L’EUROPA E I MIGRANTI: QUANDO OCCORRE IL DECISIONISMO. CARL SCHMITT E IL POLITICO SOVRANO

«Non sosteniamo la cosiddetta regionalizzazione delle operazioni di salvataggio». Così il ministro dell’Interno tedesco Thomas de Maiziere arrivando alla riunione a Tallinn, in riferimento alla proposta italiana di condividere con altri Stati l’accoglienza dei migranti salvati nel Mediterraneo. Dello stesso avviso anche Olanda e Belgio. Il problema migranti è dunque un problema solo dell’Italia, la quale deve mantenere l’osservazione stretta della convenzione di Dublino, la quale stabilisce che lo Stato membro competente all’esame della domanda d’asilo sarà lo Stato in cui il richiedente asilo ha fatto il proprio ingresso nell’Unione europea. E ciò indifferentemente dal fatto che la maggior parte delle persone sbarcate in Italia hanno per obiettivo il raggiungimento di ben altri porti, come anche dal fatto che non vi sia nessuna responsabilità storica (ma solo geografica) che obblighi l’Italia all’accoglienza di vite umane più delle altre nazioni Europee.

Le modifiche proposte negli ultimi tempi dalla Commissione Europea, poi, sono addirittura “regressive” dal punto di vista della sostenibilità della situazione Italiana. A fronte della volontà di «scoraggiare attraverso delle sanzioni i cosiddetti movimenti secondari dei richiedenti asilo che provano a raggiungere un paese diverso da quello in cui sono tenuti a presentare la loro domanda», infatti, vi sarebbe il misero compenso che mira a «stabilire un meccanismo correttivo di ridistribuzione dei richiedenti asilo (spartiti in quote calcolate sulla base della popolazione e del pil dei vari stati membri), che scatterebbe solo quando la capacità di accoglienza di uno stato abbia superato la soglia del 150 per cento». Riguardo alle proposte presentate dal ministro Minniti al Consiglio dei ministri Europeo, sembrano ottenere qualche attenzione solo quelle che si inquadrano inevitabilmente nello schema delle regole già scritte (o meglio Convenzioni già firmate) mirandone a modificare solo quantitativamente gli effetti. L’ethos, le finalità politiche della costruzione Europea devono restare permanenti nei loro principi, che recitano che «non ci sono pasti gratis», non c’è condivisione dei rischi, non c’è solidarismo: i principi neo-liberisti su cui sono stati costruiti tutti i Trattati Europei. Possono essere calibrate, al massimo, determinate conseguenze di questi principi. Si può al massimo vietare alle navi delle Ong di entrare nelle acque territoriali libiche. O imporre loro di dichiarare le fonti di finanziamento per la propria attività in mare. Non si può modificare strutturalmente la condizione che rende insostenibile per l’Italia il loro operare, perché ciò significherebbe perlomeno fare una vera redistribuzione degli sbarchi o impegnarsi collettivamente, tutte le nazioni, in un piano di stabilizzazione e ripresa economica del medio Oriente e dell’Africa del Nord. Tutto questo sarebbe uno sforzo collettivo per alzare il livello di vita di milioni di persone, ma gioverebbe soprattutto all’Italia: sarebbe percepita dagli Europei come un “pasto gratis” o parzialmente offerto all’Italia.

Quale momento migliore, allora, per dimostrare la differenza tra un politico e un tecnico?

Un politico rappresentante la sovranità del popolo è, se vogliamo usare una definizione celeberrima di Carl Schmitt, colui che decide nello stato di eccezione. Il politico sovrano, che ha per definizione libertà di fini, non è colui che applica la legge o i principi legali vigenti in ogni situazione possibile: questo è il giurista, il tecnico. Il politico è colui che fonda la legge, riscrive il fondamento del potere, sospende le convenzioni precedenti se ciò serve a tutelare la bontà degli scopi per i quali erano state istituzionalizzate ma che, a causa di imprevedibili cambiamenti contestuali, non sono più in grado di soddisfare.

Il politico è, o dovrebbe essere, il fondamento arbitrario della forza legale, non la sua mera applicazione: arbitrario non perché non usa una qualche ragione, ma perché non usa ragioni necessariamente inscrivibili negli schemi precedenti. Carl Schmitt ha legato il suo nome all’appoggio infamante al nazionalsocialismo, ma la sua concezione di politico sovrano nacque ben prima dell’avvento di Hitler ed era soprattutto diretta a scardinare l’autoreferenzialità della “chiacchiera” del potere borghese, che si riduceva a banali compromessi tra fazioni che facevano variare solo “quantitativamente” gli squilibri di potere esistenti. Mancava la decisione radicale, quella che stabiliva senza compromessi ciò che fosse preferibile per lo Stato intero (contrariamente al pensiero comune, egli fu inizialmente avverso al nazionalsocialismo che vedeva come un pericolo al mantenimento delle intenzioni della Costituzione, la quale andava “salvata” con un decisionismo simile a quello usato da Hitler per accantonarla. In seguito, per ragioni di convinzione ingenua o di convenienza, aderì al nuovo potere fino alla rottura avvenuta nel 1936).

Un politico democraticamente eletto dalla sua comunità particolare, insomma, prenderebbe una decisione “oltre la legge convenzionale”, creerebbe una nuova regola illustrando ai partner Europei, ad esempio, la seguente presa di posizione: «Stimati colleghi del Consiglio Europeo, sono qui per presentarvi la soluzione che riteniamo opportuna attuare in quanto governo e parlamento Italiano a beneficio del maggior numero di persone. A voi tutti non conviene agire in maniera solidale. Noi perciò decidiamo di non versare più i nostri miliardi di Euro destinati ai fondi europei poiché siamo contribuenti netti per circa 5 miliardi all’anno: ci occorrono per gestire l’emergenza [tra l’altro cogliamo l’occasione per ricordare i pessimi criteri di funzionamento di questi fondi]. Inoltre, vi chiediamo di partecipare ad un serio piano ‘Marshall’ condiviso per mettere stabilità nelle regioni da cui arrivano i migranti. In caso di risposta negativa, riterremo opportuno chiudere le relazioni commerciali con tutti i paesi Europei con cui siamo in deficit commerciale, come la Germania. O, almeno porremo dazi nei settori in cui siamo in deficit, come le automotive. Ciò allo scopo di incentivare la produzione di risorse interne per affrontare l’emergenza e come segno della nostra delusione verso le aspettative di cooperazione che ci aspettiamo da voi». (Ricordiamo, a margine, che il diritto di recesso dai trattati Europei è previsto dall’art. 50 del Trattato di Lisbona, anche se sarebbe solo relativamente rilevante visto il discorso filosofico ed “etico” – e non giuridico –  che si sta portando avanti qui).

Totalmente fuori da ogni schema valoriale ed economico attuale, questo atteggiamento creerebbe una nuova distribuzione di potere e, quindi, di benefici. Sia se gli ultimatum sortissero semplicemente effetto sia se fossero realmente applicati. Non cercherebbe soltanto di smussare la distribuzione di potere vigente. Utilizzerebbe poteri latenti e potenziali come la competitività che l’Italia avrebbe rispetto alla Germania se l’Euro scomparisse o il pericolo di un mercantilismo azzoppato che i paesi core soffrirebbero in uno status di semi-protezione doganale, per creare una nuova struttura.
Un tecnico, come il nostro ministro si dimostrerà essere, cercherà inutilmente il cavillo nei trattati vigenti per migliorare leggermente la situazione attuale. Applicherebbe le regole inique e inadatte che ci sono, inutilmente.
Un politico non aspetta che i propri fini siano permessi dalle convenzioni vigenti, le attua se coincidono con il bene del maggior numero. Anche se i metodi per forzare i flussi di potere possano sembrare politicamente scorretti o “folli”. Lo sono solo dal punto di vista delle convenzioni e delle ideologie attuali.

Fondare un nuovo assetto di potere che rispetti la sovranità politica del maggior numero (sia dei migranti che dei cittadini del sud Europa, in contrasto con quelli del centro che perderebbero comunque ben poco) non può apparire “mite”, se deve scardinare ciò che appare “giusto” convenzionalmente. Non può essere una mossa legalistica né esageratamente diplomatica. Deve fare cultura, non subirla.

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