MONETA, FINANZA ATTUALE E BLOCKCHAIN. TRA ECONOMIA DELL’AZZARDO ED ECONOMIA COOPERATIVA

Estratto dell’intervento tenuto al seminario «Internet of Things e Blockchain: analisi interdisciplinare», Università della Calabria, 28-03-2018 (conoscenza base della blockchain necessaria per capire le conclusioni)

Vorrei formulare un concetto di debito coerente con l’assunto che la maggior parte di noi fa di una regola, che è quella utilitaristica, del dover massimizzare la soddisfazione del maggior numero di individui. La necessità di un’istituzione che crea debito viene alla luce considerato il contesto intersoggettivo entro cui dover applicare la nostra regola. In un contesto in cui i nostri desideri sono determinati e soddisfatti dallo scambio con gli altri, le apparentemente astruse argomentazioni di Hegel si rivelano essere la base esistenziale della dinamica del mercato! Due agenti economici o, come dice Hegel, due autocoscienze, possono raggiungere la massima autorealizzazione solo col riconoscimento reciproco, ovvero comprendendo che devono riconoscere e massimizzare la soddisfazione dell’altro al fine di massimizzare il loro potere negoziale e fare in modo che l’altro voglia fare la stessa cosa. Da questa struttura di scambio fondata sul potere intersoggettivo sorge allora il concetto di moneta. Questa non può essere semplicemente definita come una merce che sta al posto di un’altra in una rete sociale dove il baratto è insufficiente, ma come una manifestazione di un potere negoziale che la comunità conferisce ad un individuo come riconoscimento di un obbligo di reciprocità, obbligo che può allentarsi, ad esempio, se in questa comunità si decide di fare politiche inflazionistiche esagerate aumentando eccessivamente la pretesa di reciprocità di altri agenti economici.

Questa interpretazione della “moneta” ha un significato decisivo circa l’utilizzo legittimo di essa. Se il potere di negoziazione che un individuo o un gruppo di individui conferisce ad un altro deve avere come scopo massimizzare la soddisfazione negli scambi, vengono fuori decisive differenze nel concetto di moneta rispetto all’idea tradizionale e “popolare”: 1) Essa non può essere un bene scarso (e, di fatto, non lo è): un atto che comanda reciprocità può benissimo concepirsi ex novo, senza che nessuno abbia obblighi o potere negoziale in precedenza, e richiede quindi un conferimento di potere ex novo. Così si ha l’espansione monetaria o, come si dice volgarmente, la stampa di moneta. 2) Se lo scopo che una comunità si dà è realizzare la massimizzazione della realizzazione di tutti, questo potere di negoziazione deve essere distribuito per mezzo di una valutazione olistica e a lungo termine [nota metodologica: qualsiasi contesto è “olistico” e qualsiasi calcolo è “organico” poiché tenta di valutare le conseguenze delle interazioni con le controparti, ma riservo qui il termine olistico (o “direzione olistica” di un processo decisionale) a contesti sociali in cui c’è accordo (o tentativo in buona fede di accordo) tra tutte le parti in causa nell’obiettivo da perseguire e disposizione a studiare e rivelare informazioni e aspettative reciproche utili per attuarlo. Le strategie che, al contrario, si fermano a ipotizzare le strategie e le aspettative delle altre parti si attuano in contesti “olistici” ma non sono da considerarsi “calcoli olistici” poiché mancano delle condizioni per avvicinarsi ad una conoscenza del tutto-che-è-maggiore-della-somma-delle-parti la quale sia utilizzabile per il fine del calcolo stesso].

In che senso olistica? In generale, se il potere negoziale reciproco è alla base del funzionamento del mercato, allora ogni abbassamento degli incentivi a migliorare o mantenere un certo potere di negoziazione porta ad un abbassamento dell’utilità reciproca. Avere troppo potere nei confronti dell’altro, o avere poche aspettative che il nostro interlocutore abbia un valido potere di scambio è, secondo tale logica, fonte di disincentivo a migliorare la propria utilità sociale. Da qui la necessità di valutare la sostenibilità di monopoli, oligopoli, disuguaglianza, asimmetrie informative e crisi di domanda entro un rete complessa di interazioni, al fine di prevenire contagi di cattive aspettative. Ciò è connesso a studi come quelli di Stiglitz e Greenwald, Kalecki, Minsky e i post-Keynesiani. Tuttavia, una prospettiva esistenziale delle dinamiche soggettive coinvolte sembra necessaria per valutare i fini di tutta questa indagine ed il suo livello di universalità oltre i problemi empirici specifici studiati di volta in volta dalla professione economica.

Arriviamo così, finalmente, al concetto di debito. Il debito o la moneta che nasce come debito si rivela non essere una male in sé bensì un caso essenziale dell’economia dello scambio. Se la moneta segnala un contributo che una persona dà ai suoi prossimi essa può segnalare sia quello che ha dato sia quello che darà: solo così le potenzialità di tutti vengono portate alla luce. Siccome il debito può ricompensare, tramite le spese di chi usufruisce del prestito, colui che si mette a produrre nel vicino futuro qualcosa che consuma colui che produrrà nel futuro più lontano, esso al momento dell’erogazione può andare anche al di là della base costituita dalle merci esistenti, come scrive Schumpeter in Teoria dello Sviluppo Economico. Da qui, di nuovo, la creazione di moneta a debito. Soprattutto, l’intera società riceverà i frutti del progetto sviluppato dal debitore singolo. Il fatto che i creditori oggi siano in gran parte privati fa dimenticare che il modo più razionale di interpretare un credito sia come un investimento da parte di una società che riconosce le più alte potenzialità produttive di ogni individuo. La natura privatistica degli enti finanziari ci ha fatto dimenticare che la razionalità vorrebbe che ogni debito sia erogato dopo un calcolo di rischi e benefici a livello collettivo, non individuale. Un creditore privato che valuta il suo rischio personale, ad esempio, può essere indifferente al possibile progresso tecnico che un investimento in una start-up rischiosa può apportare alla società intera, mentre sarà decisamente preoccupato per la possibile perdita di, diciamo, sessantamila Euro concessi al debitore. Non così sarà il calcolo a livello olistico, per il quale il possibile progresso sarebbe più rilevante rispetto alla eventuale perdita della somma, la quale sarebbe spalmata su migliaia di individui o, nel caso si usi moneta fiat, non sarebbe affatto una perdita bensì al massimo una allocazione poco efficace di nuovo denaro. Abbiamo, quindi, la necessità della moneta-debito e la necessità di un ente terzo, diverso da chi usufruisce del prestito e da chi usufruisce delle spese del debitore, il quale abbia l’incentivo materiale di mettere in pratica questo calcolo di rischi e benefici collettivo.

 

Arriviamo qui al punto centrale del problema. La mia tesi è che, paradossalmente, il problema della moneta e del debito odierno non è che esso sia gestito da un’autorità terza rispetto a chi ne usufruisce. Esso di fatto non lo è o lo è in modo astratto e, capovolgendo radicalmente l’assunto per cui il vantaggio delle criptovalute nei confronti dell’ideologia odierna sarebbe che esse creerebbero una rete di scambi orizzontale e decentralizzata, sostengo che le potenzialità della blockchain si situano proprio nel poter gestire l’allocazione del debito tramite un ente che sia davvero terzo, “superiore” a chi ne usufruisce direttamente. Ma mi spiego meglio.

Abbiamo tratto la necessità di un “ente terzo” dal bisogno di mettere in pratica un calcolo olistico della valutazione di costi e benefici nell’erogazione di un credito. Come concepire questo ente terzo? Karl Polanyi, ad esempio, lo concepiva non come un’autorità distaccata dai singoli, ma come un atto di consapevolezza e responsabilità di essi mediante il quale questi comprendono che, all’interno di un contesto olistico e contingente, non è più la volontà degli individui a decidere la direzione dei prezzi e del lavoro, ma le conseguenze impersonali delle interazioni tra singole decisioni. L’allocazione dei prezzi e dei capitali segue regole che non sono determinabili come il semplice aggregato delle volontà individuali e che diventano, piuttosto, istituti che vivono di vita propria. Solo la consapevolezza di ciò e la decisione democratica e trasparente degli agenti economici – che agiscono, perciò, in maniera “collettiva” – può realizzare la vera libertà dei singoli dai prodotti non intenzionali delle loro azioni. Polanyi indicava questa forma decisionale “coordinata” come soluzione al problema dell’alienazione delle soggettività nei meccanismi oggettivati del mercato, che considerava la parte più interessante della filosofia di Marx. Questa forma decisionale è un ente terzo perché superiore alle semplici interazioni tra le strategie individuali. La domanda quindi è: in che misura è possibile descrivere la struttura finanziaria odierna come un ente olistico “superiore” alle interazioni tra i calcoli separati dei singoli imprenditori? Per rispondere dobbiamo osservare la piramide degli attori in gioco e gli strumenti finanziari che ne derivano.

 

Iniziando dal basso abbiamo i risparmiatori di piccole dimensioni e di grosse dimensioni. Essi rappresentano diverse modalità di imprenditori: chi gestisce un’impresa di sua proprietà o chi gestisce l’“impresa” della propria carriera, sia essa quella di un operaio o di un amministratore delegato. L’interesse legittimo di questi agenti è l’aumento dell’utile individuale entro una cornice dove non necessariamente vi può essere cooperazione tra essi. Essi perciò cercano di influenzare il desiderio e le aspettative dei soggetti circostanti tramite la creazione e l’offerta di beni, allo scopo di massimizzare il loro potere di negoziazione, sapendo che gli altri individui stanno facendo la stessa cosa con loro. Essi non possono conoscere la reazione altrui in anticipo e quello che gli altri pensano sia la loro reazione, perciò ogni investimento di denaro o tempo individuale ha un certo grado di azzardo.

Si può paragonare questo assetto a quello che viene studiato nella teoria dei giochi, pur metaforizzando un po’ lo scenario degli esempi più famosi. Il gioco della caccia al cervo, ad esempio, descrive due uomini che possono scegliere in una battuta di caccia se tentare la cattura di un cervo o di una lepre. La loro decisione dovrà avvenire senza sapere la decisione altrui, e tenendo conto che per catturare un cervo occorre che entrambi decidano di scegliere quest’ultimo come obiettivo, mentre per la lepre è sufficiente l’impegno di un solo uomo. La lepre però costituisce un premio meno soddisfacente rispetto al cervo, il quale costituisce un pasto migliore, anche se questo verrà diviso tra i due cacciatori che hanno cooperato. Il caso in cui entrambi si trovano a cooperare per catturare il cervo corrisponde al caso in cui una serie di imprenditori scommette nella produzione di un prodotto che può rendere profitto solo se una certa serie di imprenditori e consumatori assumano decisioni complementari. Ad esempio un imprenditore che decide di investire nella produzione di fusoliere di nuova generazione scommettendo sull’aumento della domanda di mezzi da parte delle compagnie aeree e dei viaggiatori. Il guadagno sarebbe reciproco ed è compromesso nel caso in cui tali compagnie decidano di non investire in innovazione tenendo un profilo basso. Esso si trasforma in una contagiosa crisi aziendale se il produttore di fusoliere tenta l’azzardo di seguire il “cervo” e nel mantenimento dello status quo nel caso in cui tutti gli attori in gioco decidono di mantenere la produzione passata seguendo la “lepre”.

Nel primo livello del sistema finanziario, perciò, i risparmiatori allocano il capitale tramite la logica dell’azzardo individuale che non necessariamente massimizza i profitti di tutti. Ma risalendo la piramide istituzionale quando troviamo qualcosa di diverso?

I gradini mediani sono occupati dal sistema bancario e borsistico e da tutta la costellazione di istituti chiamati in gergo “sistema bancario ombra” –la serie di mercati e fondi d’investimento che utilizza gli stessi strumenti delle banche tradizionali ma con meno regolamentazioni soprattutto per quanto riguarda i requisiti patrimoniali. Tramite queste sedi trovano applicazione gli strumenti finanziari attraverso i quali sono allocati credito e gran parte dei capitali provenienti dai risparmiatori sottostanti.

Vorrei provare a sintetizzare il significato di questi strumenti finanziari elencando tre insiemi di azioni sotto forma di giochi, che rappresentano le logiche principali attraverso le quali chi utilizza i suddetti strumenti svolge i suoi calcoli.

Nel primo insieme abbiamo di nuovo il gioco della caccia al cervo. Dentro di esso si situano tutte le decisioni di investimento che presuppongono una scommessa su quanto altri agenti economici investano in progetti complementari. Progetti che corrispondono a decisioni di consumo o di investimento di diverse fasce sociali che aiutano il titolo acquistato a rendere profitto, comprando le merci che questo rappresenta. Qui troviamo, quindi, gli investimenti in azioni e altro capitale di rischio, in obbligazioni e prestiti di altre tipologie, sia da parte di chi emette i titoli per finanziare la propria attività sia di chi li acquista, quando il loro acquisto è finalizzato a ottenere guadagni da dividendi e interessi e non da utile di capitale.

Nel secondo insieme abbiamo quello che la teoria dei giochi chiama “gioco del centipede”. In esso due giocatori o più si alternano a scegliere tra prendere una certa somma e in tal modo concludere il gioco, oppure passare la scelta ad un altro giocatore. Ad ogni passaggio, però, la somma cresce e la strategia che massimizza la vincita sta nel prevedere quando il giocatore successivo sceglierà di prendere il premio, anticipandolo. Astraendo la logica di questo gioco dai suoi dettagli empirici, pongo sotto questo insieme tutte le situazioni in cui un soggetto scommette di guadagnare grazie un determinato bene il cui valore dipende soltanto da come altri giocatori, influenzati dal primo soggetto e dalle aspettative delle azioni degli altri, valuteranno il valore del bene stesso in futuro. Qui troviamo, allora, tutti gli investimenti in beni, azioni, obbligazioni mirati a conseguire un utile da capitale o frutto della volontà di seguire schemi Ponzi come le bolle speculative, ma anche operazioni come la vendita allo scoperto.

Nel terzo insieme abbiamo il gioco semplice della scommessa classica bilaterale, che alloca una certa quantità di vantaggio economico ad uno dei due giocatore nel caso che accada o meno qualcosa. Qui troviamo le varie tipologie di derivati finanziari, accordi su flussi di denaro reciproci che avvantaggiano uno o l’altro dei giocatori a seconda del cambiamento dei prezzi o dei tassi d’interesse.

Scegliendo questi tre giochi come schemi base del comportamento dell’investitore e dell’ente finanziario odierno, ogni altro strumento o fenomeno finanziario – come, ad esempio, i derivati sui bond, le stock option, le bolle creditizie – potrebbe essere descritto come una combinazione di tali giochi o come un effetto che i risultati di alcuni esempi di questi giochi circa il potere sistemico degli agenti economici ha sulle strategie e sulle scelte partecipative in esempi successivi o in altri giochi.

Infatti molti fenomeni macroeconomici possono essere letti come effetti collaterali della natura di alcuni giochi nella loro interconnessione globale. I tassi di interesse pagati dai produttori come premio agli investitori di capitali per il rischio di separarsi dalla liquidità possono considerarsi come premio al rischio dell’azzardo compiuto nella caccia al cervo anche se, come abbiamo detto, il calcolo rischi-benefici individuale non è ottimale da una prospettiva collettiva nell’allocazione di fondi. Il fenomeno dei capitali che fuggono dall’economia reale per essere investiti nei circuiti finanziari può corrispondere al fatto che il gioco del centipede e della scommessa classica offrono premi più immediati o attraenti. La polarizzazione degli investimenti verso poche grosse compagnie può significare che il gioco della caccia al cervo in alcune parti della rete economica è considerato più affidabile o allettante che in altre (caso emblematico qui può essere la leva finanziaria). Infine, la rottura delle bolle speculative e le conseguenti crisi possono essere interpretate dicendo che il gioco del centipede tra pochi agenti economici entro un’economia di mercato può allocare troppo potere ad alcune zone delle rete e troppo poco ad altre, indifferentemente da quello che ciò può causare in termini di crollo di aspettative e incentivi reciproci. Similmente alla crisi dei subprime, causata dall’indifferenza a quanto gli effetti collaterali di azzardi andati male nel gioco della caccia al cervo e del centipede possano destabilizzare le aspettative reciproche di un’economia già gravata da altri tipi di polarizzazioni di ricchezza.

 

Il quadro che esce fuori da questa sintesi del modo in cui la moneta e il debito vengono allocati è che non vi nessun ente terzo superiore alle relazioni tra i singoli che tratti la moneta come una manifestazione di potere negoziale conferito secondo calcoli olistici per massimizzare l’utilità collettiva di ciò che è prodotto o si produrrà. Si oggettivizza il potere negoziale che è la moneta, lo si scambia, vende o si compra e vende lo status di venditore di tale oggetto. Le relazioni umane ed economiche, le aspettative, il potere reciproco e quindi i prezzi, i redditi e gli investimenti sono determinati da una concezione di moneta come “merce” da commerciare con strategie non necessariamente cooperative e non consapevoli delle strategie presenti nel contesto, cioè indifferenti – in tutti e tre i giochi – alle ripercussioni collaterali che una certa disposizione di potere negoziale possa causare al raggiungimento di un fine (quello “utilitaristico” descritto nelle prime righe) per il quale occorre un calcolo organico e un’azione cooperativa. Per completare il quadro, al livello più alto del sistema abbiamo le Banche Centrali che, in assenza di un loro ruolo nel merito delle decisioni degli istituti di credito, si limitano a determinare quantità e costo della “merce monetaria” come ingredienti esogeni delle strategie vere e proprie attuate più in basso.

Nessun istituto di credito o investitore può uscire dalla struttura della strategia individuale caratteristica dei giochi descritti, nei quali il risultato è dato dall’imprevedibile interazione delle strategie dei singoli, che non assicura necessariamente il più alto profitto collettivo.

In particolare, il sistema finanziario sembra essere costituito da giochi differenti tra loro, il che rende più difficoltoso per il singolo coordinare una strategia vincente. Ma se il nostro obiettivo riguardo al debito è massimizzare l’utilità del maggior numero disponendo il potere negoziale in modo da minimizzare i rischi aggregati rispetto ai benefici di ciò che sarà prodotto occorre un dibattito comune che sia capace non solo di scegliere il gioco o i giochi più adeguati ma che sia abile a SUPERARE la logica di scommessa “egoistica” e basata sull’incertezza del risultato organico delle interazioni individuali rappresentata dalla teoria dei giochi. C’è la necessità di una istituzione democratica e trasparente che sia capace di ottimizzare i profitti totali e che sia capace di assicurare il perpetrarsi di quell’elemento che il biologo Martin Nowak indica come il fattore evolutivo che ha determinato l’instaurazione della cooperazione intersoggettiva nelle interazioni fra esseri viventi: la reciprocità indiretta basata sulla consolidata reputazione. 

La struttura tipica della blockchain possiede i caratteri adeguati per consolidare questa reciprocità indiretta basata sulla reputazione. Il valore aggiunto della blockchain non sta nella sua novità tecnologica. Sta nel modo diverso di vivere determinati concetti. Sta nel fatto che l’orizzontalità delle relazioni e la trasparenza potenziale nel ruolo di ogni nodo e nel valore delle transazioni possono creare quella cooperazione collettiva e democratica che serve per ottenere un guadagno aggregato maggiore.

Ai miners non interessa distruggere la credibilità del sistema perché sanno che solo su essa si basa il loro guadagno. Allo stesso modo, si può immaginare una struttura blockchain che preveda come miners dei professionisti che hanno il compito di distribuire credito – tramite una modifica adeguata dei conti dei nodi coinvolti – il guadagno dei quali dipende da valutazioni periodiche degli altri nodi sulla crescita della ricchezza della rete. Sarebbe totalmente diverso dal sistema attuale in cui guadagno del singolo non è in funzione della credibilità del sistema in generale, ma in funzione della credibilità delle azioni sue e di altri entro uno spazio e tempo che possono essere circoscritti.

I nodi scelgono la catena di blocchi più credibile in base alla coerenza e validità dei dati. Una blockchain potrebbe prevedere assemblee valutative in cui esperti dei settori e rappresentanti delle economie locali scelti democraticamente danno il loro consenso alle concessioni di credito esaminando le prove apportate dai così detti miners.

Infine, la difficoltà di realizzare la proof-of-work da parte dei miners allo scopo di minimizzare tentativi di hackeraggio sarebbe l’equivalente della richiesta da parte degli utenti di documenti valutativi empirici e approfonditi al fine di approvare l’utilità di un prestito concesso.

Concludo, dunque, ipotizzando questo scenario in cui il “miner” non è altro che colui che trova le potenzialità future da finanziare e può decidere solo attraverso il consenso distribuito e inaggirabile di una tecnologia trasparente e pubblica come la blockchain.

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