo della Repubblica Popolare Cinese possiede la maggioranza della proprietà in banche che corrispondono a più della metà dell’intero sistema, soprattutto attraverso un azionariato che può arrivare al 90% nelle 5 banche principali. Le azioni sono possedute dal Huijin centrale (una filiale del fondo sovrano China Investment Corporation), dal ministero delle Finanze e in minor grado da alcune imprese pubbliche. In aggiunta, il governo è il solo proprietario delle tre banche per la politica industriale e ha azioni di controllo in un certo numero di banche commerciali più piccole. Come proprietario di maggioranza, il governo Cinese elegge l’alta direzione di queste banche.

La Cina conduce la sua politica monetaria in un ambiente di cambio gestito dal governo, fissa target espliciti per la crescita dell’offerta di moneta e guida sia la quantità di prestiti bancari che la loro distribuzione tra i settori economici. Come conseguenza, una fetta spropositata del credito è allocata a imprese pubbliche e opere di infrastruttura. Le riserve obbligatorie sono usate per controllare la quantità di moneta in circolo nel sistema di prestiti. La Banca Centrale Cinese mette un tetto e un “pavimento” ai tassi d’interesse, a seconda delle necessità.

Il sistema ha portato a dei problemi? Certamente. Una cattiva gestione del credito ha in passato portato a finanziare imprese con cattive performance con conseguenti sofferenze bancarie. Molte di queste imprese sono state poi dismesse, fuse o privatizzate. Spesso l’eccesso di credito ha contribuito (colpevolmente) alla creazione di bolle edilizie: stesso problema dei sistemi bancari privati, con l’aggravante che in questo caso la responsabilità dell’azione era politica. Ma evidentemente ciò non ha significato per la Cina la necessità di dismettere totalmente un sistema per il quale può essere usata una filosofia per cui la BUONA PERFORMANCE delle banche è un concetto relativo e non sempre coincidente con la buona performance dello sviluppo.

In un sistema privato una banca può infatti fare affari d’oro proprio perchè capace di accontentare chi si giova della rendita da strumenti come bond e azioni, con interessi eccessivi o preferiti agli investimenti diretti, oppure chi ottiene guadagni in conto capitale fomentando bolle, o tramite il lancio della monetina dei derivati. Tutto ciò spesso è inversamente proporzionale all’incentivo al lavoro produttivo.

Il dettaglio più interessante per il presente articolo riguardo la Cina, però, lo espongono Abby Kamalakanthan e James Laurenceson, in “How important is foreign capital to income growth in China and India?” (2005). Essi riportano studi secondo i quali dall’inizio dell’apertura ai mercati Occidentali in Cina è esistita «a statistically significant relationship between the foreign capital stock and labour productivity. However, the more telling feature in terms of the impact on income growth is the fact that the size of the estimated coefficient associated with the domestic capital stock was 15 times larger than that associated with the foreign capital stock» (p. 8).  I capitali esteri e gli investimenti diretti esteri non sembrano quindi essere stati essenziali nello sviluppo produttivo della Cina nei suoi decenni di esplosione, avendo avuto il capitale domestico invece un ruolo cruciale.

Lo stesso saggio afferma, riguardo l’India, altra grande economia emergente del nostro secolo, che «even for Maharashtra, [la regione indiana con maggiore afflussi di capitali stranieri] between 1991-2001, Foreign Direct Investments only accounted for 12.4 percent of the state’s gross fixed capital formation» (p. 9).

Citiamo, inoltre, il famoso metodo Cinese del “quid pro quo” che è riuscito a selezionare i flussi di know how necessari per lo sviluppo dell’economia interna senza affondare il paese in passività con l’estero. In sostanza la Cina chiede da decenni ad alcuni tipi di aziende – le più innovative a livello tecnologico – di cedere i diritti sulle loro innovazioni al futuro partner locale in cambio del permesso di creare una joint venture nel paese. Politica commerciale che da noi sarebbe illiberale, “protettiva”. Questa cessione vale solo dentro i confini Cinesi, all’estero il proprietario del brevetto è l’azienda non Cinese. Questo spiega il basso flusso di investimenti diretti esteri da parte Occidentale in Cina, un flusso basso ma oculato e scremato a dovere al fine dell’utilità pubblica.

Come non citare, poi, un passaggio del celebre testo di Ha-Joon Chang “Bad Samaritans” (2007), nel quale l’autore racconta le varie fasi dello sviluppo del suo paese, puntualizzando come «il governo Koreano tra gli anni ’60 e ’80 ebbe un controllo assoluto sulla valuta estera scarsa ricavata dalle importazioni, la quale ci si assicurava venisse usata solo per importazioni di macchinari e input industriali vitali per lo sviluppo. Il governo controllava pesantemente anche gli investimenti esteri, aprendo le porte in certi settori e chiudendole completamente in altre, secondo l’evoluzione del piano di sviluppo nazionale» (p. xxi). La Corea del Sud è riuscita, secondo Chang, a passare dall’essere un paese con un Pil “africano” negli anni ’50 all’essere uno dei più innovativi, moderni e ricchi del nuovo millennio, utilizzando questo metodo.

Ma non c’è bisogno di andare troppo lontano, in fondo, per verificare che il mantra dominante della necessità di liberalizzazione assoluta del flusso di capitali allo scopo di sviluppare l’economia sia fallace. Jorge Bermejo Carbonell e Richard A. Werner nel 2018 hanno pubblicato un articolo intitolato “Does Foreign Direct Investment Generate Economic Growth? A New Empirical Approach Applied to Spain” le cui conclusioni sono lapidarie: «The favorable Spanish circumstances yield no evidence for Foreign Direct Investments to stimulate economic growth. The Spanish EU and euro entry are also found to have had no positive effect on growth. The findings call for a fundamental rethinking of methodology in economics». Di più: «Since banks create money out of nothing (Werner 2016), and foreign currency-denominated funds mostly do not physically enter the receiver country, it is neither possible nor necessary to boost economic growth with foreign-denominated money. FDI competes with private domestic investment for funds, crowding out domestic investment (an extension of the substitution of foreign direct and indirect investment shown previously by Werner 1994). This fatally damages the theoretical case for beneficial FDI. In our study this crowding out effect of FDI, although expected to be smaller in euro-denominated Spain, was empirically supported» (p. 24). In altre parole, poichè la liquidità è creata dal nulla dalle banche non c’è bisogno di investimenti esteri per supportare la crescita domestica. Tali investimenti semplicemente competono con quelli già possibili a livello locale prendendone al massimo il posto.

Come ultimo esempio, vogliamo naturalmente ricordare come stavano le cose in Italia durante l’epoca del boom economico fino agli anni ’80, quando il sistema di controllo dei capitali fu gradualmente smantellato. E come stavano in quasi tutti i paesi Europei. Come Carmen M. Reinhart e M. Belen Sbrancia scrivono, gli strumenti utilizzati da diversi paesi Occidentali per controllare il costo del debito furono svariati:
a) Espliciti o indiretti limiti al tasso d’interesse – tramite regolamenti nazionali espliciti, tassi fissi sui titoli di Stato non commerciabili, tassi decisi dalla Banca Centrale prestatrice di ultima istanza al Tesoro.
b) Creazione di una schiera di capitali domestici “intrappolati” e “costretti” a rivolgersi ai titoli di Stato – flusso di capitali ristretto e controllato tramite autorizzazioni ai movimenti, obbligo di possedere per le banche una quota di riserve in investimenti nei bond, tasse sulle transazioni finanziarie per scopi diversi dal finanziamento del debito pubblico.
c) In alcuni casi, come Cina, India, Giappone e Italia, possesso diretto o controllo diretto da parte del governo del sistema bancario.

Come concludere dopo tutto ciò?

Abbiamo visto che ci sono esempi che dimostrano come l’importazione di conoscenze e strumenti utili a far avanzare l’innovazione economica possono essere ricavati con metodi differenti dalle diffuse passività estere in debito e capitale sociale (o, anche da investimenti diretti). Questi metodi sono una selezione oculata nell’utilizzo della valuta estera ricavata e del sapere importato dai marchi stranieri ai quali è permesso investire. In generale, abbiamo visto che il capitale importato non ha nulla di privilegiato rispetto agli effetti che offre quello nazionale.

Abbiamo dunque la possibilità di affermare che la logica “ideale” dell’autarchia finanziaria, per la quale il modo più coerente per far fiorire un sistema economico è gestirlo in maniera finanziariamente isolata dalla finanza estera, è pragmaticamente realistico.

Una logica che, ripetiamolo, non coincide con l’autarchia in senso COMMERCIALE ma, anzi, rende gli scambi con l’estero veramente efficienti e ottimizzati nella loro utilità reciproca.  

 

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