LA FLESSIBILITA’ DEL LAVORO, HEGEL E HOBBES. LA TRADIZIONE DELL’INDIVIDUALISMO METODOLOGICO E COME CI RENDE ALIENATI

LA FLESSIBILITA’ DEL LAVORO, HEGEL E HOBBES. LA TRADIZIONE DELL’INDIVIDUALISMO METODOLOGICO E COME CI RENDE ALIENATI

Nella manovra-bis di questi giorni si discute tristemente su come sostituire i voucher. Vi è chi propone l’introduzione dei “coupon” per il lavoro ‘breve’ chi la “card” per il lavoro saltuario. Si continua a dare per scontato che la strada verso l’efficienza sia costellata di flessibilizzazione precarizzazione del lavoro.

Poco importa se la letteratura scientifica dica l’esatto opposto: si veda, ad esempio, Gordon, R.J. and Dew-Becker, I. (2008) “The role of labor market changes in the slowdown of European productivity growth”, CEPR Discussion Papers oppure Daveri, F. e Parisi, M.L. (“Temporary workers and seasoned managers as causes of low productivity”. Persino La Sapienza ha in questi giorni pubblicato un rapporto in cui si mostra la miopia delle scelte di precarizzazione del lavoro in relazione al problema dell’innovazione. Questo effetto, d’altronde, è pienamente coerente con la dinamica servo-padrone descritta da Hegel. Per Hegel una piena realizzazione degli individui in gioco può avvenire solo se entrambi sono costretti a riconoscere pienamente l’altro nelle sue esigenze e desideri. In questo caso si forma un circolo virtuoso per cui ognuno cerca di massimizzare il suo potere di negoziazione (la sua “utilità”) verso l’altro in modo da “pretendere” il più possibile in cambio. Nel caso in cui uno dei due abbia meno potere e non sia quindi “riconosciuto” nei suoi pieni desideri, invece, il “meno privilegiato” ha meno libertà di massimizzare la sua utilità verso l’altro. E, di conseguenza, il “privilegiato” ha meno incentivo a massimizzare la sua utilità verso il mondo perché capace di “cullarsi” sui suoi privilegi. Allo stesso modo, un datore di lavoro non è incentivato ad investire se capace di sfruttare il suo potere di negoziazione verso l’altro per fare profitti (ma anche un dipendente precario e semi-schiavizzato ha in realtà pochi strumenti – nessuna formazione garantita dall’impresa – , poca inventiva ed incentivi – nessuna carriera stabile o buone partecipazioni agli utili, ecc.. – per migliorarsi e rendersi “utile” all’azienda. La dialettica servo-padrone implica che l’asimmetria di potere sia a lungo andare un gioco a somma negativa.

Ma le radici filosofiche dell’ideologia della svalutazione salariale sono disparate e lontane. Si possono far risalire all’individualismo metodologico tipico dell’economia neoclassica e, addirittura tipico di Hobbes e della sua teorizzazione dello stato di natura.

Tipica dell’economia neoclassica è la credenza per cui un’azienda debba affrontare costi sempre maggiori all’aumentare della produzione nel breve periodo, a causa del fatto che aumentare alcuni “input” (come i lavoratori) vada, dopo un po’, ad essere controproducente dato che si lavora con dei fattori di produzione fissi (impianti, ecc..). Le riforme del mercato del lavoro sembrano abbracciare questa come unica e sola spiegazione teorica del limite produttivo delle imprese, con l’ovvia conclusione per cui l’unica e sola soluzione per aumentare l’efficienza produttiva sia avere la libertà di licenziamento.

Questo dogma economico-politico riflette un individualismo metodologico che arriva quasi alla patologia dissociativa dalla realtà, per due ragioni:

1 – Nonostante sia riportata in quasi tutti i manuali “scolastici” di microeconomia questa legge, chiamata accademicamente legge della produttività marginale decrescente, è stata considerata «frutto dell’immaginazione di teorici inesperti» da parte di chi sa come le fabbriche sono organizzate, come riporta Robert Leeson (1998, ‘The origins of Keynesian discomfiture,’ Journal of Post Keynesian Economics, 20: 597–619). La ragione è semplicemente gli ingegneri progettano le fabbriche per evitare proprio problemi come questi. Sia gli economisti che avvallano questa visione che i governi che applicano ciò che tali economisti dicono sono quindi vittime di una colossale dissociazione dalla realtà inter-soggettiva dell’economia, poiché la verità si trova nelle pratiche sociali e non nella speculazione individuale.

2 – Soprattutto, chi si affida a questo punto di vista ignora totalmente che, come Piero Sraffa faceva già notare tempo addietro, le ragioni dei limiti di produzione non sono da ricercarsi tanto nei limiti dell’offerta quanto nei costi di finanziamento e di marketing, riconducibili al più grande problema dell’intercettare la domanda. La scarsità di domanda, quindi, è posto in evidenza come fattore cardine (si veda Keen, S. 2011a. Debunking Economics: The Naked Emperor of the Social Sciences. New York: Zed Books Ltd; capitolo 5). Ancora più di prima, forse, è evidente l’ostacolo epistemologico dell’individualismo nell’analisi dei concetti reali: l’azienda viene trattata come un agente solitario, che ha caratteristiche proprie a prescindere dal suo relazionarsi con i fattori, le relazioni e gli impulsi circostanti. Queste caratteristiche “intrinseche” sarebbero le uniche a spiegare tutto quanto: il suo comportamento e le sue reazioni nel mondo esterno, le sue decisioni produttive. Il problema è che le caratteristiche di un’azienda (i suoi target, i suoi incentivi, le sue aspettative e quindi il suo business plan) non esistono se non già in funzione di elementi esterni ad essa come l’accesso al credito e la domanda percepita. L’impresa descritta dai neoclassici semplicemente non esiste. E’ più che un’astrazione intellettuale.

Analizzare una realtà complessa e relazionale dividendola nei suoi componenti ed immaginando come questi componenti, da soli, astratti dal terreno che li determina veramente, siano formati e costituiti. Per poi rimettere insieme questi componenti – ormai sublimati in enti inesistenti nella realtà – sommando barbaramente le loro “caratteristiche” singole. Questo è l’ostacolo epistemologico, la fallacia filosofica che infetta la razionalità Occidentale in molte scienze sociali fin dal XVII secolo.

Pensiamo ad Hobbes. La società è prima scomposta nei suoi individui singoli in astratto. Ogni legame emotivo, personale, valoriale è annullato. Poi si teorizza come questi punti isolati apparirebbero: come individui che hanno come sola aspirazione preservarsi dal pericolo esterno (che è, a questo punto, anche costituito dagli altri umani non più in relazione affettiva o economica con esso). Questo sarebbe lo “stato di natura” di una natura che è soltanto immaginaria. Con la paura e il mantenimento biologico unici obiettivi, la conclusione logica è l’affidare ad un Leviatano tutta la propria autorità. In cambio del monopolio assoluto del potere, esso manterrà la pace la gli individui. Senza mezzi termini, senza spazio per la dialettica delle istituzioni democratiche in cui si discute pluralisticamente di legami e soluzioni. Ciò contravverrebbe all’unico valore: l’allontanamento della paura del caos e dell’arbitrio. La scienza “geometrica” del fondamento razionale della politica in Hobbes è così coerentemente realizzata e alla base di molte teorie contemporanee.

Il metodo della scomposizione nelle “scienze” sociali ha creato più danni di quanti ne abbia risolti. E’ il metodo dell’alienazione per eccellenza. Ogni progresso filosofico in materia politica dovrebbe rigettare questa modalità di pensiero in favore di un sano atteggiamento olistico, che non pretende di determinare nessuna unità senza vederla come espressione del suo stesso contesto.

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