LA RARITA’ CHE FA CAPOLINO: L’AMBIZIONE ETICA DELLA MONETA IN UN’OPERA EUROPEISTA

Raramente si possono trovare, tra le posizioni che sostengono che non sia essenziale abbandonare la moneta unica Europea per risolvere gli squilibri costitutivi che essa provoca, testi che prendono davvero le distanze dal concetto di moneta-merce.

La moneta-merce (incarnata soprattutto nello strumento del credito-merce) risponde a logiche per cui essa perpetra le stesse patologie di cui il mercato, se lasciato a se stesso in un contesto di squilibri di potere,  si nutre. Il credito è oggi una merce prodotta da imprenditori (le Banche Commerciali) tramite dei costi (la moneta di Banca Centrale, necessaria per ogni transazione interbancaria). Degli imprenditori che quindi vanno in crisi come tutti gli altri quando l’intero sistema si scolla e i loro clienti non riescono a pagarli. Degli imprenditori che, quando c’è abbondanza, cercano di appioppare più credito (merce) possibile, anche a chi non potrebbe ripagarla, confidando che i loro clienti o i clienti dei loro clienti usino altro credito per ripagarli e passare così “la patata bollente” ad altri. Così fu, in estrema sintesi, nel Sud Europa nei primi anni dell’Euro. Tali imprenditori, come i comuni imprenditori, cercano di svendere il loro “prodotto” fingendo sul valore di esso quando le cose paiono andare male. Come accadde con i mutui subprime, miccia della crisi globale. Tutto ciò è legittimo per un imprenditore. Nessuno darebbe la colpa ad esso, per simili azioni commerciali (eccetto in casi conclamati di frodi illegali). Ma se il fatto che questi meccanismi siano pro-ciclici non debba interessare agli imprenditori (perlomeno per il fatto che hanno già abbastanza lavoro intellettuale e fisico da fare nel preoccuparsi di massimizzare la loro produttività in prospettiva microeconomica), esso DOVREBBE invece interessare a chi è deputato al controllo dell’erogazione e della distribuzione della moneta nel contesto generale. Esso dovrebbe comportarsi come un vero e proprio agente etico, perché radicalmente etica è la naturale della moneta nella sue essenza, se con il termine “etico” indichiamo la qualità di qualcosa che ha lo scopo di massimizzare la reciprocità ed il benessere di tutti gli agenti desideranti che operano nella società, oltre che di equalizzarne il potere (allo scopo di evitare la nascita e la dilatazione di squilibri che apportano sempre diminuzione della fiducia e della ricchezza in aggregato).

Cos’è la moneta, infatti?

La moneta può essere un simbolo accettato entro un circuito chiuso in cui gli agenti economici si conoscono e si fidano l’uno dell’altro, e in questo caso è uno strumento occasionale per creare un’aspettativa di reciprocità. L’introduzione della moneta a corso legale aggiunge a questo l’assicurazione, più a lungo termine, che il contributo di un produttore sarà riconosciuto entro un più ampio perimetro. Attraverso la tassazione e i servizi pubblici, poi, la moneta assicura un livello di reciprocità più alto e complesso. Un’altra funzione del denaro può essere di bilanciare e redistribuire la fiducia reciproca, come accade nel caso di una spirale inflazionistica salari-prezzi a discapito dei creditori e di chi lucra sulla rendita. Da questo punto di vista, una spirale inflazionistica che coinvolge lavoratori e imprese coincide con un graduale aumento delle aspettative reciproche circa il valore del proprio lavoro in quanto “prodotto che riconosce i desideri della comunità”. Questo significherebbe un aumento del potere di negoziazione “aggregato” della classe dei produttori rispetto all’“utilità” dei creditori e dei redditieri, i quali tendono a vivere con un vantaggio ‘strutturale’ in termini di potere di negoziazione.

Una volta che la moneta è interpretata in questi termini è più semplice comprendere la funzione di riequilibrio delle aspettative reciproche che può assumere la fluttuazione del cambio valutario. Se il valore e la distribuzione della moneta devono essere espressione degli obiettivi che abbiamo detto (ovvero massimizzare ed equalizzare il grado di aspettative, utilità e quindi di potere di negoziazione di tutti), il livello delle conoscenze delle regolarità empiriche del contesto attuale ci impone di considerare la leva del cambio valutario (o di altri meccanismi che ne possono fare le veci, come vedremo) come meccanismo non prescindibile per ottenere un recupero il più completo e veloce possibile della domanda percepita dagli imprenditori di una nazione in caso di significativa perdita di competitività, il che porta ad un nuovo aumento delle loro aspettative e, quindi, della loro produttività.

L’opera Liquidità Distribuita di Alessandro Nosei, manager aziendale di Firenze, ha il pregio di essere l’unica di cui abbia conoscenza che riesce a coniugare il mantenimento della moneta unica con la necessità di passare da un concetto di moneta come merce, acquistata dai governi Europei presso creditori privati o Banche Centrali ma senza poterla utilizzare (a causa dell’ostacolo del cambio fisso o delle discipline di bilancio, necessarie proprio in un contesto di debito maturato presso privati) ad una moneta creata direttamente per creare aspettative, reciprocità e ricchezza nel territorio dove occorrerebbe. All’impasse Europea odierna, infatti, Nosei propone un modello elegante e semplice, che mette di fatto la creazione di moneta in funzione della creazione di aspettative e incentivi che automaticamente incoraggiano le aspettative tra gli imprenditori dei paesi più in sofferenza per l’Euro e bilancia così la produzione di ricchezza tra essi e i così detti paesi core.

Cito testualmente dal libro il passaggio fondamentale:

«Secondo il modello della Liquidità Distribuita, il cittadino della nazione virtuosa (Germania) ottiene come Premio il rimborso automatico dell’IVA per ogni acquisto fatto fisicamente sul territorio di una nazione in difficoltà (Grecia).
• Il Premio vale solo per acquisti fatti con strumenti di moneta elettronica (carte di credito, etc.), è istantaneo e
contestuale all’acquisto.
• Il totale dei Premi viene erogato della BCE in qualità di Stimolo Monetario, direttamente ai beneficiari finali,
senza interagire con i governi nazionali.
Immaginiamoci l’applicazione concreta di questo sistema nella realtà. Ad esempio, un cittadino tedesco sul territorio Greco, per lavoro, studio, turismo, o ricerca, vedrebbe riaccreditare immediatamente il 23% di IVA sulla propria carta di credito per ogni acquisto fatto sul territorio della Grecia. Da una parte il cittadino tedesco, avrebbe un vantaggio diretto, tangibile e sostanziale del Premio che si è guadagnato.
Dall’altra, comprando beni e servizi sul territorio greco, questo aumenterebbe i consumi e quindi indirettamente lo sviluppo di tutto il tessuto economico locale. Vedremo dopo la formulazione matematica e gli effetti economici
diretti e indiretti di tale meccanismo di applicazione» (A. Nosei, Liquidità Distribuita – Una soluzione monetaria per il bilanciamento di sistemi economici asimmetrici, Edizioni Italia, 2016; Pp. 27-28).

Il modello prevede inoltre un meccanismo per incentivare l’investimento imprenditoriale nei paesi del Sud Europa:

«• Gli utili generati da imprese sul territorio del paese in difficoltà, il cui controllo societario è formato da una maggioranza di imprese di paesi virtuosi, sono in totale esenzione fiscale, in qualità di Premio.
• Il totale del Premi distribuiti viene erogato della BCE direttamente agli stati in difficoltà, sotto forma di sostituto
d’imposta.
Qui l’attivazione dell’agente del cambiamento avviene facendo leva sul primo dei driver decisionali delle imprese,
ovvero la massimizzazione del profitto. E se la generazione del profitto in tale paese è difficile per tutti i fattori del caso, la soluzione sta anche qui in un meccanismo automatico di premi alle migliori aziende del sistema.
Depurato lo scenario internazionale, tramite apposita regolamentazione, da tentativi di usufruire indebitamente di tale provvedimento (caroselli, scatole societarie, etc.), immaginiamoci, anche qui, l’applicazione nella pratica nel caso Germania-Grecia. Le aziende tedesche avranno una forte stimolo a fare investimenti diretti in Grecia (delocalizzazione, stabilimenti produttivi, acquisizioni di aziende con potenziale inespresso, etc.), attratti dalla possibilità di produrre utili non tassati e aumentare così i dividendi distribuiti. Anche qui lo Stimolo Monetario viene dato come Premio alle imprese della nazione virtuosa, ed il beneficio indiretto andrebbe alla nazione in difficoltà, che vedrebbe aumentare considerevolmente gli investimenti esteri nel breve, ma soprattutto, nel lungo termine, la diffusione di modelli di business vincenti nel proprio tessuto economico» (Liquidità Distribuita, Pp. 28-29).

Gli sgravi fiscali che sono, contemporaneamente, espansione monetaria diretta dalla Banca Centrale assumono, come si vede, il ruolo che nel sistema pre-Euro assumevano i cambi flessibile delle monete nazionali. Facilitano l’utilizzo di merci e strumenti dei paesi in affanno, rendendo le aspettative degli imprenditori di questi ultimi, di conseguenza, più alte. Essi sono concessi, spiega il testo, in funzione della quantità di debito e della gravità dello spread di ogni paese. Ci sono certamente dei dettagli che si dovrebbero ottimizzare. Per esempio, perché non allargare lo stimolo fiscale del rimborso dell’IVA anche ai cittadini stessi dei paesi in difficoltà nel momento in cui acquistano beni prodotti sul loro territorio? Un discorso simile si potrebbe fare per lo stimolo alle aziende. In quest’ultimo caso, inoltre, sarebbe necessario perfezionare le condizioni per cui gli investimenti diretti esteri possano essere veramente efficaci. Si dovrebbe imporre un minimo obbligatorio nell’acquisto di materie prime, forza lavoro e strumenti dal paese in difficoltà stesso. Si dovrebbe fare in modo che il trasferimento di conoscenze tecnologiche ed imprenditoriali verso il paese debole sia efficace, tramite divieto di ri-delocalizzare per un certo periodo e incentivi a partecipare ad ulteriori investimenti in innovazione e ricerca locali, in imprese in cui il controllo societario maggioritario non sia estero. Si dovrebbe evitare che tali investimenti approfittino della deflazione salariale dei paesi periferici Europei.

Detto ciò, il sottoscritto autore del blog, pur essendo convinto della necessità del ritorno alle monete locali come soluzione più duratura e sostenibile agli squilibri dovuti alla fissità di cambio, non può fare a meno di ammirare come lo spirito del tempo stia dando i suoi frutti anche in ambienti intellettuali, come quelli convintamente Europeisti, in cui la natura della moneta era ormai categorizzata come quella di un banale prodotto commerciale alla pari degli altri, senza che le si attribuisse realmente una funzione pragmatica privilegiata, olistica ed eticamente rilevante. Fino ad ora lo sforzo più alto in questa direzione era quello, banale, fatto dai sostenitori degli Eurobond e del prolungamento del Quantitative Easing. Ma essi, come anche il piano investimenti Juncker, rimangono legati al tramite delle banche commerciali e al problema della fissità del cambio tra paesi con differenziali di inflazione differenti, e tutto ciò indica come non ci fosse la volontà di applicare radicalmente la potenzialità etica dello strumento monetario a degli squilibri che erano, ormai, palesi. Sia ad uno sguardo empirico che alla letteratura scientifica.

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One comment on “LA RARITA’ CHE FA CAPOLINO: L’AMBIZIONE ETICA DELLA MONETA IN UN’OPERA EUROPEISTA
  1. Luca ha detto:

    Condivido in pieno la riflessione, aggiungendo il personale auspicio che ci siano sempre più filosofi ad occuparsi di economia, perché la deriva tecnica che ha preso nell’epoca contemporanea questa scienza ci porta a dimenticare i motivi per cui la stessa è stata creata: armonizzare gli interessi e le esigenze dei singoli, dei gruppi, degli stati, dei popoli, favorendo l’armonia e il benessere, poiché l’egoismo dei singoli agenti economici porterebbe solo miseria e sopraffazione.

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