INCERTEZZA DISTRUTTIVA ED INCERTEZZA COSTRUTTIVA. ELOGIO DEL PROPORZIONALE PURO

INCERTEZZA DISTRUTTIVA ED INCERTEZZA COSTRUTTIVA. ELOGIO DEL PROPORZIONALE PURO

Finché non si è deciso, nel 1993, di abbandonare il sistema proporzionale puro in nome dell’ “efficienza” governativa di stampo Americano o Francese, le discussioni sulla legge elettorale in Italia non ebbero mai, a parte casi eccezionali, una continuità e centralità politica come quelle che stiamo vivendo oggi.

Eppure il proporzionale puro, che “assicurò” l’istituzione di una media di un esecutivo all’anno dal 1946 al 1993, non sembrava provocare quel malessere al sistema-paese che a posteriori gli si attribuisce. Né a livello economico né, a dir la verità, a livello formalmente legislativo.

A livello economico basti ricordare che secondo un rapporto del Business International «nel’90 l’Italia era diventata la quarta nazione più industrializzata del mondo dopo Stati Uniti, Giappone e Germania. Il PIL a prezzi correnti del Bel Paese (il prodotto interno lordo, cioè la somma dei beni e servizi finali prodotti sul territorio), infatti, era arrivato a 1.268 miliardi di dollari, contro i 1.209 della Francia e i 1.087 della Gran Bretagna». Il confronto con i nostri giorni in cui, nonostante l'”efficienza” donata dall’aver avuto i 5 governi più lunghi della storia Repubblicana tutti negli ultimi 21 anni, la crescita Italiana si attesta da anni al di sotto della media Europea, è avvilente.

Riguardo l’efficienza legislativa del proporzionale puro, non sarebbe fuorviante ricordare che nelle prime 4 legislature Repubblicane, quindi per i suoi primi vent’anni, il Parlamento Italiano approvò in media una legge al giorno.  Nei decenni successivi, stabilizzata l’economia e la ricostruzione, il ritmo è fisiologicamente rallentato, fino a raggiungere una legge alla settimana, che è sempre un’enormità.

Ma c’è un grafico che più di tutti riassume l’effetto sociale che il proporzionale puro aveva sull’economia Italiana. E non tanto l’effetto che aveva in modo diretto, ovvero tramite ciò che veniva detto e fatto esplicitamente in Parlamento, ma in modo indiretto, tramite ciò che veniva evitato che si facesse o ciò che era nelle intenzioni e sentimenti non detti dei legislatori. Il grafico è la serie storica della quota salari, come discussa egregiamente nel blog del Prof. Alberto Bagnai

La percentuale di reddito nazionale coincidente con i salari, una percentuale il cui incremento è sempre stato al centro delle richieste politiche dei partiti – allora – di sinistra, appariva crescere i concomitanza con la crescita del maggiore partito che ne supportava la causa, il PCI, nonostante esso non fosse de facto mai in una formazione di governo.  Persino lo Statuto dei lavoratori – promosso soprattutto dai socialisti e al cui voto in Camera i comunisti si astennero – può essere considerato come un tentativo di impadronirsi di questo tema da parte di DC e delle varie formazioni socialiste, allo scopo di “scipparlo” al più radicale Partito Comunista e frenarne così l’ascesa. Specularmente, il potere del partito di minoranza relativa si poteva constatare anche quando venivano messe in atto misure della discutibile logica macroeconomica, come l’austerità fiscale. Mentre i nostri ultimi 4 governi non hanno avuto problemi a perpetrare il dogma della ristrettezza di spesa e dell’osservanza dei criteri di bilancio Europei – il sistema maggioritario permette loro di ignorare le istanze del secondo partito più numeroso in parlamento – nel 1976 il governo Andreotti contrattò perlomeno tutti i principali provvedimenti con il PCI, «in una continua opera di mediazione che aveva per protagonisti Giulio Andreotti da una parte e Enrico Berlinguer dall’altra. Il PCI teneva a freno il sindacato e le possibili proteste sociali più estese: con questo sostegno sempre un po’ reticente, il governo Andreotti poté approvare alcuni provvedimenti impopolari per cercare di mettere in ordine i conti pubblici».

Tutto ciò riflette il fatto che sebbene l’ideologia dominante del popolo fosse ancora il moderatismo cattolico (e, di conseguenza, il primo partito fosse sempre lo stesso, la DC) le istanze dei tanti partiti di minoranza dovevano venire, se non accettate, almeno considerate nell’assetto della legislatura. Questo anche per semplice timore e precauzione: con il proporzionale puro bastano pochi punti percentuali in più ad un partito per essere decisivo nella tenuta di un governo. Questo ha portato a fenomeni unici nella nostra storia, come un indice di Gini (quello la quale bassezza del quale misura l’uguaglianza reddituale tra i cittadini) in perenne calo per 50 anni (per poi ricominciare a risalire da inizio anni ’90), come i carabinieri silenziosamente felici alla notizia di scioperi da controllare, per la consapevolezza che un aumento dei salari della classe sociale in “lotta” avrebbe avuto ripercussioni positive sul potere negoziale di tutti i dipendenti, compresi quelli statali.
E il tutto senza scadere mai nell’instaurazione di regimi illiberali di stampo sovietico.
Un bilanciamento di forze i cui vantaggi si sono gradualmente persi con i maggioritari successivi, con i governi più stabili degli ultimi anni nei quali la corrente neo-liberista è sempre capitata in maggioranza relativa “divenuta assoluta”.
Dal ’46 al ’93 abbiamo avuto un governo all’anno non a causa, verrebbe da dire, ma grazie al proporzionale puro, che costringeva un esecutivo a cadere ogni qual volta le necessità di quasi tutti gli organi sociali non erano ben rappresentate e ogni qual volta, quindi, l’organismo nel suo complesso rischiava di cadere in una qualche malattia interna.

Ma per dare una risposta teoretica a chi attribuisce al modello della massima rappresentanza possibile, il proporzionale puro, la responsabilità dell’incertezza politica che corrisponderebbe alla debolezza decisionale e alla sfiducia nei confronti del paese, è bene ricordare che esistono almeno due tipologie di incertezza. Una strutturalmente distruttiva ed una costruttiva.

1L’incertezza distruttiva è quella che Keynes identifica nell’ignoranza assoluta dell’agente singolo nei confronti della complessità dei sistemi sociali non deterministici come il mercato. E’ strutturalmente possibile, e in effetti tipico nelle fasi di recessione, che il singolo individuo (ignaro dei molteplici fattori contestuali) non solo non sia sicuro di come agire nei confronti della propria rete sociale (se investire, risparmiare, produrre, ecc..) ma che non abbia neppure un criterio per calcolare le probabilità che una possibilità o un’altra accadano. Questa situazione di incertezza radicale determina un blocco delle relazioni e la spirale recessiva dei mercati. E’ superabile, per Keynes, soltanto ricreando da un punto di vista collettivo e olistico (quindi tramite un governo centrale) una certa fiducia reciproca.

2L’incertezza costruttiva è quella per cui un calcolo delle probabilità è stimabile e dipende dal tipo di accordo che viene fatto collettivamente fra le parti in causa. Questa “incertezza” è solamente attesa della decisione. E’ tipica di sistemi come le istituzioni governative (quelle a cui proprio Keynes dà fiducia per oltrepassare l’incertezza radicale) e le discussioni interne ad un gruppo di persone. Questi sistemi sono anch’essi non-deterministici, ma permettono la costruzione di una soluzione con fattori dati. SONO costruzione di una soluzione. L'”incertezza”, in effetti, sta solo nel fatto che la decisione non è mai già presa a priori (o facile da prendere). La decisione deve passare attraverso una logica che non permette ad alcune forze di sottomettere completamente altre forze (in quel caso sarebbe prevedibile e certa) ma proprio per questo è un’incertezza fertile, che fa fiorire un maggior numero di possibilità pur senza rendere impossibile la decisione.

L’incertezza costruttiva è partecipazione politica valorizzata all’estremo.

Alexis de Tocqueville, nel suo capolavoro La Democrazia in America, aveva intuito dagli albori la minaccia di una “democrazia” in assenza di partecipazione politica: una mera somma di desideri individuali incapaci di cogliere il potenziale costruttivo della relazionalità e del dibattito sobrio e fertile. Una astratta maggioranza di desideri simili che non fa altro che tiranneggiare la minoranza, e questo è molto più accentuato nei sistemi elettorali maggioritari in cui il confronto parlamentare è deliberatamente indebolito.

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