CHE FARE DEL ‘SIGNORAGGIO BANCARIO’? IL RE DELLE CONTROVERSIE TRA FOLKLORE E REALTA’

Il tema del signoraggio bancario è uno dei più ambigui e sfuggenti del panorama critico non accademico degli ultimi anni. La teoria afferma, in sintesi, che le banche commerciali – giovandosi del loro monopolio della produzione della moneta – creino denaro dal nulla a costi irrilevanti (quelli della carta o dell’energia elettrica necessaria) per darlo in prestito ai propri clienti i quali dovranno in futuro restituire il capitale più gli interessi. La banca, così, otterrebbe senza alcun ‘merito’ somme enormi di denaro. Non solo: siccome la massa di denaro messa in circolazione è ovviamente minore della stessa somma più gli interessi richiesti, qualcuno dei clienti dovrà necessariamente rimanere indebitato e la banca potrà sfruttare la situazione per fare opera di strozzinaggio e pignoramento di beni.

Chi scrive qui crede fermamente che la priorità per il nostro sistema economico sia rivoluzionare da capo a piedi il sistema creditizio. Eppure l’interpretazione del problema del signoraggio appena descritta contiene due enormi falle, una logica e una empirica.

Iniziamo da quella logica.

Il supporre, come fanno i “signoraggisti” radicali una scarsità reale di denaro causata dalla richiesta degli interessi trascura semplicemente il carattere temporale del processo. In un’economia in crescita perché irrorata di crediti le imprese più fortunate e le new entry del mercato avranno ulteriori incentivi a investire e richiedere liquidità alle banche. Per quanto possano essere teoricamente “scoperti” gli interessi restanti, ci sarà sempre una continua erogazione di denaro – in misura sempre maggiore finché l’economia accresce il suo valore – che permetterà ai debitori di rinnovare continuamente il loro prestito. Questo, almeno, finché l’economia cresce.

Il problema sarebbe quindi capire piuttosto perché essa smette di crescere, causando panico e recessioni. Ma ciò ha a che fare con l’allocazione disfunzionale dei capitali che permette ai fondi di investimento, ai risparmiatori e alle banche stesse di comportarsi come SCOMMETTITORI isolati. Avulsi da una pianificata ponderazione delle necessità produttive sociali, essi acquistano masse di azioni o obbligazioni solo sperando che il loro valore aumenti per poi rivenderle, basandosi su impressioni a loro volta basate solo su precedenti impressioni e nient’altro (come verifica empirica dei fondamentali economici, ecc..), o perché sperano che altri partecipino al gioco facendo aumentare il loro valore. O acquistano diversi tipi di derivati, che altro non sono che una scommessa tra due parti circa il valore che un altro titolo o merce acquisirà in futuro. O una combinazione di tutto questo. La similitudine con la logica della scommessa è complicata anche dal fatto che il valore stesso dei titoli acquistati qui descritti non dipende da un fattore esogeno (come potrebbe essere un numero estratto al lotto) ma è in funzione delle decisioni stesse degli “scommettitori”, la cui partecipazione e aspettativa influenza il valore dell’investimento stesso, in maniera molto più significativa di quanto accade nelle scommesse ippiche.

In questo gioco quasi totalmente autoreferenziale e scollato dai fondamentali dell’economia reale vi è tendenzialmente un trasferimento di valore dai meno abili ai più fortunati, ai più “abili” e quelli che hanno più vantaggi informativi. Si tende, perciò, ad una polarizzazione della liquidità che, oltre a circolare in modo avulso dalla logica dell’economia produttiva, provoca aspettative negative e incapacità di onorare i propri impegni nella maggior parte degli agenti economici come investitori e banche che hanno “perso le scommesse” e, di conseguenza, in chiunque sia in credito con esse. Il contagio di tale incertezza e di cattive aspettative è ciò che fa collassare l’economia e che chiamiamo crisi.

L’insostenibilità dell’economia creditizia moderna non starebbe, quindi, tanto nel privilegio che alcuni enti avrebbero nel produrre moneta ma nella logica della scommessa che gli agenti economici utilizzano, una logica individualista e che punta all’arricchimento immediato e senza sforzo, diversa dalla logica dell’investimento sociale coordinato armonicamente con gli altri settori produttivi della società. Si noti, inoltre, che per semplicità non abbiamo discusso il fattore dell’impoverimento relativo della fasce medie e basse, che sono la maggioranza. Anch’esso è decisivo per l’insostenibilità della polarizzazione della ricchezza nel lungo termine e non è spiegabile con il meccanismo semplice del signoraggio.

Passiamo alla falla empirica o meglio “tecnica” che il tema del signoraggio impone di affrontare.

Le fonti che consiglio di consultare su questo argomento sono Money Creation in the Modern Economy, pubblicato dalla Bank of England; Repeat After Me: Banks Cannot And Do Not “Lend Out” Reserves, edito da Standard&Poor’s; The Role of Central Bank Money in Payment Systems, di Bank for International Settlements.

L’enunciato per cui le banche commerciali «guadagnano creando denaro dal nulla» è vero fino ad un certo punto. Il sistema creditizio è strutturato nel seguente modo: vi sono le banche commerciali private che, al momento di erogare un prestito o un fido, accreditano nel conto corrente del cliente una certa somma di denaro, senza dover utilizzare riverse di liquidità e depositi precedenti. Quando deve avvenire un trasferimento di denaro dal conto di questo cliente e quello di un suo, ad esempio, fornitore che ha il conto in un’altra banca il pagamento tra le due banche deve però venire saldato generalmente con moneta di Banca Centrale, che solo quest’ultima può creare. Quindi anche se il correntista può usare moneta bancaria (assegni, carte di credito, bonifici) per saldare i suoi pagamenti, il pagamento interbancario deve essere saldato necessariamente con liquidità primaria (della Banca Centrale). La Banca Centrale agisce, quindi, come banca delle banche e se una banca privata non ha in riserva abbastanza denaro per saldare i conti deve attirarlo fornendo tassi convenienti oppure prenderlo in prestito dalla Banca Centrale stessa. Ci sono casi in cui grosse banche private fanno da intermediarie tra banche più piccole che saldano i loro pagamenti usando la moneta emessa dalle intermediarie (le quali poi utilizzano la liquidità primaria tra loro), ma il meccanismo non altera il suo senso. Una banca privata non può guadagnare semplicemente “creando denaro”, essa è vincolata alla “sua” banca, quella centrale, a cui deve pagare interessi. La Banca Centrale, poi, trasferisce parte degli utili alle banche private sue azioniste e ai governi centrali di riferimento secondo statuto, ma sono quote irrilevanti riguardo al problema di cui si preoccupano i sostenitori del signoraggio.

A rigore di logica il signoraggio è perciò un problema “relativo”, nel senso che la sua importanza e realtà dipende da vari fattori. E’ vero che le banche guadagnano con gli interessi. Ma bisogna capire se e quanto essi siano oltre il giusto pagamento per il servizio svolto (e questo è un altro paio di maniche). Bisogna vedere quanta della massa monetaria che finisce negli interessi viene investita in economia reale e quanta in attività speculative, paradisi fiscali e/o in beni di consumo e di lusso per chi guadagna questi interessi. Perché la stragrande maggioranza di questa massa viene di fatto reinvestita e quindi reimmessa in circolo dalle banche commerciali o centrale. Se è prevalente il secondo caso, come in effetti in questo momento è, allora gli interessi sono un drenaggio di liquidità dall’economia reale (ma tutto ciò è collegato al problema che abbiamo discusso nel primo paragrafo). Se prevale il primo invece tale liquidità viene automaticamente reimmessa in circolo, tutta tranne la fetta che i banchieri tengono per consumi personali che in genere gira in circoli ristretti, di lusso, ma questa fetta è molto piccola per costituire un problema incisivo rispetto al resto della massa, anche perché vi è in genere continua espansione monetaria, come abbiamo detto.

Ciò che accade nel secondo caso è una disfunzione estremizzata, come spiegato, dalla tendenza degli investimenti fatti con criteri di rischio individuali e a breve termine, a mo’ di scommessa, invece che coordinando le necessità produttive tra gli agenti e concerne i depositi e il denaro in generale in questo sistema bancario e capitalista. QUESTO è il problema radicale, quello che rende le banche private e i fondi privati inadatti a sostenere l’economia produttiva nel lungo termine. E’ un problema di cultura e di filosofia dell’azione, a cui il privato si presta perfettamente a causa della sua costitutiva tendenza all’individualismo e all’azione dalla remunerazione immediata, che minimizza lo sforzo.

 

Non necessariamente a causa degli interessi un economia a un certo punto deve per forza smettere di crescere. In teoria può crescere all’infinito, sia se l’inflazione è maggiore degli interessi sia se non lo è, aumentando e rinnovando all’infinito il debito. Certo, alla lunga si dimostra instabile, ma i fattori che la rendono tale provengono da altre importanti discrepanze.

Concludo ricordando quanto sia importante capire che i mali della società raramente possono essere descritti come provenienti da UN semplice polo di potere violento, approfittatore che emana i suoi tentacoli verso il basso. Questa concezione classica del potere è criticata dal filosofo e storico Francese Michel Foucault in favore di una concezione del potere come insieme di micro-pratiche diffuse nella prassi quotidiana che ognuno di noi, potenzialmente, può attuare. E’ esattamente quello che accade con l’economia della scommessa e le sue conseguenze deleterie: tutti partecipiamo al suo meccanismo nel momento in cui investiamo i nostri capitali nella maggior parte degli strumenti finanziari. Questo meccanismo funzionerebbe così male anche se le banche private non guadagnassero un centesimo dalla loro attività.

Assolutizzare il potere di un solo agente, di un solo meccanismo per quanto perfettibile non fa altro che nascondere la complessità della filosofia pratica che ci dobbiamo impegnare a cambiare.

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